I traffici dei migranti e gli interessi in gioco

I traffici dei migranti e gli interessi in gioco
Un business dalle dimensioni impressionanti in cui le responsabilità occidentali non sono affatto secondarie

L'esodo di centinaia di migliaia di persone che fuggono da guerre e distruzione presenta una certa varietà di aspetti e sfaccettature attraverso le quali può essere letto e interpretato. Una di queste è certamente quella del giro di affari che questo esodo massiccio può assumere se qualcuno si "interessa" ad esso in quanto possibile mercato. In che senso però? Se si interpreta il desiderio o meglio, la necessità legata alla sopravvivenza, di fuggire dalla terra di origine, da parte di centinaia di migliaia di persone come un potenziale mercato in crescita esponenziale ecco allora che le guerre, civili o meno, possiedono un "effetto collaterale" che può fare gola a chi ha come orizzonte e fine quello dell'arricchimento e del controllo di aree territoriali, flussi di individui e di un meccanismo che interessa molte nazioni e coinvolge svariati interessi. I mercanti di uomini questo lavoro lo svolgono da molto tempo e oggi, complici le guerre, le armi e tecnologie che facilitano svariate operazioni logistiche di coordinamento e trasporto, essi sono nuovamente balzati sulle prime pagine dei giornali e in numerosi servizi televisivi. O meglio: coloro che vengono additati come carnefici cioè scafisti e contrabbandieri hanno ottenuto un certo risalto mediatico. In realtà il meccanismo poco sopra accennato sembra essere ben più complesso e sembra possedere una serie di livelli e di strutture organizzative in qualche misura intergrate di cui quella dello scafista è soltanto l'ultima e nemmeno quella più carica di responsabilità complessive.

Innanzitutto il giro di affari è dell'ordine dei 10 miliardi di dollari all'anno, secondo le stime dell'Organizzazione mondiale dei migranti. Sono i flussi che puntano al Mediterraneo. Se si parla di mercato viene in mente anche la possibilità di interpretare il fenomeno come un'industria e, in questa ottica, quella dei migranti è la seconda industria criminale dopo il traffico di sostanze stupefacenti e prima del traffico di armi. In realtà, sul piano economico, dal momento che si tratta di stime difficili da effettuare, altri calcoli indicano ad oltre trenta i miliardi di euro del fatturato annuo di questa industria. Le rotte che i trafficanti di persone controllano coprono praticamente tutti i fronti africani e mediorientali. Tra i nuovi trafficanti ci sono poi gli uomini dell'Isis che hanno "tradotto" in lauti profitti i flussi di profughi dalla Siria e dall'Iraq verso le coste turche sul Mediterraneo. In Africa, invece, i trafficanti hanno creato dei "corridoi" ben collaudati e controllati, attraverso il deserto, per trasferire immigrati provenienti dal cuore del continente ma anche dall'Asia, verso il Maghreb e in particolare in Libia.

Il business interessa però anche coloro che, in Europa, possono risultare "complementari" ai trafficanti africani e mediorientali. In Sicilia, ad esempio, la magistratura italiana ha condotto alcune inchieste che hanno dimostrato come uomini dei clan di Cosa nostra si accordino con gli scafisti e, in cambio di una percentuale sul "biglietto" pagato dai profughi (dell'ordine delle migliaia di euro cadauno), scortino le imbarcazione attraverso il canale di Sicilia e assistano fino a terra gli scafisti.

Molto interessante, a questo proposito, è poi l'inchiesta condotta dai magistrati di Roma che stanno indagando su Mafia Capitale e che hanno messo in luce l'intreccio - trasversale politicamente - degli interessi nella gestione di una delle maglie della lunga catena dello sfruttamento e dell'incentivazione dell'esodi di tanti individui. Il business dell'accoglienza, infatti, coinvolgerebbe, oltre a Cosa nostra, anche esponenti del neofascismo romano e le cooperative rosse. La gestione dei centri di prima accoglienza per i migranti è capace di attivare un giro di fondi pubblici dell'ordine dei due milioni di euro al giorno circa. Sono fondi poi girati ad operatori privati che hanno in gestione i ventisette centri di prima accoglienza.

Il gigantesco meccanismo che si è così attivato sulla base delle semplice considerazione del fatto che centinaia di migliaia di persone sono disposte a pagare cifre esorbitanti pur di fuggire da teatri di guerre, alimentate - non bisogna mai dimenticarlo - dal costante flusso di armi, ha indotto organizzazioni di vario tipo a creare, coordinare e alimentare questa enorme e terrificante industria dello sfruttamento. Come sembra sempre più evidente dalle inchieste della magistratura e dalle indagini delle polizie di vari paesi, ultimo dei quali l'Austria, gli interessi coinvolti sono anche, se non soprattutto, occidentali. E questo dato dovrebbe indurre a riconsiderare radicalmente la situazione e a trovare soluzioni diverse da quelle fin quì realizzate.

04/09/2015

Autore: 
Rigas Raftopoulos

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