La dichiarazione di Malta e la questione dei profughi

La dichiarazione di Malta e la questione dei profughi
Osmedreloaded n. 2 Febbraio 2017

I recenti incontri al vertice di Malta del 3 febbraio scorso tra gli Stati membri dell'Unione Europea e di Vienna tra i ministri responsabili della questione dei profughi di Austria, Grecia, Ungheria, Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Croazia, Slovenia, Serbia, Bosnia Erzegovina, Montenegro, ex Repubblica di Macedonia, Kosovo, Albania, Ungheria e Romania, hanno fatto emergere una serie di preoccupazione tra quegli osservatori e commentatori internazionali attenti al rispetto dei diritti umani.

Un docente greco dell'Università di Amburgo, Vassilis Tsianos, ha infatti affermato che dopo il recente accordo tra Unione Europea e Turchia sembrerebbe che sia la Libia a dover svolgere il ruolo di “deposito” di migranti e profughi, su finanziamento europeo. La questione posta in questi termini, prosegue Tsianos, assume una fisionomia assai grave poiché, se ci sono state e permangono ancora opinioni discordanti e obiezioni circa il regime nel quale vengono mantenuti i profughi in Turchia allora in Libia la situazione è assolutamente non paragonabile da questa prospettiva poiché non può sussistere alcun espediente tecnico-burocratico, afferma il professore, che possa far considerare la Libia un paese terzo sicuro. La Dichiarazione siglata tra le autorità italiane e quelle che controllano soltanto una parte della Libia, il 2 febbraio scorso, chiama queste autorità a “garantire un controllo efficace dei confini esterni [europei] e a reprimere i flussi clandestini verso l'Unione Europea”. Contestualmente le autorità europee finanzieranno con circa 1 miliardo e 800 milioni di euro i paesi nordafricani, Libia in primo piano, e collaboreranno all'addestramento e all'armamento della guardia costiera nazionale proprio per impedire il dispiegarsi di tali flussi. Tra gli impegni contenuti nella Dichiarazione c'è anche quello di assistere le autorità locali a costruire opere che migliorino la capacità di gestione dei confini e in queste parole alcuni analisti internazionali hanno voluto leggere la costruzione di muri.

C'è un elemento importante nella Dichiarazione di Malta, non nuovo in verità ma che per la prima volta ottiene un chiaro riconoscimento ufficiale. Si tratta della de-territorializzazione degli hot spots rispetto ai confini europei.

Le autorità europee collocano al di fuori dei confini UE l'intero meccanismo di concessione dell'asilo politico, secondo gli Accordi di Ginevra, peggiorando allo stesso tempo il suo contenuto.

I vènti conservatori e nazionalisti connotati da forti tendenze razziste che spirano in Europa sembra che abbiano così preso il sopravvento dal momento che la scelta di porre al di fuori dei confini europei la questione della concessione dell'asilo politico significa, nella sostanza, scendere a patti con governi e amministrazioni locali non certo esemplari sul piano del rispetto della Convenzione di Ginevra.

I rapporti di Amnesty International sulle condizioni disumane di vita all'interno dei centri per profughi e migranti in Libia descrivono la sistematica violazione di tutti i diritti umani e le violenze e gli stupri che regolarmente avvengono al loro interno e lo stesso governo di Berlino, attraverso un documento riservato che è poi giunto per una fuga di notizie alla stampa nella seconda settimana di febbraio, ne è perfettamente a conoscenza. La Dichiarazione, inoltre, non prevede alcuna misura di interruzione dei finanziamenti o altra iniziativa volta a impedire il finanziamento di violazioni dei diritti umani in collaborazione con le autorità libiche. Appare quanto meno sorprendente il fatto che,  alla luce delle drammatiche violazioni di tali diritti ormai da tempo effettuate in Libia, tale questione non sia stata nemmeno presa in cosniderazione. L'assenza di qualsivoglia informazione di prima mano sulle modalità di rimpatrio dei profughi o quanto meno sulle garanzie ad essi fornite  tradisce, sempre secondo la stampa internazionale, le reali intenzioni della autorità europee.

È ugualmente sconcertante il fatto che la Dichiarazione di Malta fa unicamente riferimento ai flussi di migranti e per nulla ai profughi incrementando così i timori che la concessione di protezione internazionale e di asilo politico sia un fatto destinato a scomparire. In Europa alcuni osservatori hanno sostenuto che tale posizione rispecchia ormai il pensiero fortemente conservatore delle leadership e delle élite del Vecchio continente di profonda sfiducia verso le correnti miste di profughi e di migranti. Non sarebbe un caso, proseguono, che nella Dichiarazione si pone l'accento sulle facilitazioni da conseguire per espellere i migranti: “Incontreremo ostacoli con ogni probabilità per esempio in rapporto ai prerequisiti che devono essere rispettati per le espulsioni e rafforzeremo la capacità dell'Unione Europea per quanto concerne i rimpatri, rispettosi del diritto internazionale. Esprimiamo la nostra soddisfazione per la proposta della Commissione di presentare a breve, come primo passo, un piano di azione aggiornato per i rimpatri e per fornire un ruolo guida”.

Durante l'incontro informale di Vienna sono prevalsi un atteggiamento ed una retorica simili e a fare da guida è stata ancora una volta l'Austria col suo ministro della Difesa quando ha affermato che i confini balcanici non sono stati chiusi ancora a sufficienza e ha proposto di convocare un incontro per intensificare questo sforzo soprattutto nella circostanza in cui la Turchia non mantenga a sufficienza l'accordo stretto con l'UE. La proposta austriaca si è spinta fino a ventilare l'utilizzo dell'esercito al di fuori dei confini europei. È evidente come la filosofia che accompagna questa posizione sia di mettere i profughi e i migranti alla stregua di nemici a cui opporre le armi e non di individui bisognosi di protezione internazionale. L'Austria ha insistito anche nella creazione di una autorità europea responsabile dell'incremento delle espulsioni nel caso un cui anche le forze militari non riescano a controllare e reprimere i flussi.

L'apparente solidarietà del ministro slovacco verso la Grecia testimonia, invero, un atteggiamento analogamente xenofobo: se dovessero proseguire i ricollocamenti dei profughi giunti in Grecia e poi trasferitisi in altri paesi europei (secondo le regole di Dublino) allora la Grecia crollerebbe definitivamente. Dunque essi devono essere rispediti direttamente nei loro paesi di provenienza.

 Le previsioni sul futuro della gestione dei flussi di profughi e migranti sono fosche, come appare dal quadro delineato ma una considerazione politica può essere messa a fuoco con chiarezza: davanti alla imminenti elezioni in diversi paesi europei, il timore di una avanzata della destra estrema, nazionalista, xenofoba e violentemente intollerante è in forte e costante aumento e la politica delle leadership europee attuali sembra aver già messo in pratica proprio quelle tendenze senza che la destra estrema sia salita al potere.

27/02/2017

Autore: 
Rigas Raftopoulos

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