Alleanza saudita-statunitense e guerra siriana: Russia, Iran e Israele, nella stampa araba

Alleanza saudita-statunitense e guerra siriana: Russia, Iran e Israele, nella stampa araba
Osmedreloaded n.3 marzo 2017

«Il segnale è chiaro: riparare quello che è stato distrutto da Obama e restaurare le relazioni speciali tra gli Usa e l’Arabia Saudita, nate durante l’incontro tra il re ‘Abd al-‘Aziz e il presidente statunitense Theodore Roosevelt sull’incrociatore Quincy dopo la fine della seconda guerra mondiale». Così commenta[1] il noto analista arabo ‘Abd al-Rahman Rashed del quotidiano filo-saudita al-Sharq al-Awsat il vertice di metà mese a Washington tra il presidente Usa Trump e Mohammed bin Salman, figlio del re saudita Salman, nonché vice principe ereditario e ministro della difesa. Un incontro importante durante il quale, stando ad un comunicato ufficiale rilasciato da Riyadh, i due «hanno discusso l’esperienza di successo dell’Arabia Saudita nella costruzione di una recinzione al confine con l’Iraq che ha portato a prevenire l’ingresso illegale di persone e ad operazione di contrabbando». Mohammad bin Salman ha poi esortato l’alleato statunitense ad implementare il suo progetto di costruire una barriera lungo tutto il confine tra gli Usa e il Messico e ha trovato legittimo, destando non poche critiche nel mondo arabo, il provvedimento esecutivo del presidente americano che blocca l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di sei Paesi a maggioranza islamica (Arabia Saudita esclusa). Ma, come era lecito attendersi, al centro dell’incontro c’è stato soprattutto il contenimento del «pericolo»iraniano. «Fonti non ufficiali sostengono che Washington ha cambiato politica nei confronti dell’Iran e che non resterà con le mani in mano di fronte alle sue attività terroristiche»scrive Rashed. Per l’analista, infatti, già «settimane fa, la nuova amministrazione ha annunciato una differente posizione [sul Medio Oriente] dando armi e informazioni di intelligence all’Arabia Saudita [per la sua guerra] in Yemen». Sono ormai un lontano ricordo i giorni della presidenza Obama dove le «relazioni [saudite-americane] erano tese e quando l’intera regione viveva uno stato di confusione senza precedenti a causa dell’apertura di Obama all’Iran che ha causato l’espansione militare di quest’ultima in Iraq, Siria e Yemen. Un caos che è stato frutto del suo mandato presidenziale». Per riaggiustare quanto «ha distrutto»la precedente amministrazione, Rashed osserva come «tra gli argomenti discussi dal principe Mohammed, vi è stato il tentativo di convincere Trump a dare il via ad un nuovo rapporto che si propone di migliorare la situazione [attuale] affrontando la manipolazione iraniana e combattendo socialmente ed economicamente il terrorismo, il comune nemico di tutti».

Sempre su al-Sharq al-Awsat Salman al-Dossary[2] definisce l’incontro saudita-statunitense come «il punto di svolta nelle relazioni tra i due Paesi»che ha riportato la loro alleanza«al loro corso naturale che dura da 80 anni». Anche qui il successo del vertice è letto in contrapposizione alla passata presidenza Obama quando «i rapporti tra gli Usa e l’Arabia Saudita sono deragliati». Acqua passata ora però: perché «questa visita ha rivelato che c’è un tangibile, effettivo e rilevante cambiamento nelle posizioni statunitensi. Le politiche Usa sono ora più vicine a quelle dei suoi alleati e sono più forti contro i suoi nemici come l’Iran». «Con Trump è iniziato un rapporto più aperto e onesto su molte questioni mondiali. Con questa amministrazione è possibile “giocare fuori all’aperto”, come si dice, senza entrare nei labirinti diplomatici come [avveniva] con la passata presidenza»scrive  al-Dossary che sottolinea come «l’alleanza saudita-americana sia stata messa a rischio solo con Obama». «Persino infatti durante la crisi più difficile tra i due stati, ovvero dopo gli attacchi dell’11 settembre, l’amministrazione Bush è stata abile a contenere la situazione e ad accertarsi che non sarebbe stata mai intaccata la profondità dei rapporti tra i due Paesi». Se c’è stato un «deragliamento», questo è ascrivibile esclusivamente ad Obama «che ha cambiato la politica Usacontrariamente all’Arabia Saudita che ha avuto sempre la stessa posizione sull’espansionismo iraniano, sul ruolo destabilizzante di Teheran nella regione, sulla lotta al terrorismo e ai gruppi estremisti e sul sostegno alla crescita economica internazionale». «Il messaggio della Casa Bianca dopo la riunione tra statunitensi e sauditi è chiaro – conclude al-Dossary – la visita è stata produttiva sul piano militare, politico ed economico e ha evidenziato come entrambi i Paesi stiano procedendo ad appianare le divergenze che avevano temporaneamente intaccato la loro forte alleanza».

«Ritorno delle relazioni saudite-americane ai loro principi tradizionali»è il commento di Raghida Dergham del liberal al-Hayyat[3]. L’autorevole analista ripercorre i principali punti discussi tra Mohammed bin Salman e Trump. «La delegazione saudita è giunta a Washington consapevole che tra le priorità dell’amministrazione Trump vi è l’annientamento di “Daesh”. In campo strategico le due parti hanno concordato a formare una partnership permanente che abbia come interesse comune la stabilità e la prosperità della regione mediorientale». Su TehranDergham osserva come «il vice principe ereditario e il presidente americano hanno raggiunto una intesa per affrontare le attività  destabilizzanti dell’Iran nella regione continuando a verificare attentamente la sua implementazione dell’accordo nucleare e a cooperare militarmente contro Daesh e al-Qa’eda in una strategia comune». Dergham suggerisce di fermare l’espansionismo iraniano incominciando dallo Yemen dove la gestione della guerra da parte dei sauditi e americani necessita di un cambiamento. «Le priorità americane – scrive la commentatrice – sono combattere il terrorismo e al-Qa’eda, impedire all’Iran di minacciare i suoi interessi a Bab al-Mandeb e proteggere la sicurezza saudita al confine con lo Yemen. Quelle saudite non si differenziano tanto da quelle di Washington tranne che sul destino degli houthi. Gli americani vogliono che i sauditi rivedano le modalità con cui stanno conducendo la guerra affinché queste non si trasformino un ostacolo [per il raggiungimento dei loro obiettivi]. Le due parti concordano sul fatto che Riyadh debba trovare una strategia di uscita dalla guerra e che bisogna limitare le aspirazioni iraniane nel cortile yemenita». Sulla Siria, sottolinea ancora l’analista di al-Hayyat, «l’Arabia saudita è pronta ad accettare  qualunque richiesta di Washington per la battaglia di Raqqa, anche se ciò dovesse prevedere una partecipazione militare. Non è chiaro però come Trump voglia avvicinarsi alla Russia mantenendo il suo rapporto speciale con il presidente Putin alla luce del forte rapporto tra i russi e gli iraniani». Al vertice di Washington, conclude Dergham, ha trovato spazio anche la questione israelo-palestinese a seguito dei passi compiuti di recente da Trump «per riattivarla sottraendola all’egida iraniana per riportarla ai Paesi del Golfo, in particolar modo all’Arabia Saudita».

 

Se Trump è esaltato dalla stampa del Golfo, duro è il giudizio sul suo predecessore. Emblematico, a tal proposito, l’articolo dell’analista Ahmad al-Farraj[4] sul quotidiano saudita al-Jazirah. «Tutti i sogni degli Atwanisti[5] e dei movimentisti sono evaporati il 19 novembre scorso quando ha vinto le presidenziali Donald Trump ed è uscito dalla stanza ovale Obama. È stato un brutto sogno per l’Iran perché sa che ora non governerà l’America un personaggio di sinistra come Obama che ha raggiunto una intesa sul nucleare con Teheran e ha liberato miliardi di dollari che erano stati trattenuti favorendone così la sua intromissione in Iraq, Siria, Yemen e Libano. Il prestigio americano non è si è mai macchiato come è accaduto durante il mandato di Obama che ha indugiato ad intervenire nei paesi dove era già presente l’influenza dell’Iran per paura di suscitare la sua rabbia e distruggere così l’intesa sul nucleare». Di tutt’altro avviso è invece il portale Ray al-Yawm che in un editoriale di metà mese critica duramente i risultati dell’incontro di Washington: «La difesa di Trump del principe Mohammed bin Salman e la sua giustificazione alle politiche razziste contro i musulmani che quest’ultimo porta avanti sono stati uno shock per più di mezzo miliardo di musulmani che ritenevano il regno dei i Due luoghi Sacri (Mecca al-Mukarrama e la nobile moschea del Profeta) il principale difensore dell’Islam e dei musulmani. Comprendiamo pure se la leadership saudita non voglia arrivare ad uno scontro con un nuovo presidente che l’ha insultata in modo provocatorio e inappropriato e che ha descritto i Paesi del Golfo come quelli che possiedono solo denaro. Tuttavia questo non significa che debba andare da un opposto all’altro dimostrandosi amica di Trump in questo modo così inaccettabile e giustificando il suo razzismo contro l’Islam e i musulmani nelle stesse ore in cui la prestigiosa istituzione giudiziaria americana lo condanna e respinge le sue norme che istigano all’odio». Una politica che del resto non è solo retorica, afferma Ray al-Yawm[6], ma che il nuovo inquilino della Casa Bianca ha già tradotto politicamente «facendo fallire la soluzione a due stati [per il conflitto israelo-palestinese] e accogliendo una delegazione di coloni provenienti da Gerusalemme occupata. Rendersi gentili con Trump non cambierà l’atteggiamento di quest’ultimo nei confronti di Riyadh, né lo trasformerà in un amico, ma solo [l’Arabia Saudita] in un insignificante seguace, in una mucca da mungere. Il segnale più evidente a tal riguardo è l’annuncio d’investimenti per un valore superiore ai 200 miliardi di dollari per quattro anni che andranno decisamente in una unica direzione: i miliardi sauditi finanzieranno i progetti infrastrutturali che Trump aveva promesso ai suoi elettori in caso di vittoria [alle presidenziali]. [Tutto ciò avviene] mentre lo stesso governo saudita ha congelato piani simili [internamente] e ha imposto politiche di austerity al suo popolo».

Lo stato di crisi della «nazione araba»e del mito panarabo è un tema ricorrente su Ray al-Yawm. Significative, a tal proposito, sono le parole del suo direttore, ‘Abd al-Berry ‘Atwan: «Fino a non molto tempo fa, le preoccupazioni per gli israeliani derivavano dagli eserciti siriano, egiziano, iracheno, giordano o da quelli chiamati “stati del confronto”. Tuttavia, ormai si è giunti a un punto di non ritorno e i timori d’Israele nascono dall’Iran e da alcuni suoi alleati in Siria, Libano e parte dell’Iraq».[7]Secondo ‘Atwan, ciò sembra essere tanto più vero dopo che Damasco, subito un nuovo attacco missilistico di Tel Aviv  sul suo territorio, ha risposto prontamente lanciando una serie di razzi verso i jet e il territorio israeliano. «Èla prima volta in sei anni o forse di più – commenta il noto commentatore  – che questo accade e non è frutto del caso, ma rientra in una nuova strategia militare che segna la fine di una fase e segna l’inizio di un’altra. Quel che è certo è che la leadership siriana si è opposta all’aggressione israeliana ed è pronta ad assumersi tutte le conseguenze grazie a progetti preparati con estrema cura. Gli israeliani hanno recepito velocemente il messaggio e hanno ammesso per la prima volta il raid in territorio siriano e hanno attivato le sirene d’allarme rimanendo in silenzio e immobili per la paura dello shock»[8]. In un altro suo editoriale il noto editorialista osserva come la risposta di Damasco «ha mescolato le carte e ha cambiato gli equilibri militari e strategici nella regione, anche se parzialmente, confermando nuove realtà sul terreno». ‘Atwan elenca i cinque punti di svolta: «a) la leadership militare israeliana vive ora in uno stato di paura e preoccupazione di fronte al coraggio dei siriani; b) la risposta missilistica siriana non è soltanto frutto di una decisione del governo di Damasco, ma “dell’asse” a cui fanno parte anche Russia, Iran e Hezbollah e forse anche l’Iraq. Non si può compiere un atto del genere che ha conseguenze pericolose – come accendere una guerra regionale – senza che si sia prima coordinata con i suoi alleati; c) Il ministero degli Affari esteri russo ha convocato l’ambasciatore israeliano a Mosca. I russi hanno così mostrato il loro desiderio di porre fine alla baldoria degli israeliani in Siria ritenuta da Tel Aviv una zona militare di sua influenza; d) i progressi militari dell’esercito siriano realizzati negli ultimi mesi grazie al sostegno russo, iraniano e di Hezbollah con le riconquiste di Aleppo, Palmira e del quartiere Wa’ar ad Homs. Queste vittorie gli hanno dato fiducia e una grande dose di speranza; e) siamo ormai prossimi ad un peggioramento della situazione militare in Siria». «Damasco – aggiunge l’analista – è l’unico paese arabo ad essere ancora uno “stato dello scontro” e, sostenuto da Iran e Hezbollah, gode del sostegno russo. […] I sei anni trascorsi hanno confermato il fatto he la Russia non abbandona i suoi alleati e quando la leadership siriana le ha chiesto aiuto due anni fa è intervenuta con decisione impedendo la caduta del regime. Così come quando il Generale libico Khalifa Haftar l’ha chiamata in causa, lei ha accolto il suo appello. Pertanto, è impensabile che resterà con le mani in mano nel caso di una nuova aggressione israeliana in Siria, per Mosca ormai territorio di concentrazione militare di primo ordine in Medio Oriente». Secondo il già citato ‘Abd al-Rahman Rashed, se Israele «ha iniziato a esprimere la sua opinione sui negoziati di Ginevra [per la soluzione del conflitto in Siria], dopo aver taciuto nel corso di questi sei anni di guerra, ciò forse deriva dal fatto che gli elementi per una soluzione politica sono ormai più chiari. Sin dall’inizio [del conflitto], Israele è sempre stata contraria a qualunque cambiamento a Damasco perché, nonostante le divergenze e ostilità, ha convissuto con il regime per metà secolo circa e lo considera il suo vicino più sicuro e disciplinato perfino più dell’Egitto e della Giordania con i quali ha firmato gli accordi di pace. Tuttavia, la debolezza militare del regime siriano compensata dalle forze e milizie iraniane costituisce un cambiamento nell’equilibrio politico e della sicurezza nella regione. E non soltanto in Siria»[9]. Secondo il commentatore vicino alla monarchia saudita, «la nuova amministrazione statunitense concorda con la maggior parte degli stati della regione che è importante limitare l’espansione iraniana nell’area impedendo che questa si diffondi in Iraq, Siria e Libano. Tutto ciò è strettamente connesso ad un accordo che ponga fine alla guerra siriana».

 

In questo contesto, bisogna capire quale sarà il ruolo che giocherà Mosca. Su al-Arabi al-Jadid, Ahmad Sabahi avanza qualche interessante riflessione: «L’ingresso russo in Siria ha fatto nascere un nuovo equilibrio e ha ostacolato gli obiettivi che Israele si era prefissata di realizzare qui. L’aviazione israeliana non può più muoversi liberamente. [La presenza di Mosca] ha fatto poi fallire il tentativo di far cadere il regime di Bashar al-Asad spingendo Israele a collaborare con la Russia. I tre motivi [di questa cooperazione] li ha indicati il professore di scienze politiche dell’Università di Oxford Samuel Ramani: a) Netanyahu crede che Mosca possa ridurre il pericolo proveniente dal regime siriano e dai suoi alleati; […] b) il secondo motivo è il desiderio dei russi e dell’entità d’occupazione [Israele, ndr] di stabilizzare la regione. Il rafforzamento di Daesh preoccupa Tel Aviv che è d’accordo con Mosca sulla necessità di non far cadere il Paese nelle mani di organizzazioni estremiste per il pericolo che ne potrebbe derivare per entrambe; c) il terzo punto è rappresentato dal fatto che Israele sta incoraggiando la Russia a mantenere la sua presenza militare in Siria così da non lasciare campo libero agli iraniani e ai suoi alleati».[10]

Si concentra invece sulla composizione sociale della società siriana Mohammed Sayyed Rasas sul giornale libanese al-Akhbar[11]. L’analisi di Rasas parte dall’osservazione della divisione settaria che lacera il suo Paese: «Ilgoverno di Damasco non è un’autorità confessionale in quanto a base sociale. Nello stesso tempo il settarismo della società siriana del 2001-2017 è molto meno forte rispetto a quello del Libano del 1975-1990 e dell’Iraq del 2003-2017. Qui vi è un orientamento dei sunniti per un fattore ideologico derivante dall’Islam politico ma che non si trova presso i religiosi musulmani sunniti. Questo settarismo è aggressivo e consapevole di sé e definisce l’altro attraverso sé stesso». Rasas passa quindi ad analizzare l’opposizione: «Èda sottolineare come l’area rurale sia stata la base principale del sostegno al movimento anti-Asad dopo il 18 marzo 2011 mentre negli eventi del 1979-1982 gli islamici siriani avevano fatto affidamento alle classi medie di Aleppo e Hama. L’elemento comune, in entrambi i casi, è rappresentato dalla provincia marginalizzata di Idlib, base dei fondamentalisti negli anni 80 e dei jihadisti nel 2011-2017. Molto probabilmente se non ci fossero state le aree trascurate e impoverite, soprattutto dopo l’aumento del Mazot nel 2008, la crisi dopo il 18 marzo 2011 non avrebbe avuto tale portata». Infatti, «è chiaro che le politiche economiche liberiste tra il 2004-2010 hanno trasformato la maggior parte delle regioni rurali siriane in [aree] di opposizione [al governo]: nelle campagne di Aleppo, Deir al-Zor e Idlib salifiti jihadisti hanno trovato terreno fertile. Esattamente come è accaduto in Egitto negli anni ’80 quando la Jama’a al-Islamiyya si diffondeva nell’Alto Egitto mentre i Fratelli Musulmani soprattutto nelle città o nell’area del Delta, regioni più sviluppate rispetto alla prima».

Ma l’estremismo radicale islamico rappresentato in Iraq e Siria dallo Stato Islamico (Is) e da al-Qa’eda non è l’unico problema, anzi per alcuni commentatori il vero pericolo non sono queste due formazioni. ‘Abd Allah ben Bajad al-‘Atibi, per esempio, sul quotidiano emiratino al-Ittihad si proietta già nella fase post Is. Il quadro che traccia non è rassicurante: «I fondamentalismi sunniti – rappresentati dalla “Fratellanza musulmana” e da organizzazioni dell’Islam politico – gruppi terroristici e fondamentalisti sciiti come l’Iran e le sue milizie in Libano, Iraq, Siria e Yemen, i rimasugli della sinistra e di quelli delle cosiddette “Primavere arabe”, lanceranno attacchi contro i Paesi del Golfo (l’Arabia Saudita e gli Emirati in particolare) che si sono alleate nuovamente con l’America dopo Obama».[12]Lo scenario futuro per al-‘Atibi è inquietante: «Quando Da’esh sarà tramontato, usciranno fuori altre organizzazioni con altri nomi che agiranno in modo altrettanto disgustoso e terroristico, almeno che il loro estremismo religioso non venga estirpato alle radici. La lotta al settarismo armato sostenuto dall’Iran ed esportato nei paesi arabi avrà la priorità. […] I nuovi equilibri regionali porteranno all’accerchiamento dell’Iran e lo costringeranno a ritornare [a concentrarsi] sulle questioni interne, lontano quindi da tutte queste avventure non calcolate per [acquisire] influenza». Per Mohammed al-‘Ayyash[13] di al-Quds al-Arabi, saranno tre le «tragedie»che affliggeranno la regione araba dopo la fine di Daesh. La prima, osserva l’autore palestinese, è che «i soldati americani sono in Iraq e Siria e forse in altri Paesi dell’area. Questo significa che il nuovo presidente statunitense sta adottando gradualmente politiche simili a quelle di George Bush Junior che si basano sulla presenza degli Usa in Medio Oriente. […] La seconda tragedia è che avremo di fronte una nuova generazione di terroristi e [vivremo] una rinnovata stagione di violenza perché un ingente numero di combattenti di Daesh o sono fuggiti o stanno per fuggire in aree lontane dai combattimenti. Il suo crollo in Iraq e Siria e la perdita del territorio che controllava non vuol dire affatto che abbia smesso di esistere. La storia di al-Qa’eda e dei Talebani ne è una prova». L’ultima «catastrofe»che attende l’area mediorientale è poi quella umanitaria. Il messaggio finale di ‘Ayyash è amaro: «Queste tre tragedie e forse altre attenderanno gli arabi dopo che sarà terminata la guerra di Mosul e dopo che sarà apparso chiaro il piano degli americani per sconfiggere Da’esh. […] E mentre gli arabi pagano il prezzo del caos che sta distruggendo l’area – caos che deriva in gran parte dalle politiche americane passate – il problema principale resta il fatto che non esiste un piano arabo per affrontare tali crisi: gli arabi sono ancora un “oggetto” e non un “soggetto” nella regione di cui, presumibilmente, dovrebbero invece decidere il destino».

31/03/2017


[1]A. Rashed, Passi in avanti importanti per Riyadh, Sharq al-Awsat, 16/3/2017, consultabile su https://tinyurl.com/kyjhn5q

[2]S. al-Dossari, Riformare l’alleanza saudita-americana, Sharq al-Awsat, 19/03/2017, consultabile su https://tinyurl.com/mrfu2a5

[3]R. Dergham, Il ritorno delle relazioni saudite-americane ai loro principi tradizionali, al-Hayyat, 17/3/2017, consultabile su https://tinyurl.com/mgyv4zj

[4]A. Farraj, Il regno e Trump: il ritorno dell’alleanza, al-Jazirah, 20/3/2017, consultabile su http://www.al-jazirah.com/2017/20170320/ln18.htm

[5]A. ‘Atwan è, come vedremo in seguito, il direttore del panarabo Ray al-Yawm ed è accusato da molti commentatori del Golfo di essere vicino “all’asse sciita” guidato dall’Iran.

[6]Ray al-Yawm, Giudici americani guastano il decreto razzista di Trump, 16/3/2017, consultabile su http://www.raialyoum.com/?p=639582

[7]A. ‘Atwan, Crescente concentrazione americana nella regione con il pretesto della lotta al terrorismo, Ray al-Yawm, 9/3/2017, consultabile su http://www.raialyoum.com/?p=635410

[8]A. ‘Atwan, L’impasse israeliana si aggrava dopo la riposta missilistica siriana, Ray al-Yawm, 19/3/2017, consultabile su http://www.raialyoum.com/?p=640158

[9]A. Rashed, Il conflitto iraniano-israeliano in Siria, Sharq al-Awsat, 12/3/2017, consultabile su https://tinyurl.com/lbp9mf8

[10]A. al-Sabahi, Israele e la Siria, 19/3/2017, al-Araby al-Jadid, consultabile su https://tinyurl.com/n4emwfy

[11]M. Rasas, La società siriana nei sei anni della crisi, al-Akhbar, 21/3/2017, consultabile su http://www.al-akhbar.com/node/274468

[12]A. al-‘Atibi, Dopo Da’esh, combattere i fondamentalisti, al-Ittihad, 20/3/2017, consultabile su http://www.alittihad.ae/wajhatdetails.php?id=93513

[13]  M. ‘Ayyash, Tragedia dopo Daesh, al-Quds al-Arabi, 21/3/2017, consultabile su http://www.alquds.co.uk/?p=691331

 

Autore: 
Roberto Prinzi

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