Dal G7 al G20: i nodi irrisolti dopo il vertice di Taormina

Dal G7 al G20: i nodi irrisolti dopo il vertice di Taormina
Osmedreloaded n.6 giugno-luglio 2017

Se a Lucca un tentativo di coesione c’era stato, il vertice di Taormina, dello scorso maggio, ha portato platealmente alla luce tutte le divergenze che i ministri degli Esteri del G7 avevano cercato, diplomaticamente, di non far emergere. Tra scontri diretti e silenzi strategici il G7 ha segnato ufficialmente una netta linea di demarcazione tra le posizioni del presidente americano Donald Trump e gli altri leader su temi cruciali come clima, migrazioni e commercio. Unico risultato tangibile è stato la Dichiarazione di Taormina sulla lotta al terrorismo, tema su cui all’indomani dell’attentato a Manchester era necessario un forte segnale di unità da parte dei leader del G7. Un vertice “sei più uno” che ha visto Trump isolato ma fermo sulle sue posizioni. Una distanza che, fin dalla cerimonia inaugurale, il presidente degli Stati Uniti ha rimarcato anche fisicamente seguendo a debita distanza, in auto elettrica, i leader, nella passeggiata dal centro di Taormina all’Hotel San Domenico, sede del summit. Mentre il flirt diplomatico tra il neo presidente francese, Emmanuel Macron, e la cancelliera tedesca, Angela Merkel, ha fatto subito parlare di nuovo asse franco-tedesco, Trump ha trovato un punto di accordo sul commercio con la premier britannica Theresa May, nel sostenere i negoziati bilaterali contro un multilateralismo fortemente voluto da Germania, Francia, Italia e Canada. In un comunicato finale dove ogni parola è stata frutto di lunghi negoziati, sul commercio ha vinto il concetto, baluardo dell’Europa unita e conservatrice, della lotta al protezionismo con la concessione, di chiaro stampo statunitense, del contrasto alle politiche scorrette. Una sorta di monito, da parte di Trump, diretto alla Germania (e alla Cina) che, nella visione del presidente americano, punta, attraverso il suo crescente potere economico, a dominare l’Europa e mettere in difficoltà gli Stati Uniti e la Russia.

Sul terrorismo è emersa la volontà comune di collaborare attraverso la condivisione delle informazioni, l’aumento dei controlli di sicurezza e un appello ai Communications Service Providers e alle social media companies affinché accrescano i loro sforzi nel contrastare i contenuti diffusi dai terroristi. Un risultato degno di nota, almeno sulla carta. L’effettiva efficacia, e messa in atto, delle misure contenute nel documento dovrà superare lo scetticismo britannico dopo l’ultima fuga di notizie da parte dell’intelligence americana.

Sulle principali crisi internazionali sono state confermate le linee guida tracciate a Lucca, con, per quanto riguarda Siria e Ucraina, l’ambiguità di fondo che caratterizza i rapporti tra i governi del G7 e la Russia. Da una parte un’apertura nei confronti di Putin qualora decidesse di usare positivamente la sua influenza su Assad per arrivare a un reale cessate il fuoco e procedere all’avvio di un processo di transizione; dall’altra la conferma delle sanzioni con la minaccia dell’applicazione di misure più restrittive qualora la Russia non proceda alla completa attuazione degli accordi di Minsk.

In un G7 tutto in salita, terminato con il silenzio stampa da parte di Trump e della Merkel, il padrone di casa, Paolo Gentiloni, ha avuto il difficile ruolo di mediatore per cercare di ottenere dal vertice il miglior risultato possibile. 

Il clima in cui si sarebbe svolto il vertice era già evidente a Bruxelles, dove, il 25 maggio scorso, si è svolto il summit Nato. Il primo per il presidente Trump, dopo le sue dichiarazioni sull’obsolescenza dell’Alleanza e la possibilità per gli Usa di rispondere in difesa di un’eventuale aggressione contro un alleato solo previa valutazione della regolarità dell’impegno sulla percentuale di Pil dedicata al budget per la difesa da parte del Paese in questione. Come era immaginabile la questione dei contributi alla difesa comune è stato uno dei principali temi di scontro. Lo standard del 2 percento di Pil è stato introdotto come linea guida nel 2006 quando, mentre gli Stati Uniti aumentavano la spesa militare, a causa delle guerre in Afghanistan e in Iraq, da parte degli alleati europei si registrava una contrazione dei finanziamenti. Tali linee guida, adottate inizialmente dai ministri della Difesa dei Paesi Nato, furono poi approvate dai leader nel vertice del Galles del 2014 come obiettivo da raggiungere entro il 2024. Attualmente, su 28 Paesi, solo 5 sono in regola: Stati Uniti, Grecia, Estonia, Regno Unito e Polonia. Recentemente il Canada ha annunciato un aumento delle spese per la Difesa comune mentre Francia, Germania e Italia, ancora lontane dallo standard previsto, hanno tentato più volte di ritrattare sulla percentuale. L’obiettivo del Trump esattore, a Bruxelles, tuttavia, era la Germania con la sua percentuale di investimenti nella Difesa comune ferma a 1,2 punti di Pil. Una cifra che copre il 5,1 percento della spesa totale mentre gli Stati Uniti provvedono al 68,2 percento delle spese Nato. Secondo le stime presentate da Trump se tutti avessero versato il giusto ci sarebbero 119 miliardi di dollari in più a disposizione della Difesa comune.

Così alla vigilia del vertice di Taormina lo scontro Trump-Merkel era già iniziato. Il presidente degli Stati Uniti ha parlato di «mancanza di rispetto nei confronti del popolo americano», la cancelliera tedesca ha rilanciato promettendo un maggiore impegno da parte della Germania ma sottolineando come la vicinanza della Casa Bianca al Cremlino, ostacoli ulteriori sforzi. A inasprire il clima vi sono state, poi, a margine del summit Nato, le dichiarazioni fatte da Trump ai vertici Ue sul surplus commerciale tedesco.

A Bruxelles Trump non ha fatto concessioni, indossando, fin da subito, la corazza di inflessibilità con cui avrebbe affrontato il G7. Evidente espressione di questa scelta è stata la decisione di non menzionare l’articolo 5 del Trattato dell’Alleanza, tagliando dal suo discorso il passaggio, atteso da tutti, in cui dichiarava l’incrollabilità di tale articolo per gli Stati Uniti. Un punto, poi chiarito successivamente durante un incontro con il presidente romeno Klaus Iohannis, che ha, tuttavia, sollevato molte polemiche tra gli alleati e contribuito a creare il clima ostile di Taormina. Una strategia che, dal punto di vista del presidente americano, è stata vincente. Dal summit Nato, Trump è, infatti, uscito con in tasca l’ingresso a pieno titolo della Nato nella coalizione anti Isis, da lui fortemente sostenuto nonostante le resistenze di Francia e Germania, e l’impegno da parte dei partner europei a incrementare le spese per la Difesa senza aver dovuto, in quella sede, ribadire chiaramente l’obbligo di intervenire in aiuto di alleati attaccati.

L’ingresso della Nato nella coalizione anti Isis ha sancito il ruolo di Trump come leader indiscusso della coalizione e ha permesso al presidente degli Stati Uniti di portare a casa un successo tangibile nonostante le divergenze e mantenere fede alle sue promesse elettorali con i giornali americani che nella giornata inaugurale del G7 titolavano a tutta pagina “Per la Nato è giunto il tempo di pagare”. 

Il tema della lotta al terrorismo è stato cavalcato da Trump anche a Taormina come tentativo di intervenire sulla scaletta e trovare consensi spegnendo i riflettori sull’ambiente. Il presidente americano, reduce da un incontro glaciale con il Papa, in cui Bergoglio lo ha omaggiato con l’enciclica Laudato si’ sulla custodia del creato, ha cercato di distogliere l’attenzione da un tema per lui scomodo e sul quale non aveva alcuna intenzione di ritrattare. E proprio il tema dei cambiamenti climatici ha rappresentato la frattura più profonda tra Trump e gli altri leader. In particolare è stato il terreno di scontro con Macron, fervido sostenitore dell’Accordo di Parigi che al suo debutto sulla scena internazionale si è fatto portavoce del malumore generale sul tema. Nel paragrafo su Clima ed Energia del comunicato finale dei leader del G7 viene indicato che gli Stati Uniti d’America stanno attraversando un processo di revisione delle loro politiche sul cambiamento climatico e sull’Accordo di Parigi e che, per tale motivo, non sono nella posizione di fornire il loro consenso su questi temi. Consenso che viene, invece, ribadito con forza dai leader di Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone e Regno Unito. La riflessione sul tema promessa da Trump a Taormina si è trasformata, pochi giorni dopo la fine del vertice, nell’uscita degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, annunciata dal presidente americano con un discorso dal Rose Garden della Casa Bianca. Per Trump, e per le lobby del petrolio a cui deve molte delle sue promesse elettorali, si riduce tutto ad una questione economica. Nel corso dei prossimi decenni, secondo le stime del presidente degli Stati Uniti, il Pil americano perderebbe tremila miliardi di dollari a causa del rispetto dell’ accordo sul clima. E poi c’è la Cina. Secondo Trump gli impegni che l’Accordo di Parigi strappa al gigante d’Oriente sono insignificanti rispetto agli obiettivi di riduzione delle emissioni «non realistici» negoziati da Barack Obama. Il presidente americano ha chiesto un nuovo accordo che, probabilmente, immagina cucito su misura per le esigenze degli Stati Uniti, all’insegna dell’America First e delle convinzioni di Scott Pruitt, il direttore dell’Epa, l’Agenzia americana per la protezione dell’ambiente, da lui designato, noto per le sue convinzioni negazioniste del contributo dei gas serra al riscaldamento globale (una correlazione che la Nasa ritiene credibile al 95 percento) e per i legami con l’industria petrolifera americana.

Un nuovo accordo, tuttavia, non si farà. Gli impegni di Parigi per Germania, Francia e Italia non sono negoziabili. È dello stesso avviso anche Theresa May che, tuttavia, non ha voluto firmare la lettera di condanna della decisione americana, redatta dalle tre nazioni europee del G7, limitandosi ad esprimere la sua delusione per la scelta di Trump.

La discussione sul clima, proseguita a Bologna, durante il G7 dei ministri dell’Ambiente, ha acuito la distanza della posizione degli Stati Uniti rispetto a quella degli altri governi. Scott Pruitt ha abbandonato il summit dopo la prima mattinata di lavori e del suo intervento rimane solo la postilla al paragrafo sui cambiamenti climatici del documento finale. Una breve annotazione in cui l’amministrazione Usa si dissocia da quella parte del comunicato, sottolineando la volontà di continuare a collaborare con i partner internazionali «in una maniera che permetta di preservare sia un’economia forte che un ambiente salutare».

Tra i nodi irrisolti del vertice di Taormina, in primo piano, vi è la questione migranti. Il testo proposto dalla presidenza italiana è stato ridimensionato dalla delegazione americana e di quella che inizialmente doveva essere una dichiarazione aggiunta sul tema, sono rimasti solo due paragrafi nel comunicato finale del G7. L’impronta di Trump ha posto un forte accento sulla sicurezza a discapito della solidarietà. Accanto a un generico «sostegno ai Paesi di provenienza» dei migranti vi è chiara l’affermazione del «diritto sovrano di ciascun Paese di controllare i propri confini e di sviluppare politiche tenendo conto dei propri interessi nazionali e della propria sicurezza». 

Se il clima alla vigilia del G7 non era dei più sereni, quello in cui si svolgerà il G20 del prossimo 7 e 8 luglio, si prospetta ancora peggiore. Durante il summit di Taormina Angela Merkel già si preparava per lo scontro di Amburgo. Il cambio di passo si è avvertito già al vertice Ue dello scorso 22 giugno a Bruxelles. La cancelliera tedesca, con il supporto di Macron, punta a ristabilire una leadership forte in Europa. Ma per farlo è necessario, innanzitutto, ricostruire quella coesione interna che alcune questioni, prima fra tutte quella delle migrazioni, rischiano di sgretolare. La frattura nelle relazioni transatlantiche intorno all’Accordo di Parigi ha dato alla cancelliera tedesca l’occasione di creare quel fronte comune europeo di cui lei ambisce alla guida. A Bruxelles, dove Gentiloni ha messo sul tavolo le problematiche inerenti agli sbarchi sulle coste italiane, da parte della Merkel e di Macron vi erano state generose aperture seppur nessun atto ufficiale o decisione concreta come ad esempio l’avvio della riforma del Trattato di Dublino, fortemente chiesta dall’Italia. Si è parlato di “frontiere comuni” da gestire insieme e la cancelliera tedesca ha assicurato che la lotta contro le cause all’origine dell’immigrazione sarà uno dei grandi temi della presidenza del G20. Un idillio naufragato durante il recente vertice convocato dalla Merkel a Berlino con i leader europei del G20. L’incontro il cui obiettivo era quello di preparare un fronte comune da schierare ad Amburgo, ha, in realtà, fatto emergere tutte le divisioni interne al contesto europeo.

Il messaggio della cancelliera tedesca in vista del G20, tuttavia, rimane lo stesso: coesione. L’Europa deve prendere il suo destino nelle sue mani e mostrarsi compatta difronte alle sfide globali, alla Brexit e alle posizioni divergenti degli Stati Uniti.

I temi principali del G20 targato Angela Merkel sono gli stessi su cui la cancelliera non è riuscita a ottenere risultati soddisfacenti a Taormina: libero commercio, lotta ai cambiamenti climatici, terrorismo internazionale e, grazie al pressing del premier Gentiloni, che è arrivato a minacciare un blocco navale, le migrazioni, tema che implica la necessità di una seria discussione sulla Libia.

Ad Amburgo, in quelli che, come ha affermato la stessa cancelliera, saranno “negoziati difficili”, vedremo il Trump antiglobalista cercare di disgregare il fronte sul clima e misurarsi con il primo faccia a faccia con Putin. Per l’Europa, invece, sarà l’occasione di decidere quale ruolo giocare sullo scacchiere internazionale. 

26/07/2017

Autore: 
Giulia Prosperetti

Copyright ©2014 Istituto di studi politici "S.Pio V"  -  Webmail