Documento per l'Europa (1957-2017)

Documento per l'Europa (1957-2017)
Osmedreloaded n. 3 marzo 2017

Il processo di integrazione europea costituisce ormai un dato di fatto irreversibile, che neanche taluni recenti sviluppi negativi come la Brexit possono rimettere in discussione. Sessanta anni sono comunque un intervallo di tempo sufficiente per un sereno e ponderato giudizio sul percorso europeista. Oggi è più che mai importante ricordare quella mirabile stagione che produsse i Trattati di Roma e la nascita dell’Europa unita, grazie all’impegno di statisti illuminati che manifestarono la volontà di costruire un sentimento in cui fossero garantite sul terreno democratico pace e benessere.

Il processo di integrazione europea è stato certamente segnato da importanti successi, come: l’allargamento verso Est, la forte mobilità studentesca grazie ai progetti Erasmus, la fondamentale integrazione strutturata nel delicato settore della difesa comune europea. E ancora: il cammino che ha condotto buona parte dell’Europa ad unificare la moneta, mentre il più generale mercato delle merci, dei servizi e dei capitoli ha potuto assicurare ai cittadini europei la tutela dei diritti umani e la libertà di movimento in uno spazio transnazionale.

Ma questo processo appare oggi irto di ostacoli: la crisi globale del 2007-2008 ha colpito duramente l’Unione Europea mettendo a rischio le conquiste raggiunte e, lungi dal concludersi, sembra divenuta ormai strutturale; la Brexit britannica ha rappresentato un “colpo a tradimento” per l’Unione Europea; la stessa sconfitta referendiaria del Governo Renzi, in Italia, è stata letta a Bruxelles come un severo messaggio.

A ciò si aggiungono i timori legati alle ormai inarrestabili ondate migratorie che mettono a dura prova i Paesi di prima accoglienza, spesso lasciati soli e senza adeguato sostegno, nella assenza di un corrispondente sistema unico europeo. In un senso più generale, poi, si è andata progressivamente affievolendo la percezione, sia da parte dei governanti sia dei governati, del significato profondo dell’originario progetto di integrazione europea, inteso tanto come aspettativa di sviluppo economico, quanto – soprattutto – come consapevole impegno politico e culturale per la realizzazione di un’Europa unita. Al tempo stesso, presso una larga parte dell’opinione pubblica degli Stati membri, la stessa credibilità delle istituzioni europee viene messa sempre più in discussione.

Quali passi bisogna allora compiere per superare l’empasse attuale e proiettare l’Europa sempre più verso una dimensione realmente solidale e federale?

Per realizzare un tale obiettivo occorre un cambio di passo sia dell’Unione Europea che dei Governi nazionali, in modo da riavvicinare progressivamente i cittadini del Vecchio Continente alle istituzioni comunitarie e favorire il rinnovamento di queste ultime secondo modalità partecipative e, per quanto possibile, orizzontali. Sarà importante, in tal senso, ideare policy tese ad una maggiore integrazione politica e sociale, tali da rendere le popolazioni europee partecipi di un processo di costruzione comune e condiviso. È quindi essenziale tornare a un’idea di continente che abbia al centro la propria dimensione sociale e politica, e non la finanziarizzazione dell’economia.

Cruciale, in questa prospettiva, risulta la necessità di superare il difetto di legittimazione derivante da una carenza di investitura, che solo può fondarsi sulle elezioni dirette da parte del popolo sovrano. È un dato di fatto che gli organi decisionali della UE restino comunque sotto il controllo dei governi nazionali, con un potere politico tutto concentrato in organi non eletti e un Parlamento europeo – unico eletto a suffragio universale – privo del potere legislativo. Le critiche rivolte alla mortificazione della dimensione sociale dell’Europa – nata su una scelta federalista resasi incompiuta – si sono poi rafforzate con la crescita della dimensione tecnocratica, non soggetta a controllo popolare.

Allo stesso modo, occorre finalmente coordinare le politiche di difesa e sicurezza comune e affrontare l’irrisolta questione della reale armonizzazione delle politiche fiscali dei membri dell’UE, senza la quale la stessa integrazione monetaria appare una riforma monca.

Non meno importante, sotto il profilo politico-culturale, sarebbe poi l’estensione dell’esperienza Erasmus ai soggetti delle Pubbliche Amministrazioni e degli apparati produttivi (soprattutto nei settori dell’energia e dei trasporti) dei Paesi membri.

Quanto alla gestione dei flussi migratori, si impone ormai una piena condivisione degli oneri e unità di azione tra i Paesi membri, accompagnate da accordi con i Paesi di provenienza, soprattutto africani; tutto ciò senza escludere peraltro un rinnovato impegno dell’UE  teso a favorire lo sviluppo dell’Africa anche nel quadro dello speciale rapporto che risale agli inizi della costruzione europea, successivamente esteso ai Caraibi e al Pacifico (donde il gruppo dei Paesi ACP) e che ha oggi il suo fondamento giuridico nell’Accordo di Cotonou.

Alle tematiche europee l’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” ha dedicato ampio spazio nel corso della sua lunga attività di ricerca. Con l’occasione dei sessant’anni dei Trattati di Roma, essa verrà accentuata nella convinzione di dover stimolare l’attenzione e la sensibilità sulle tematiche europeiste, colte negli aspetti culturali, politici ed economico-sociali. Identità, cultura, cittadinanza, diritti, sviluppo sostenibile: sono queste le parole chiave intorno alle quali l’Istituto intende, appunto, spronare le classi dirigenti e la società civile “a pensare europeo”, anche per  ricordare come l’utopia nata a Ventotene sia stata il frutto di un lungo cammino.

Roma 16 marzo 2017

Autore: 
Istituto S. Pio V

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