Il Libano verso la normalità

Il Libano verso la normalità
Osmedreloaded n.1 Gennaio 2017

La piccola repubblica levantina sta davvero 'tornando alla normalità' e, per quanto il significato che i libanesi danno a questa locuzione sia molto diverso da quello che diamo noi osservatori occidentali, le soluzioni trovate dai partiti ad alcune delle questioni istituzionali e amministrative, che bloccavano il Paese dallo scoppio della “guerra civile” siriana, lasciano ben sperare per una rinascita del Libano.

Con l'acuirsi della crisi siriana, infatti, la classe dirigente libanese aveva fatto precipitare il Paese in una delicatissima fase di stallo da cui sembrava non poter più uscire: aveva rinviato le elezioni politiche, prolungando il mandato dei deputati di ben quattro anni oltre la scadenza naturale; non riusciva ad eleggere un presidente della Repubblica, lasciando la carica vacante per più di due anni; e, infine, aveva numerose difficoltà nella gestione della raccolta dei rifiuti e della continuità dell'erogazione dell'energia elettrica, causando gravi danni a diversi settori dell'economia.

Ciò nonostante, nel corso del 2016, i primi timidi segnali di un 'ritorno alla normalità' provenivano proprio dall'economia, in particolare dal turismo, settore rivelatore della percezione esterna della stabilità e della sicurezza di un Paese, che ha registrato un significativo incremento (+ 7,7 %) rispetto ai dati dell'anno precedente, così come riportato da infomercatiesteri.it.

Il settore delle costruzioni, inoltre, in crisi da anni, ha mostrato segni di ripresa con un aumento del 7,5% nel numero dei permessi di costruzione rilasciati. Il Pil nel 2016 è cresciuto del 2,3% e sebbene sia un dato ben lontano da quello del periodo 2007-2010, in cui il Paese cresceva con una media dell'8%, si tratta comunque di un trend da valutare positivamente, soprattutto considerando il difficile clima politico e la gravissima situazione regionale.

In questo quadro, un altro elemento positivo e davvero incoraggiante è sicuramente l'approvazione, il 4 gennaio scorso da parte del nuovo Governo, dei due decreti sulla concessione delle licenze per l'esplorazione dei giacimenti di idrocarburi dell'offshore libanese. Questi decreti, attesi da almeno due anni, dovrebbero permettere, finalmente, l'organizzazione delle gare d'appalto per assegnare i lotti della 'zona economica esclusiva' libanese, per poi procedere all'esplorazione e ai momenti successivi dell'upstream petrolifero e metanifero.

L'avvio di questa fase è di particolare importanza per il Paese, per la sua economia e per la misurazione della sua salute politica. Il fondale marino libanese, che fa parte del Leviathan, un promettente bacino, di recente scoperta (che interessa anche le acque territoriali di Egitto, Cipro e Israele) ha, secondo l'Eni, un potenziale stimato in 850 miliardi di metri cubi di gas e 660 milioni di barili di petrolio, ma finché non cominciano le esplorazioni vere e proprie non è possibile avere dati obiettivi. Quello che è certo è che lo sviluppo dell'industria idrocarburifera in Libano, ne ridurrebbe drasticamente la dipendenza dalle importazioni dall'estero, che attualmente condiziona fortemente lo squilibrio nella bilancia dei pagamenti, e migliorerebbe le prospettive di crescita. Eppure dopo la prima fondamentale legge, varata dal Parlamento nell’agosto del 2010, la “Offshore Petroleum Resources Law” che tracciava il quadro giuridico e istituzionale per l’esplorazione e lo sfruttamento del petrolio e del gas, e l'invito rivolto alle compagnie internazionali a manifestare interesse nei confronti del potenziale energetico libanese (peraltro subito accolto da una cinquantina di esse tra cui l'Eni) poco altro era stato fatto, fino al 4 gennaio scorso.

La questione energetica, infatti, si aggiungeva alle altre altrettanto complesse questioni che mantenevano la classe dirigente nell'impasse e che avevano finito col restare cristallizzate finché il nodo più importante non si fosse sciolto: la nomina del presidente della Repubblica. La difficoltà incontrata nel cosiddetto “dialogo nazionale” per trovare un accordo su quest'ultimo punto, dipendeva dalla crisi siriana che, se da un lato, con il suo andamento condizionava la politica interna ed estera libanese, dall'altro lato, era chiaro che con la sua conclusione, qualunque essa fosse stata, avrebbe ridisegnato l'intero assetto geopolitico dell'Oriente Mediterraneo. Mentre nel corso del 2015 erano ancora aperti tutti gli scenari, anche se era ormai sempre più probabile che Assad si sarebbe seduto al tavolo delle trattative sostenuto dall'Iran; nel corso del 2016, invece, è stato sempre più evidente l'indebolimento e la perdita di motivazione dell'asse sunnita, subito colto da Mosca che ha immediatamente riallacciato i rapporti con Ankara. La crisi è ancora lontana dall'essere risolta e i nuovi tentativi di diplomatizzarla, attualmente in corso ad Astana, sembrano questa volta provenire da attori ormai esausti a cui interessa maggiormente il consolidamento delle posizioni raggiunte più che il perseguimento di obiettivi più ambiziosi e dispendiosi.

Questo clima ha permesso ai politici libanesi di affrontare più concretamente le questioni istituzionali. Il primo ministro Tammam Salam, che era anche presidente della Repubblica ad interim, ha potuto finalmente cedere l'ormai odiata carica a Michel Aoun il 31 ottobre del 2016. Le due coalizioni, “8 marzo” (nata prima della crisi come filo-siriana) e “14 marzo” (che raccoglieva in origine i partiti contrari alla presenza militare siriana in Libano), si sono successivamente polarizzate sul sostegno militare di Hezbollah (“8 marzo”) a Bashar Assad e sull'influenza saudita nel Paese per mezzo di Saad Hariri (“14 marzo”). Un loro accordo per nominare il presidente della Repubblica doveva necessariamente passare anche per consultazioni “esterne” e per una attenta valutazione degli scenari possibili, dei rapporti di forza, dell'affidabilità delle alleanze.

Come previsto dal Patto nazionale del 1943, la carica di presidente doveva spettare a un cristiano maronita, proprio per raggiungere il famoso equilibrio confessionale libanese. Ma il fatto che per 29 mesi non si sia trovato un accordo, ha di certo indebolito l'influenza cristiana nel Paese, scoraggiando una comunità che già risente da tempo di un generale clima di sfiducia, spesso concretizzatosi nel boicottaggio delle urne, negli anni in cui si usava svolgere elezioni regolari.

Mantenere l'equilibrio comunitario attraverso la spartizione delle cariche pubbliche su base confessionale è, in fase come questa, irrinunciabile, anche se da più parti, soprattutto dalle nuove formazioni politiche costituite da giovani ed esponenti della società civile, provengono con forza richieste di modificare quello che viene considerato un sistema arcaico e conservatore.

Già nell'ottobre del 2015 erano trapelati i termini di un possibile accordo tra i leader delle due forze principali delle coalizioni “8 marzo” e “14 marzo”, rispettivamente Nasrallah e Hariri, ed esattamente come è poi avvenuto tra l'ottobre del 2016 e primi di quest'anno, prevedevano uno scambio tra la carica di presidente (Michel Aoun), di primo ministro (Saad Hariri) e una nuova legge elettorale. Solo quest'ultimo punto deve ancora vedere la luce ma è probabile che si superi il sistema attuale basato su un maggioritario secco e circoscrizioni disegnate sulla base dell'omogeneità etnico-religiosa, magari anche con la mera integrazione di una quota di seggi eletta con il proporzionale, una soluzione che incontrerebbe anche gli interessi di Hezbollah senza far riprecipitare il dialogo tra le forze politiche nello stallo.

Ci è voluto un anno per realizzare i termini di un accordo già abbozzato, da un lato perché nonostante la convergenza tra i leader, bisognava poi convincere i partiti delle due coalizioni, che hanno rafforzato, con gli anni, la propria trasversalità e mobilità interna, dall'altro lato, invece, si è atteso un riequilibrio regionale in cui l'asse sciita, come ci si aspettava, potesse uscirne significativamente rafforzato.

È importante precisare che il raggiungimento di un accordo per la nomina del presidente, del primo ministro e della squadra di Governo, rappresentano solo i primi passi per l'uscita del Libano dalla crisi, passi senza dubbio incoraggianti, ma il vero banco di prova per la tenuta di tutto il sistema politico, sociale ed economico libanese e dei compromessi raggiunti, sarà senza dubbio il passaggio elettorale per il rinnovo del Parlamento, forse nel prossimo giugno, dopo i continui rinvii, e il suo svolgimento nel clima più sereno possibile  sarà fondamentale per riavvicinare il Paese reale alle sue istituzioni rappresentative.

24 gennaio 2017

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