Accademici in carcere in Turchia

Accademici in carcere in Turchia
Dopo aver firmato una petizione per la pace nel Kurdistan turco. Quali ripercussioni per le trattative UE-Turchia sulla questione dei profughi siriani?

La questione curda in Turchia si è nuovamente infiammata da quando il governo ha dichiarato concluso il cessate il fuoco in cinquantotto punti nel sud-est del paese. Il processo di pace si è così bruscamente interrotto e allo stesso tempo le forze militari turche si sono abbandonate a pratiche contro i civili duramente condannate da organizzazioni internazionali come Amnesty International e Human Rights Watch portando così ad un peggioramento radicale della situazione nell'area. A seguito di queste reiterate violazioni dei diritti umani, l'11 gennaio scorso oltrre mille e cento accademici nel paese hanno sottoscritto un appello chiedendo l'interruzione di queste pratiche, la consegna alla giustizia dei responsabili e il ripristino del processo di pace. L'appello è stato condiviso anche da centinaia di colleghi in tutto il mondo. Ripercorriamo le tappe che hanno portato ad un drastico deterioramento della situazione interna in Turchia e che hanno portato svariati osservatori internazionali ad interrogarsi circa lo stato la tenuta dei valori e dei principi della democrazia e del pluralismo in Turchia.

Il giorno seguente, a seguito dell'attentato ad Istanbul ad opera dell'ISIS, il presidente Erdogan ha attaccato con estrema durezza l'appello e i firmatari definendo il primo "propaganda terrorista" e i secondi "ignoranti, pseudo-intellettuali e colonialisti" sollecitando un'azione accademica e legale nei loro confronti.  Una serie di dichiarazioni di politici, tra cui anche il primo ministro Davutoglu, hanno ulteriormente attaccato i firmatari anche con toni estremamente violenti e minacciosi, equiparando il terrorismo alle intenzioni degli accademici. Il 13 gennaio il Consiglio Superiore per l'Istruzione (YOK) ha dichiarato che sarebbero state prese opportune misure nei confronti di tutti coloro che sostengono il terrorismo dando il via a investigazioni penali che hanno obbligato molti firmatari dell'appello a dimettersi oppure hanno portato al loro licenziamento. Il 14 gennaio alcuni procuratori generali hanno dato avvio ad un'inchiesta su questi accademici e il procuratore capo di Istanbul ha lanciato un'inchiesta su i nomi di tutti i firmatari della petizione con le accuse di "creare propaganda terrorista", "insultare lo Stato della Repubblica di Turchia", accusa quest'ultima che può implicare una condanna da uno a cinque anni di carcere. Il 15 gennaio la polizia compie una serie di retate notturne arrestando ventisette accademici, rilasciati dopo diverse ore di interrogatorio.

I mass media schierati col governo hanno contribuito ad incrementare la tensione con accuse a tutto campo nei confronti degli accademici firmatari dell'appello: da sostenitori del PKK (il Partito Curdo dei Lavoratori, fuorilegge in Turchia), a "nemici di Stato", accusati di aver ispirato l'attacco terroristico del 10 gennaio ad Istanbul, a "pervertiti" per il sostegno alla teoria di Darwin sull'evoluzione della specie. Sono seguite minacce ed insulti sui vari social networks ma anche assalti alle abitazioni e agli uffici universitari dei docenti coinvolti.

A peggiorare la situazione gli attacchi del PKK del 13 gennaio scorso che hanno portato Erdogan a ipotizzare collegamenti tra gli attacchi e i firmatari dell'appello per la pace. Per reagire a queste accuse alcuni tra firmatari che si trovano a lavorare all'estero hanno emesso un secondo comunicato sostenendo che l'appello non ha alcun mandante oscuro e che essi stessi ne sono gli autori, che adiranno alle vie legali contro tutti coloro che li perseguitano e ribadendo la necessità di riprendere il dialogo verso la pace. 

Dall'imposizione del coprifuoco circa due mesi fa nella zona sud-orientale del paese l'esercito turco sta procedendo con armi pesanti nelle cittadine di Sur, Silvan, Nusaybin e Cizre e dall'inizio dell'anno si contano oltre settantacinque vittime civili. La presa di posizione di diverse centinaia di accademici ha portato ad una serie di misure fortemente repressive nei confronti di questa forma di dissenso e attualmente risultano in carcere almeno ventidue di essi mentre molti altri hanno subito duri provvedimenti disciplinari tra cui anche il icenziamento. 

La Turchia si trova tradizionalmente in un'area di elevato significato geopolitico e oggi la crisi dei rifugiati dalla Siria investe l'Europa in pieno e la porta ad intavolare trattative col governo turco per individuare le modalità più opportune per affrontare la questione. Il governo turco però sembra ben poco sensibile nei confronti di valori come il pluralismo la democrazia e la risoluzione pacifica dei conflitti e il rispetto dei diritti umani e di libertà di espressione. Le istituzioni europee dovrebbero riflettere sul contesto globale in cui la crisi dei profughi è esplosa, non perdendo di vista allo stesso tempo la priorità per quei diritti e quei valori che nella stessa Europa sono nati e si sono sviluppati attraverso i secoli e numerose battaglie per la loro stessa affermazione.

27/01/2016

Autore: 
Rigas Raftopoulos

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