Crisi migratoria e politiche europee

Crisi migratoria e politiche europee
Osmedreloaded n.2 Febbraio 2017

La “crisi europea dei migranti e dei richiedenti asilo” che sta assumendo sempre più un carattere  strutturale, è da almeno tre anni una delle questioni più spinose per le istituzioni dell'Unione europea e per le classi politiche dei singoli Paesi membri. La retorica della “crisi” che sembra porre l'accento sulla emergenzialità della questione, l'uso strumentale che ne fanno movimenti e partiti populisti di tutta Europa e la lentezza nell'azione che caratterizza le nostre istituzioni sia a livello nazionale che europeo, sembrano determinare, invece, più una “crisi delle politiche migratorie” che una crisi migratoria vera e propria.

Lungi dal voler negare l'esistenza stessa del problema, che ha tante cause quanti sono i modi (giuridici e non) che usiamo per definire ciascuna categoria di migrante, è chiaro che intorno ad esso, come attratti da una forza centripeta, si sono attaccate tutte le questioni irrisolte che caratterizzano la politica e la società del Vecchio continente da almeno due decenni. L'incapacità della politica di stare al passo con l'economia e con la rapidità della diffusione delle informazioni, la difficoltà dimostrata nella gestione delle disuguaglianze sociali sempre crescenti, l'assenza di nuovi modelli di sviluppo economico che integrino le sfide della modernità e regolino in modo più equilibrato il rapporto tra pubblico e privato, la frattura sempre più profonda tra Europa del Sud ed Europa del Nord, ad esempio, sono emerse con maggiore evidenza al manifestarsi in forma massiva del fenomeno delle ondate migratorie.

A partire dal tragico naufragio nel Mediterraneo del 9 aprile 2015 (in cui persero la vita 850 persone), le istituzioni europee hanno finalmente cominciato a occuparsi in modo più sistematico della questione.

Il 20 aprile 2015, infatti, il commissario per le migrazioni, gli affari interni e la cittadinanza, Dimitri Avramopoulos e l'alto rappresentante Mogherini, elaboravano un piano d'azione in 10 punti con cui, per la prima volta, si tentava di alleggerire la pressione migratoria sui Paesi di frontiera attraverso diverse misure che, in deroga al  Regolamento di Dublino III, permettevano un ricollocamento, di emergenza, dei richiedenti asilo. Il 13 maggio dello stesso anno la Commissione adottava “l'Agenda europea sulla migrazione” che affermando per la prima volta la responsabilità condivisa degli Stati membri sul tema, individuava azioni concrete per “definire una nuova politica di migrazione legale, una forte politica in materia di asilo, salvare vite e garantire la sicurezza delle frontiere esterne e ridurre gli incentivi alla migrazione irregolare”.

All'“Agenda” sono seguite diverse misure come ad esempio: l'istituzione di Eunavfor Med, un'operazione navale contro i trafficanti di esseri umani, con un mandato molto ampio diviso per fasi, la prima, conclusa nel settembre 2015,  affidava compiti di  sorveglianza e valutazione delle reti del traffico e della tratta di esseri umani, la seconda, più operativa permetteva di “procedere, nel rispetto del diritto internazionale, a fermi, ispezioni, sequestri e dirottamenti in alto mare di imbarcazioni sospette”. Allo stesso tempo, si svolgevano conferenze e riunioni per chiudere il canale orientale dei flussi, quello che dalla Siria e dal Libano giungeva ai Balcani occidentali, e che portarono al molto discusso accordo Ue-Turchia. Un accordo che affidava al principale Paese di transito dei profughi e dei migranti, la Turchia, il compito dell'assistenza e della gestione dei flussi, in cambio di un primo ingente finanziamento di 3 miliardi e della liberalizzazione dei visti ai cittadini turchi nello spazio Schengen.

Nel marzo 2016 veniva adottato dal Consiglio un regolamento per dotare l'Ue di strumento di assistenza di emergenza per aiutare la Grecia e gli altri Stati frontalieri colpiti dalla crisi migratoria con uno stanziamento di 180 milioni di euro per 2016, mentre veniva approvata la prosecuzione del controllo delle frontiere interne dello spazio Schengen per Danimarca, Germania, Austria, Svezia e Norvegia per un periodo di sei mesi.

Accanto a queste misure puramente emergenziali, la Commissione lavorava per presentare una serie di proposte al fine di riformare il sistema europeo comune di asilo e definire un quadro di partenariato con i Paesi terzi.

Mentre i flussi diminuivano sul canale orientale, dal giugno 2016 i leader dell'Ue decidevano di affrontare in modo più incisivo la rotta del Mediterraneo centrale che dalla Libia giunge sulle coste italiane.

Il 20 giugno 2016, infatti, veniva prorogato il mandato di Eunavfor Med e integrato con due compiti di sostegno relativi alla "formazione della guardia costiera e la marina libiche e al contributo all'attuazione dell'embargo Onu sulle armi in alto mare". La stabilizzazione della Libia e il rafforzamento del neonato Governo di Fayez al Sarraj, su cui da tempo lavora l'Italia, spesso da sola o in aperto contrasto con la diplomazia di altri Paesi europei, sono condizioni imprescindibili per il controllo dei flussi e il contrasto ai trafficanti di esseri umani. Ma non solo. Come dichiarato spesso dai nostri militari impiegati in Eunavfor Med, la guerra ai trafficanti può essere vinta con uno sforzo maggiore sul piano politico, non solo rafforzando la cooperazione con la Libia, il cui Governo nazionale non ha ancora il pieno controllo del territorio ma intervenendo su più fronti, dal controllo dell'intera “filiera” degli sbarchi clandestini, in cui, ad esempio, ha un importante ruolo la vendita pienamente legale, da parte della Cina, dei gommoni “usa e getta” utilizzati dagli scafisti, oppure sul piano giuridico internazionale, invocando l'autorizzazione dell'Onu a muovere azioni militari nelle acque libiche.

È evidente che il solo approccio emergenziale e difensivo, soprattutto per ciò che concerne la rotta del Mediterraneo centrale non ha avuto molto successo, solo nel 2016 sono sbarcati in Italia circa 180.000 persone e più di 4000 hanno perso la vita in mare. Alla luce del percorso fin qui compiuto dall'Italia e dall'Ue, sono certamente da salutare con favore il recente accordo bilaterale Italia-Libia, firmato il 2 febbraio da Gentiloni e Sarraj, e la “dichiarazione di Malta” del 3 febbraio, a seguito del vertice informale dei capi di Stato e di Governo dell'Unione, perché segnano un importante cambio di passo, prevedendo anche un maggiore sostegno tecnico e finanziario al Governo libico, al fine di migliorare la situazione socio-economica del Paese, ma il cammino sarà ancora lungo anche perchè probabilmente sarà difficile rimuovere i condizionamenti  dei ritardi accumulati e dell'approccio che fin ad ora ha caratterizzato l'azione dell'Ue e di alcuni Paesi membri.

27/02/2017

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