Alcune riflessioni sui recenti eventi in Siria: l’attacco chimico a Idlib e l’intervento armato degli USA alla luce del diritto internazionale

Alcune riflessioni sui recenti eventi in Siria: l’attacco chimico a Idlib e l’intervento armato degli USA alla luce del diritto internazionale
Osmedreloaded n.4 aprile 2017

Nelle ultime settimane, la questione siriana è stata al centro dell’attenzione nel dibattito in seno alla Comunità internazionale. In particolare, sono due gli eventi sui quali è necessario soffermarsi: a) l’utilizzo di armi chimiche nel bombardamento compiuto il 4 aprile nella provincia di di Idlib, che ha causato 72 morti, molti dei quali minori; b) l’attacco armato statunitense del 7 aprile in territorio siriano.

Per quanto concerne il primo aspetto, l’utilizzo di armi chimiche è una delle questioni al centro del dibattito siriano sin dalle prime fasi della crisi. Invero, è l’unica questione sulla quale in passato nel Consiglio di sicurezza si è riusciti a superare il blocco istituzionale dovuto alle contrapposte posizioni fra USA, Regno Unito, e Francia, da un lato, e Russia e Cina, dall’altro.

Ripercorrendo brevemente le principali tappe della crisi, infatti, si deve ricordare che il 27 settembre 2013 il Consiglio di sicurezza, dopo alcuni tentativi fallimentari, è riuscito ad adottare per la prima volta una risoluzione volta ad incidere sulla crisi siriana. Questa è stata discussa e approvata dall’organo consiliare delle Nazioni Unite un mese dopo l’attacco chimico di agosto 2013, compiuto dal regime di Assad a Ghouta, una zona periferica di Damasco, durante il quale sono stati utilizzati missili contenenti gas sarin. Azione definita dall’allora Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, come il più orribile attacco chimico dal 1988, quando l’ex Presidente iracheno Saddam Hussein usò il gas sarin per uccidere migliaia di persone nel villaggio curdo di Halabja, in Iraq.

Con la risoluzione 2118 del settembre 2013, quindi, il Consiglio di sicurezza, dopo aver qualificato l’uso di armi chimiche come una minaccia alla pace e alla sicurezza, ha deciso formalmente di sostenere il programma di smantellamento dell’arsenale chimico siriano promosso dall’Executive Council dell’Organization for the Prohibition of Chemical Weapons (OPCW), il quale prevede «special procedures for the expeditious destruction of the Syrian Arab Republic’s chemical weapons program and stringent verification thereof». A tal fine, ha richiesto che il Governo siriano «shall cooperate fully with the OPCW and the United Nations, including by complying with their relevant recommendations, by accepting personnel designated by the OPCW or the United Nations, by providing for and ensuring the security of activities undertaken by these personnel, by providing these personnel with immediate and unfettered access to and the right to inspect, in discharging their functions, any and all sites, and by allowing immediate and unfettered access to individuals that the OPCW has grounds to believe to be of importance for the purpose of its mandate»

La risoluzione in questione, è stata frutto di un difficile compromesso fra Russia e USA, probabilmente raggiunto perché questi ultimi avevano minacciato l’utilizzo unilaterale della forza armata in Siria. L’iniziativa del Consiglio, infatti, ha favorito un cambio di strategia politica dell’amministrazione Obama, che ha accantonato l’opzione militare, a favore della soluzione diplomatica.

Sotto un profilo giuridico, tale compromesso è evidente da un veloce esame del testo. Si può, infatti, constatare che, sebbene l’attacco chimico di agosto 2013 sia stato genericamente qualificato come una minaccia alla pace ed alla sicurezza, la risoluzione non è inquadrabile nel Cap. VII della Carta ONU, per cui un’eventuale violazione degli obblighi in essa contenuti, come, ad esempio,  il bombardamento con armi chimiche del 4 aprile scorso a Idlib, non può automaticamente giustificare misure sanzionatorie o misure implicanti l’uso della forza ai sensi degli artt. 41 e 42 della Carta. D’altronde, in fase di adozione, la Russia aveva precisato che avrebbe espresso il proprio voto favorevole solo a condizione si fosse evitato qualsiasi richiamo al Capitolo VII, per evitare che la risoluzione in futuro avesse potuto essere considerata come strumento giuridico di riferimento per giustificare eventuali azioni militari da parte di alcuni gruppi di Stati. Pertanto, in caso di inadempimento da parte della Siria, come avvenuto lo scorso 4 aprile, l’adozione di eventuali misure coercitive nell’alveo della sicurezza collettiva può avvenire solo attraverso l’adozione di una nuova risoluzione ai sensi del Capitolo VII della Carta ONU. Questo punto viene specificato dalla stessa risoluzione, la quale, al par. 21, precisa che il Consiglio «21. Decides, in the event of non-compliance with this resolution, including unauthorized transfer of chemical weapons, or any use of chemical weapons by anyone in the Syrian Arab Republic, to impose measures under Chapter VII of the United Nations Charter».

Allo stato attuale, tenendo conto della prassi finora seguita dal Consiglio, è praticamente impossibile che si riesca ad adottare una risoluzione ai sensi del Capitolo VII. Lo stesso progetto di risoluzione presentato da Regno Unito, Francia Irlanda del Nord e USA lo scorso 12 aprile, pochi giorni dopo l’attacco a Idlib, che è stato, comunque, bloccato dal veto russo, non era inquadrabile nel Cap. VII. Nel testo, infatti, ci si limitava a condannare «in the strongest terms the reported use of chemical weapons in the Syrian Arab Republic, in particular the attack on Khan Shaykhun reported on 4 April 2017» e, di conseguenza, veniva espresso la massima determinazione affinché«those responsible must be held accountable». Inoltre, così come precedentemente fatto nella risoluzione 2118, veniva “minacciata” l’adozione di misure coercitive in caso di inadempimento, affermando che«[the Security Council] recalls its decision in response to violations of resolution 2118 to impose measures under Chapter VII of the Charter of the United Nations».

Nonostante l’adozione di un approccio abbastanza equilibrato, la Russia ha deciso comunque di votare negativamente, adducendo una motivazione più di natura politica che giuridica. Sotto quest’ultimo aspetto, infatti, l’eventuale approvazione della risoluzione, come già detto, non avrebbe giustificato successive azioni militari. Piuttosto, secondo Mosca, il vizio di fondo del draft presentato da Regno Unito, Francia, Irlanda del Nord e USA è che attraverso tale documento si intendeva condannare il regime di Assad, in modo da offrire supporto alle altre fazioni in lotta per il governo del territorio. Questa posizione è da sempre sostenuta con grande fermezza dalla Federazione Russa. Anche quando il Consiglio di sicurezza, nel 2014, ha provato a deferire la questione siriana alla Corte penale internazionale, il delegato russo in seno al Consiglio, dopo aver espresso il proprio voto contrario, ha accusato i governi occidentali di voler influenzare politicamente l’evoluzione della questione siriana attraverso lo strumento della Corte penale internazionale. Tesi, fra l’altro, sostenuta anche dalla Cina. Da allora, in Consiglio di sicurezza non è stata mai sanata la spaccatura fra questi due gruppi e, di conseguenza, si è creato un impasse istituzionale che non ha permesso di affrontare efficacemente la questione. Al contrario, il principale organo delle Nazioni Unite è diventato luogo di scontro politico fra Russia e Cina, da un lato, e USA, Francia e Regno Unito, dall’altro.

Dopo il bombardamento chimico dello scorso 4 aprile, in assenza di un intervento delle Nazioni Unite, il governo USA ha, quindi, creduto di poter agire attraverso l’uso della forza in maniera unilaterale, compiendo un attacco missilistico in territorio siriano.

Secondo gli USA, tale iniziativa militare sarebbe giustificata da motivi umanitari, sostanzialmente per tutelare la popolazione siriana dalla gravi sofferenze causate dal regime di Assad. Hanno, quindi, fatto ricorso al concetto dell’intervento umanitario, secondo il quale la Comunità internazionale avrebbe il diritto/dovere di usare la forza armata all’interno di uno Stato, anche in assenza di un’autorizzazione del Consiglio di sicurezza, per porre fine a situazioni di gravi violazione dei diritti umani all’interno di quel territorio.

A questo proposito occorre fare alcune precisazioni. Innanzitutto, anche se nella prassi internazionale sono stati realizzati alcuni interventi c.d. umanitari, in alcuni casi sanati da una successiva risoluzione del Consiglio di sicurezza, in diritto internazionale non esiste alcuna norma che li giustifichi. Attualmente, infatti, esiste un divieto generale di uso della forza, sancito dall’art. 2(4) della Carta e ormai qualificabile come norma cogente, derogabile solo in caso di legittima difesa, ai sensi dell’articolo 51 della Carta, o su autorizzazione del Consiglio di sicurezza, nell’ambito del Capitolo VII della Carta.

La prassi internazionale finora affermatasi, infatti, non consente di ritenere che si sia formata, o che sia in fase di formazione, una norma di diritto internazionale generale tesa a legittimare l’intervento di natura umanitaria, anche se, soprattutto in tempi più recenti, alcuni Stati abbiano mostrato una certa apertura in tal senso.

In ogni caso, a prescindere dalla legittimità o illiceità dell’intervento umanitario, si deve precisare che questo dovrebbe perseguire fini umanitari, cioè dovrebbe avere l’obiettivo concreto di salvaguardare la popolazione da gravi sofferenze o violazioni dei diritti umani. Ad esempio, la presenza fisica di un contingente militare, potrebbe avere la finalità di proteggere la popolazione ini stanziata da determinati trattamenti inumani o degradanti.

Nel caso in esame, invece, risulta difficilmente comprensibile in che modo l’attacco missilistico statunitense possa avere un giovamento per la tutela dei diritti umani della popolazione presente su quel territorio.

Pertanto, sebbene abbia ricevuto l’approvazione politica di molti Stati, soprattutto europei, l’azione statunitense è chiaramente illecita dal punto di vista del diritto internazionale, oltre che priva di effetti c.d. umanitari. 

02/05/2017

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