La Conferenza di Roma sulla crisi libica

La Conferenza di Roma sulla crisi libica

Qualche tempo fa l'Osservatorio aveva individuato, nella rotta per la stabilizzazione della Libia, un nuovo nuovo giro di boa, dovuto essenzialmente a tre fattori: l’avvicendamento di Martin Kobler con Bernardino León, il cambio di metodo e di stile del nuovo rappresentante speciale e il rafforzamento del ruolo dell’Italia per la sicurezza del Mediterraneo.

La conferenza internazionale per la Libia, che si è tenuta a Roma lo scorso 13 dicembre, promossa da John Kerry e Paolo Gentiloni, aveva l’obiettivo di dare impulso, manifestando il pieno sostegno dei suoi partecipanti, all’Accordo di Skhirat raggiunto da León lo scorso ottobre.

L’accordo di per sé è debole, nel senso che le personalità individuate, che dovranno formare il Consiglio di presidenza del Governo di unità nazionale e che andranno ad occupare le altre cariche istituzionali fondamentali per far partire la ricostruzione dello Stato, sono frutto dei negoziati condotti da León nel modo poco ortodosso che ormai conosciamo, per questo motivo non è affatto detto che i Parlamenti di Tobruk e Tripoli lo ratificheranno compatti.

È da segnalare però che la comunità internazionale, che finalmente ha scelto di sfidare anche sulla rapidità dei tempi di reazione, l’aggressività del Califfo e dei suoi seguaci, non aveva la possibilità concreta di rimettere in discussione i termini dell’Accordo, peraltro già approvati in bozza all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Non restava, infatti, che prenderlo in blocco così come era e provare ad aumentarne il sostegno esterno e “l’appeal” presso i libici.

Per la prima volta, quindi, a Roma, i ministri degli Esteri dei cosiddetti P5+5, ovvero dei Paesi membri permanenti del CdS più Italia, Germania, Spagna, Ue e Onu, hanno incontrato i rappresentanti dei Governi libici, e hanno firmato alla loro presenza, insieme ad Algeria, Arabia Saudita, Cina, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Marocco, Qatar, Tunisia e Turchia, un comunicato congiunto che dovrebbe rafforzare l’Accordo politico per la Libia. Tutti i partecipanti si sono impegnati a: “sostenere il futuro Governo di unità nazionale”, che dovrebbe insediarsi tra quaranta giorni a Tripoli, dopo che la capitale sarà messa in sicurezza, a porre fine a tutti i contatti con “soggetti che fanno parte di istituzioni non legittimate dall’Accordo” e a invitare tutte le parti ad accettare il cessate il fuoco immediato e totale.

La messa in sicurezza di Tripoli, di cui si parlava poc’anzi, è un punto importante del piano per la Libia, è, infatti, affidata al generale Paolo Serra e ai carabinieri italiani. Se, come previsto, il Governo libico si insedierà entro febbraio, la capitale potrebbe essere oggetto degli attacchi di quanti sono contrari all’integrità e alla stabilità della Libia, Daesh in testa ma non solo. Dialogo politico e sicurezza sembrano andare di pari passo in questa fase, l’Osservatorio si augura che non si interrompa.

15/12/15

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