Il processo di Astana, la soluzione orientale alla crisi siriana?

Il processo di Astana, la soluzione orientale alla crisi siriana?
Osmedreloaded n.6 giugno-luglio 2017

In Siria ormai è stato superato il sesto anno dall'inizio della crisi, i morti sono stati più di 400 mila e quasi 11 milioni e mezzo di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case. Non si tratta di una guerra civile, come, infatti, è stato più volte ribadito su questo Osservatorio, ma di una vera e propria guerra internazionale combattuta su suolo siriano e, pertanto, allo stesso modo di quella libanese degli anni Settanta e Ottanta, che si avviò alla sua conclusione grazie all'iniziativa della Lega araba (che portò agli accordi di Ta'if), dovrà essere necessaria anche la partecipazione di tutti gli attori esterni coinvolti perché si possa sperare in una sua soluzione.

Con la conclusione del quinto round negoziale dei “colloqui di Astana”, il 5 luglio 2017, è possibile analizzare la portata di questo ultimo tentativo, in ordine di tempo, da parte della comunità internazionale, volto a trovare una soluzione diplomatica alla crisi siriana. In realtà, i garanti e gli iniziatori di questo ciclo di colloqui sono la Russia, la Turchia e l'Iran e, come più volte dichiarato dal ministro degli Esteri russo, si tratta di una iniziativa “complementare” a quella dei negoziati di Ginevra intersiriani mediati dall'Onu. Ciò nonostante, non si può non notare come, l'insuccesso della politica americana verso la crisi siriana di Obama, e la sostanziale schizofrenia di quella di Trump, abbiano lasciato spazio, e un ampio margine di manovra, a questi Paesi, non occidentali e spesso apertamente antioccidentali, ma molto determinati ad acquisire posizioni e influenza nel Mediterraneo. 

Prima di passare all'analisi dei colloqui di Astana, è opportuno ricordare che, all'inizio della crisi, Russia e Turchia erano su posizioni diametralmente opposte, pur avendo interessi comuni sia in campo energetico che giuridico internazionale (basti pensare all'importanza del principio dell'integrità territoriale per i due Paesi), e che, nel corso della crisi, hanno avuto momenti di altissima tensione nelle loro relazioni, il cui picco è stato toccato con l'abbattimento del caccia russo da parte turca del 24 novembre 2015.

Solo un anno dopo, il 15 dicembre scorso, invece, la resa dei “ribelli” di Aleppo Est alle forze lealiste è avvenuta grazie alla mediazione della Russia (con le forze governative) e della Turchia (con le “opposizioni”), frutto di una ritrovata intesa dovuta alla prudenza di Putin e all'isolamento internazionale di Erdogan, che ha così potuto ottenere finalmente il via libera dai russi alle operazioni turche nel Nord della Siria (per allontanare le forze curde dal confine e garantire una fascia di sicurezza tra le zone controllate dai ribelli filoturchi e quelle controllate dai jihadisti), più volte chiesto invano agli americani. Tale intesa, che sembra ormai solida e concreta, non era stata scalfita nemmeno dall'assassinio, di matrice politica, dell'ambasciatore russo ad Ankara avvenuto il 19 dicembre.

Nonostante il grave avvenimento, invece, il giorno successivo, il 20 dicembre, si è tenuto, come programmato, il vertice di Mosca tra il leader di Russia, Turchia e Iran, in cui veniva accettato l'invito di Nazarbayev ad utilizzare Astana come nuova sede dei colloqui di pace e venivano stabiliti i principi di base di ogni futuro accordo: innanzitutto, “il riconoscimento della sovranità, integrità territoriale e indipendenza della Siria pacificata; in secondo luogo, il riconoscimento del ruolo dell'Onu nella risoluzione della crisi, in accordo con la risoluzione 2254; l'importanza dell'estensione del cessate il fuoco e dell'assistenza umanitaria a tutta la Siria; l'assunzione del ruolo di garanti e facilitatori per il futuro accordo tra il governo siriano e le opposizioni; infine, il comune impegno alla lotta contro Isis e al Nusra”.

Il 29 dicembre veniva annunciato il cessate il fuoco da Putin e stabilita la data dei primi colloqui ad Astana, il 23-24 gennaio.

Il 31 dicembre, il Consiglio di sicurezza, con la risoluzione n. 2336 riconosceva il ruolo di Russia e Turchia nello sforzo per la pacificazione della Siria e integrava ufficialmente i colloqui di Astana all'interno della cornice negoziale dell'Onu.

Al primo round negoziale nella capitale kazaka, erano presenti, oltre ai rappresentanti dei tre tre Paesi garanti, Russia Turchia e Iran, il delegato del governo siriano Bashar al Jafari che rappresenta la Siria anche presso le Nazioni Unite, 13 rappresentanti militari dei vari gruppi d'opposizione (una scelta che ha messo da parte l”'alto comitato per i negoziati siriani” di natura più politica, nato a dicembre del 2015 con il patrocinio dell'Arabia Saudita); l'inviato speciale per l'Onu Staffan de Mistura e l'ambasciatore degli Stati Uniti in Kazakistan come osservatori; nessun Paese del Golfo è stato invitato e neanche gli esponenti del PYD per la scontata opposizione della Turchia. Sembra, infatti, che in questa sede toccherà ai russi mediare anche nell'interesse del popolo curdo, come dimostra la presentazione informale della bozza di costituzione per la Siria, elaborata a Mosca, in cui è prevista, tra le altre cose, la forma federale, l'eliminazione della parola araba dal nome della repubblica e la tutela della lingua e della cultura curda.

Questa nuova inedita composizione, dunque, sembra rispecchiare più fedelmente la forza politica e militare delle parti in campo, è inoltre evidente che il ruolo di Paese guida è ricoperto dalla Russia che è al centro di ogni relazione tra le parti convenute e probabilmente anche dietro l'iniziativa del presidente kazako; è infatti venuta meno da parte turca, per la prima volta, la pregiudiziale della destituzione di Assad. I primi risultati hanno dunque rispettato le realistiche aspettative espresse dal ministro degli Esteri Lavrov e hanno riguardato l'istituzione del meccanismo trilaterale di per il monitoraggio del cessate il fuoco nelle aree non occupate da Daesh e dai jihadisti, lo cambio di prigionieri, l'istituzione dei corridoi umanitari e la riaffermazione dei principi del vertice di Mosca, con l'impegno di continuare a favorire il dialogo tra il governo e le opposizioni siriane in vista del successivo vertice di Ginevra programmato per febbraio.

Mentre l'assenza di una partecipazione degli Stati Uniti in forma più attiva, si comprende anche solo con il periodo di transizione tra l'Amministrazione Obama e Trump, quella dei Paesi europei è sempre più preoccupante, e anche lo spostamento geografico della sede dei negoziati “che contano” è sintomo di una irreversibile orientalizzazione della gestione della crisi siriana. L'Unione europea è il primo donatore internazionale per la Siria e non è stata avara di iniziative politiche e umanitarie, eppure la visione della crisi sembra tuttora ancorata alla falsa narrazione delle primavere arabe.

Il successivo incontro ad Astana del 6 febbraio ha avuto natura più tecnica e ha riguardato il raggiungimento di una bozza di accordo per il funzionamento del meccanismo di monitoraggio della tregua che fa capo ai rappresentati di Russia, Turchia e Iran. 

Il secondo incontro ufficiale nella capitale kazaka, che si è svolto a porte chiuse, il 16 e il 17 febbraio, ha mantenuto la composizione di gennaio con in più la partecipazione di un rappresentante della Giordania e in meno alcune delegazioni dell'opposizione. Tra gli obiettivi dichiarati c'era quello di favorire un dialogo diretto tra i ribelli e il governo di Assad, che fino ad allora ha riguardato solo le questioni sullo scambio di prigionieri, inoltre, i delegati russi hanno presentato di nuovo, in via ufficiosa, la bozza di costituzione per la Siria, e nel documento finale, firmato dai tre Paesi garanti, si annunciava la creazione del “gruppo congiunto” per il monitoraggio della tregua.

Nel frattempo venivano rinviati, tra le polemiche dei gruppi d'opposizione, dall'8 al 20 febbraio i colloqui inter-siriani a Ginevra mediati dall'Onu. Nonostante lo scetticismo iniziale, al termine dei nove giorni di negoziati, sono stati raggiunti dei risultati apprezzabili, che rappresentano dei passi in avanti sia per Assad che per i suoi oppositori: da un lato la questione anti-terrorismo e dall'altro la formazione di un governo di transizione, inclusivo, che porti il Paese ad una nuova costituzione e a libere elezioni; definendo così una agenda da perfezionare e discutere entro sei mesi.

Astana e Ginevra sembrano, fin qui, procedere in tandem ma è piuttosto probabile che che lo stallo in cui versava l'iniziativa onusiana sia stata sbloccata proprio dall'attivismo della troika orientale.

Nell'incontro della metà di marzo è continuato il dialogo sulle questioni tecnico militari e sul ruolo dei tre Paesi garanti ma ci sono state molte tensioni con alcuni dei gruppi d'opposizione che solo alla fine, e solo una parte di essi ha confermato la loro partecipazione ai negoziati, comportandone l'estensione di un giorno.

Il quarto round si è tenuto il 3 e 4 maggio ed è stato quello più controverso; la creazione delle quattro zone di de-escalation, per sei mesi, controllate principalmente dagli oppositori, in cui la tregua tra il governo e i ribelli avrebbe dovuto permettere ai civili di tornare nelle proprie città, mentre poteva continuare la lotta all'Isis e ad al Nusra anche in queste stesse zone, ha fatto subito pensare a delle prove tecniche di spartizione su base etnica della Siria. Inoltre, è avvenuto dopo un aprile di sangue per la Siria, cosa che ha smorzato ogni aspettativa ottimistica, pertanto, per quanto fragile, è stato salutato con favore, nonostante le diverse ombre di natura tecnica e politica. È importante precisare che per la prima volta gli Stati Uniti sono intervenuti con una propria delegazione ufficiale, anche se ancora non è chiara la posizione di Trump sulla direzione che deve prendere la politica americana sulla Siria. 

Intanto, le quattro zone di de-escalation, che non hanno confini ancora ben definiti, rappresentano sicuramente le aree più calde e delicate della Siria: la zona di Idlib, una delle più tese, confinante con la Turchia; la zona di Homs, città simbolo della rivolta, con una cospicua presenza di jihadisti; la zona orientale di Damasco dove Isis e al Nusra resistono; la zona di Dar'a, dove cominciò la rivolta contro Assad, al confine con la Giordania, e della città di Quneitra città abbandonata sul Golan dai tempi della guerra dei sei giorni.

Arriviamo così al quinto round del processo negoziale di Astana, previsto per metà giugno, poi rimandato allo scorso 4 e 5 luglio, in cui i partecipanti si sono concentrati sulla definizione tecnico militare delle zone di de-escalation. Anche questo tavolo si è aperto in un momento di alta tensione soprattuto per gli scontri nella zona di Quneitra che ha visto una partecipazione al conflitto più attiva da parte di Israele contro le forze di Damasco, e non è stato possibile arrivare ad un accordo per la creazione di queste zone, sulle quali ci sono ben 7 proposte, ma è stato istituito un gruppo di lavoro congiunto e rinviato il tutto alla riunione di fine agosto.

Ciò nonostante, il lavoro dei russi per la stabilizzazione della Siria è proseguito su altri tavoli: il 7 luglio Trump e Putin hanno raggiunto un accordo sulla tregua nella zona sudorientale, fortemente criticato e osteggiato da Israele, e il 13 a Ginevra dove nonostante il nulla di fatto, con l'inviato Onu Staffan de Mistura, possiamo valutare positivamente la riduzione della violenza in molte zone della Siria come premessa al dialogo per una soluzione politica. 

Copyright ©2014 Istituto di studi politici "S.Pio V"  -  Webmail