La crisi siriana in quattro fasi

La crisi siriana in quattro fasi

 

 

Quella che viene chiamata “crisi siriana”, o anche guerra civile siriana, o terza guerra mondiale, è cominciata come tutte le altre proteste nel Sud del Mediterraneo.

Il vento della primavera araba aveva preso a soffiare anche in Siria e, mentre in Egitto e Tunisia rapidamente faceva crollare i regimi dispotici (in Libia, meno rapidamente, ma creava le condizioni per un intervento militare a guida occidentale che contribuì a mettere fine al potere di Gheddafi), in Siria, invece, alimentava rivolte sempre più violente e repressioni sempre più dure fino a trascinare il Paese nella guerra civile.

A differenza della Libia, isolata da un punto di vista internazionale, la Siria poteva contare su un importante Paese partner con cui nel 1980 aveva firmato un “Trattato di cooperazione e amicizia”, la Russia. I rapporti tra Siria e Russia dopo la fine della Guerra fredda si erano deteriorati (le difficoltà finanziarie della Russia lasciarono la Siria sola nella corsa alla parità strategica con Israele) e per più di un decennio furono quasi assenti. Solo ai primi degli anni Duemila i due Paesi si riavvicinarono e ripresero la cooperazione soprattutto in campo militare: la Siria vedeva cancellato gran parte del suo debito e la Russia contribuiva all’ammodernamento del sistema di difesa aerea, dei carri armati e delle forze di terra, inoltre ampliava il porto di Tartus per potenziare la sua unica base navale all’estero. Un fattore aveva contribuito, tra gli altri, al riavvicinamento russo-siriano, vale a dire l’isolamento internazionale della Siria su cui influì pesantemente l’inclusione di Damasco nell’Asse del Male da parte del presidente statunitense George W. Bush.

Inoltre, la Siria fa parte dell’ “arco sciita” insieme a Iraq e Iran e, per certi versi, anche con il Libano dove il partito sciita Hezbollah è al Governo e ha una delle milizie più potenti della regione. Questi Paesi sono accomunati dal vincolo religioso: in Siria la maggioranza della popolazione è sunnita, mentre il resto si divide fra cristiani e appartenenti ad altri rami dell’Islam tra cui gli alawiti che governavano il Paese. Siria e Iran sono anche legati dalla lunga “militanza anti-israeliana” e dalla difficoltà dei rapporti con i Paesi occidentali. All’indomani dell’occupazione americana dell’Iraq, i due Paesi intesificarono le loro relazioni con accordi di cooperazione militare e reciproca assistenza.

Già alcuni anni prima dello scoppio della guerra civile, duqnue, si erano saldati i due fronti principali che si sono confrontati sul suolo siriano. Quando terminò l’occupazione statunitense, l’Iraq, a maggioranza sciita, cominciò a partecipare anche ad alcuni piani energetici di Siria e Iran come, ad esempio, la costruzione del Gasdotto dell’Amicizia, chiamato anche il Gasdotto islamico, che  avrebbe dovuto consentire al gas dell’enorme giacimento iraniano, condiviso con il Qatar, il North Dome/South Pars, di arrivare sulle coste del Mediterraneo e da lì in Europa.

Se si prende in esame l’atteggiamento della comunità internazionale, questi cinque anni di crisi possono essere raccontati suddividendoli in quattro fasi.

Una prima fase va dal 2011 al 2012. Le insurrezioni e le dure repressioni si sono trasformate in una vera e propria guerra civile. All’opinione pubblica la crisi veniva presentata come una rivolta del popolo siriano contro il regime autoritario di Bashar Assad. Da subito il Blocco statunitense (Usa, Ue, Israele e Paesi del Golfo) stabiliva sanzioni contro il governo siriano, embargo e rottura dei rapporti diplomatici, ma quando provò a portarlo all’Onu, il veto di Russia e Cina mostrò tutta la spaccatura all’interno del Consiglio di Sicurezza. Usa, Francia, Spagna e Lega Araba riconobbero come legittimo il Governo siriano in esilio, a Istanbul, e il Consiglio nazionale siriano; altri, tra cui l’Italia e altri Paesi dell’Ue cominciarono a instaurare un rapporto di dialogo con il Cns.I ribelli anti-Assad sono, in questa fase, una compagine molto variegata: si tratta di gruppi di oppositori che vanno dai laici agli islamisti, non tutti siriani, ma molti ceceni o di altri Paesi della regione, assoldati da Arabia Saudita e Qatar. Tra gli islamisti ci sono gruppi che vanno dai Fratelli musulmani ad al-Qaida.

Una seconda fase può essere collocata nel 2013, quando i ribelli, incapaci di coordinarsi nell’Esercito Libero Siriano, cominciarono a farsi guerra tra loro. L’ottanta per cento dei gruppi uscì dal Consiglio nazionale siriano, con l’obiettivo dichiarato di voler costruire una nuova Siria basata sulla Sharia e di non riconoscere il Governo in esilio. La prima città sotto il controllo dei ribelli è stata Raqqa, che rapidamente è poi finita nelle mani dell’Isis. In Iran aveva vinto le elezioni Rohani, molto più moderato del predecessore, e si crearono le condizioni per favorire, nel novembre 2013, il negoziato sul nucleare tra Iran e il gruppo 5 più 1 (membri permanenti del Consiglio di Sicurezza più Germania) che porterà alla firma dell’accordo della scorsa estate. Nell’agosto del 2013 venivano diffuse le immagini delle stragi compiute in Siria con l’uso delle armi chimiche da parte del regime di Assad. All’improvviso sembrò imminente un intervento armato internazionale per fermare il massacro. Obama annunciava che avrebbe formato una coalizione per intervenire direttamente contro Assad ma, dopo due settimane di tensione, prevalse la mediazione di molti Paesi, tra cui la Russia, l’Italia e il Vaticano contrari alla guerra e favorevoli ad una “diplomatizzazione” della crisi. Assad, che non ammise mai di aver usato le armi chimiche, e alcune inchieste di giornalisti statunitensi sembravano dargli ragione, annunciò che avrebbe consegnato all’OPAC (Organizzazione per la Proibizione delle armi chimiche) il suo arsenale chimico. Furono quindi avviati tutta una serie di colloqui tra i ministri degli esteri di Usa e Russia.

Parallelamente, nei vertici di Ginevra, dove l’Iran non era invitato, procedevano i lavori per trovare un’intesa per la crisi siriana; erano presenti una quarantina di Paesi, il Governo di Damasco e alcuni rappresentanti dei ribelli. Non c’era alcuna convergenza tra le due parti perchè la precondizione per un qualsiasi accordo, anche per una tregua, doveva essere la destituzione di Assad. Ovviamente né Assad né Putin avevano intenzione di cedere su questo punto. Proprio quando il regime stava riconquistando posizioni, anche grazie all’aiuto militare dell’Iran e di Hezbollah, non era pensabile cedere il potere, e poi a chi? I ribelli erano tutto fuorché uniti e organizzati, attraverso di loro altre potenze stavano combattendo le proprie guerre d’interesse, e quindi il timore per un vuoto di potere, per i russi, non era secondario a quello della caduta di un regime amico.

La terza fase comincia con il fallimento di Ginevra 2, nel febbraio 2014, che avrebbe dovuto favorire il dialogo tra le parti ma che, invece, fece tornare la situazione al punto di partenza finché, il 29 giugno 2014, al-Baghdadi proclamò la nascita dello Stato Islamico in un territorio compreso tra parte della Siria e il Nord dell’Iraq. Il nuovo Attore con le sue terrificanti esecuzioni trasmesse in HD e diffuse in tutto il mondo e la sua brutale ferocia spaventò l’Occidente e a rievocò il terrore degli anni post 11 settembre. L’Isis, in un primo momento, ha avuto il solo effetto di far individuare un nuovo nemico, il “Califfo” Abu Bakr al-Baghdadi.

L’ultima fase si è aperta con il massacro di Charlie Hebdo. Il terrorismo arriva anche in Europa, l’Isis sembra voler dare una connotazione religiosa allo scontro e minaccia la diffusione del Califfato in Europa. Successivamente, viene firmato l’accordo sul nucleare iraniano e i Paesi occidentali iniziano a vedere nell’ambiguità dei tradizionali Alleati regionali, Turchia e Arabia Saudita, tutte le difficoltà di una soluzione della crisi. Armando i ribelli e favorendo il passaggio al confine, la Turchia, ad esempio, che non ha interesse nella formazione di uno Stato curdo, (i curdi sono molto attivi nel contrasto all’Isis nei territori a maggioranza curda) si è trasformata nella retrovia logistica del Califfato. Ma le cose, per un nuovo tentativo di “diplomatizzare” la crisi, a scenario quasi completamente mutato, si sono messe in moto con l’incontro tra Putin e Obama dello scorso 28 settembre a New York, a più di due anni dall’ultimo incontro ufficiale tra i due leader. Gli americani insistono perché non ci sia alcun ruolo per Bashar Assad nel dopoguerra ma, al tempo stesso, sono ben consapevoli che non possono essere demolite le uniche istituzioni dello Stato effettivamente legittime. L’incontro del 30 ottobre a Vienna per la Siria, pur in assenza di una decisione congiunta per una soluzione della crisi e per la gestione del dopoguerra, rappresenta un significativo momento di svolta e accende una flebile speranza per la pace. La via diplomatica di uscita dalla crisi siriana, infatti, non può non passare dall’inclusione di tutti gli Attori coinvolti nella “guerra civile” (quindi anche l’Iran), gradualmente trasformatasi in guerra per procura col rischio, sempre attivo, di diventare una guerra mondiale.

Al secondo Vertice di Vienna, tre giorni dopo gli attentati di Parigi, i Paesi partecipanti hanno finalmente trovato un’intesa su una soluzione politica per la Siria che prevede la formazione di un esecutivo di transizione entro sei mesi e la convocazione di nuove elezioni entro diciotto. 

Si è scelto dunque di mettere in secondo piano il nodo della permanenza di Assad, di non coinvolgere i gruppi jihadisti nella transizione, di affidare a Russia e Iran un ruolo regionale, di far individuare a Staffan de Mistura chi tra i ribelli può rappresentare una opposizione legittima per avviare i colloqui diretti con Assad. Francia e Russia hanno cominciato a coordinare le proprie operazioni in Siria e hanno deciso di fare un piano operativo comune. A Bruxelles, martedì scorso, nella riunione dei ministri della Difesa europei, la Francia ha invocato l’applicazione dell’art. 42.7 del Trattato di Lisbona sull’obbligo di assistere un Paese dell’UE vittima di una aggressione armata. Per la prima volta l’Ue assume una posizione comune all’unanimità nel campo della difesa.

Gli attentati di Parigi di venerdì 13 sembrano aver velocizzato un processo già avviato a settembre con l’incontro tra Putin e Obama. Il nodo sulla permanenza di Assad sta per sciogliersi con un compromesso. La risposta militare contro l’Isis sembra più coordinata e, soprattutto, sembra volersi integrare con una soluzione politica per il dopoguerra. 

20/11/2015

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