L’Unione Europea e i migranti. La situazione in Italia e Grecia

L’Unione Europea e i migranti. La situazione in Italia e Grecia
Osmedreloaded n.1 Gennaio 2017

L'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) ha recentemente pubblicato un rapporto sulla questione dei migranti e dei rifugiati nel Mediterraneo con particolare riguardo per i due casi di Grecia e Italia. I dati presentati nel rapporto mettono in evidenza un fatto incontestabile e cioè che i due paesi del Mediterraneo si assumono la responsabilità e l’onere di accogliere per primi decine di migliaia di migranti che fuggono prevalentemente da aree di crisi di guerra e di persecuzioni.  Soltanto durante questi primi giorni del 2017 si sono registrati oltre 1100 arrivi via mare e i morti attestati sono 11. In particolare 738 sono i migranti giunti in Italia mentre 437 sono quelli giunti in Grecia. I primi quattro paesi di provenienza dei migranti sono nell'ordine Siria, Afghanistan, Nigeria e Iraq che insieme coprono il 53 per cento degli arrivi dal punto di vista demografico a partire dal primo gennaio 2016 il 57 per cento degli arrivi era composto da uomini il 17 per cento da donne e il 26 per cento da bambini.

Soltanto lo scorso dicembre la Commissione Europea ha deciso di chiudere la procedura di infrazione aperta contro Italia e Grecia sulla raccolta delle impronte digitali dei migranti e dei richiedenti asilo per la banca dati dell’UE Eurodac, nata nel 2003 e collegata al regolamento di Dublino. Quest’ultimo prevede anche l’obbligo da parte dei paesi di accoglienza e di primo approdo dei migranti irregolari (e cioè di circa l’80 per cento degli arrivi in Italia e circa il 20 per cento in Grecia dove la maggior parte degli arrivi è di profughi) che nel frattempo si sono spostati in altri paesi, di riprendersi quei migranti. La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha sospeso la validità di questa norma per la Grecia a causa della mancata rispondenza di Atene agli obblighi previsti (fatto per il quale la Grecia ha ricevuto anche numerose sanzioni da Bruxelles). Adesso però una raccomandazione della Commissione Europea ha concesso l’autorizzazione ai paesi dell’UE a trasferire in Grecia i migranti che, a partire dal 15 marzo 2017, si troveranno illegalmente negli Stati membri dell’Unione dopo aver varcato clandestinamente i confini greci. La Commissione Europea ha infatti rilevato gli straordinari sforzi compiuti da Roma ed Atene in questo ambito, sforzi che hanno portato ad un rilevamento delle impronte prossimo al 100 per cento. Tra le questioni aperte rimane quella centrale della redistribuzione dei migranti in tutti i pae

In sostanza ciò che si è verificato è che i paesi UE del Nord e dell’Est Europa non hanno mostrato alcuna intenzione seria nel voler fare la loro parte e ricevere una parte dei migranti che arrivano invece nei due paesi del Sud frontalieri rispetto alle aree di crisi dalle quali provengono i migranti. L’obiettivo che l’Unione Europea si era posto sembra dunque assolutamente irrealistico anche se il commissario europeo alle Migrazioni e Affari Interni Dimitris Avramopoulos ha affermato un mese fa circa che esso potrebbe essere raggiungibile se tutti i paesi coinvolti accetteranno da subito di accogliere almeno tremila rifugiati al mese dall’Italia (mille circa) e dalla Grecia (duemila circa) fino a marzo per poi salire a quattromila e cinquecento da aprile (tremila dalla Grecia e mille e cinquecento dall’Italia). In questo senso non aiutano certo le recentissime dichiarazioni del primo ministro ungherese Orban secondo cui i migranti che giungono in Ungheria verranno detenuti in carcere poiché, a riaffermato, essi sono i responsabili di attentati terroristici.

La rotta migratoria principale da Est per il momento sembra essersi chiusa poiché gli arrivi dalle coste turche verso le isole greche dell’Egeo si sono stabilizzati al ritmo di circa novanta al mese rispetto ai precedenti diecimila quando l’accordo tra l’Unione Europea e la Turchia non era ancora stato realizzato (marzo 2016). Questo accordo prevede come concessione europea ad Ankara la possibilità di circolazione dei cittadini turchi sul territorio dell’UE senza bisogno di richiedere il visto. Si tratterebbe di una agevolazione di capitale importanza non soltanto a livello economico ma soprattutto sul piano politico per il presidente turco Erdogan e proprio per questo essa incontra forti resistenze tra i membri dell’UE. Per il momento il Parlamento Europeo e il Consiglio Europeo hanno raggiunto un accordo formale sulla creazione di un meccanismo che renderebbe più agevole la valutazione delle proposte per la liberalizzazione dei visti per Georgia e Ucraina ma che potrebbe poi essere esteso agevolmente alla Turchia.

Sembra sempre più evidente dunque la necessità di affrontare la questione in maniera più generale e meno occasionale e allo stesso tempo più ambiziosa. Su questo piano l’Italia si era già mossa nello scorso aprile quando l’allora primo ministro Renzi inviò ai presidenti del Consiglio d’Europa e della Commissione Europea un documento, il “Migration Compact” che conteneva una serie di proposte per una nuova strategia europea in ambito migratorio.

La proposta italiana, pur nella sua sinteticità, individuava il fulcro delle iniziative da intraprendere nei paesi stessi di origine e di transito dei migranti a partire dall’Africa. i due principali strumenti che qualificano la proposta sono l’individuazione dei paesi con cui collaborare nel quadro di una “cooperazione delegata” (e l’Italia si è proposta come referente per la cooperazione con la Libia) e l’emissione di bond europei allo scopo di fornire la copertura finanziaria delle azioni. Se da un lato è evidente l’approccio innovativo e foriero di evoluzioni positive e di lunga durata dall’altro appare ancora più chiaro come l’assenza di una politica estera comune europea, l’egemonia tedesca in questo campo, volta a privilegiare gli interessi di politica estera di Berlino piuttosto che ad individuare soluzioni armoniche e di lungo respiro per tutta l’Unione e l’estrema rigidità “dogmatica” di Berlino (e Francoforte) in materia finanziaria rendano il “Migration Compact” attualmente assai poco realistico. Nonostante questa  considerazione sono in molti in Italia a pensare che sia un suicidio politico per l’Unione Europea pensare di gestire a livello nazionale le politiche migratorie poiché ciò produrrebbe inevitabilmente una serie di effetti a catena, la cosiddetta “competizione per la deterrenza” in ambito di welfare ovvero di erogazione di servizi sociali al cittadino tra paesi confinanti, potenzialmente devastante.

Attualmente è piuttosto difficile effettuare delle previsioni per il futuro prossimo anche alla luce delle recenti elezioni presidenziali americane e dei conseguenti probabili mutamenti sostanziali nelle politiche estere del neoeletto presidente Donald Trump in particolare per quanto concerne l’area mediorientale la cui instabilità contribuisce fortemente alla creazione di consistenti flussi migratori verso l’Europa. Nel Vecchio continente invece la situazione in materia di politiche migratorie permane legata ai rapporti da un lato tra Germania e Turchia e dall’altro agli sviluppi della situazione interna libica nella quale l’Italia può e deve svolgere un ruolo da protagonista.

24 gennaio 2017

Autore: 
Rigas Raftopoulos

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