La missione di Trump in Arabia Saudita nella stampa araba

La missione di Trump in Arabia Saudita nella stampa araba
Osmedreloaded n. 5 maggio 2017

«Con l’atterraggio del presidente Usa Donald Trump all’aeroporto Re Khalid di Riyadh come sua prima destinazione straniera, è giunta al termine la politica estera di Obama. Scegliere l’Arabia Saudita è un chiaro segnale delle priorità imminenti della [nuova] politica americana»[1]. Il commento dell’analista Salman al-Dossary sulle pagine del filo-saudita Sharq al-Awsat è emblematico del clima di euforia che si respira sulla stampa dei Paesi del Golfo ed in particolar modo su quella vicina alla monarchia di re Salman, dopo il recente vertice di Riyadh (20-21 maggio) tra Trump e 50 leader del mondo islamico. Un summit importante che ha di fatto inaugurato la formazione di un fronte sunnita-statunitense in chiave anti-iraniana celebrato con un accordo per la vendita di armi Usa all’Arabia Saudita per un valore di 110 miliardi di dollari. «Riyadh e Washington – scrive al-Dossary – non stanno solo correggendo le [loro] relazioni bilaterali, ma anche aumentando il livello della cooperazione riportandolo al loro normale stato». L’analista sostiene che sono stati 4 gli obiettivi raggiunti da Trump durante la sua visita in Arabia Saudita: «Il primo è rappresentato dal fatto che la cooperazione strategica con i sauditi è la base per permettere agli americani di rafforzare i loro interessi e la loro sicurezza. L’amministrazione Usa è consapevole che il terrorismo non può essere sconfitto senza il sostegno del regno [saudita], l’unico Paese che è sul fronte di guerra contro l’Isis e al-Qa’eda. […]. Il secondo obiettivo è stato aiutare l’opinione pubblica statunitense a modificare l’immagine che ha sull’Arabia Saudita e [a comprendere] l’importanza che questa riveste nella lotta al terrorismo. Senza di lei, infatti, il terrorismo non può essere assediato e sradicato. Questo importante concetto non è ancora chiaro agli americani. Il terzo è stato quello di migliorare l’immagine che Trump ha dell’Islam. Se voleva chiarire le sue posizioni verso l’estremismo non mischiandolo con i musulmani, allora non c’era modo migliore che [partecipare ad] un summit dove si incontravano nella terra di Mecca e Medina, le due città sante, i presidenti e capi del mondo arabo. Il quarto è stato mandare un duro messaggio al regime iraniano, isolato dalla maggior parte del mondo islamico, dicendogli che il riavvicinamento tra Washington e Teheran – avvenuto durante gli otto anni della precedente amministrazione americana – è terminato». In breve, afferma al-Dossary, le 48 ore di Trump in Arabia Saudita «cambieranno le regole del gioco nel mondo e nella regione. Quella di Riyadh non è stata una visita ufficiale come le altre. Barack Obama ha visitato la monarchia 4 volte, ma nessuna di queste sue visite ha portato ad un cambiamento, né ha mostrato l’intenzione di correggere e riformare la coalizione [sunnita-americana]. Per l’editorialista di Sharq al-Awsat, Trump è giunto da re Salman «consapevole»sia delle «ricadute»(negative) dei due mandati della presidenza Obama, ma anche delle «minacce alla sicurezza moltiplicatesi nel Paese e nel mondo intero». L’impegno di Trump con l’Arabia Saudita «non contraddice il suo slogan “America first” poiché, se non proteggesse i suoi interessi e non rinforzasse l’attuale coalizione, gli Usa tremerebbero e potrebbero essere rimpiazzati da altre potenze. E, ovviamente, questa è l’ultima cosa che una grande potenza come gli Usa vuole».

L’articolo di Dossary è interessante perché, in modo molto chiaro, presenta due elementi che già abbiamo segnalato nelle scorse rassegne stampe: a) il «fallimento»di Obama soprattutto in chiave anti-iraniana e, va da sé, la necessità di una coalizione sunnita anti-sciita; b) la guerra all’estremismo sunnita dell’autoproclamato califfato islamico e di al-Qa’eda condotta soprattutto dai Paesi del Golfo (Arabia Saudita in testa) in Siria, Iraq e Yemen. L’ostilità contro il predecessore di Trump è facilmente riscontrabile sulla stampa filo-saudita. Emblematico, a tal riguardo, un editoriale[2] dell’analista Abdul Rahman al-Rasheed sempre su Sharq al-Awsat. Commentando il vertice saudita («che ha causato grande preoccupazione per gli iraniani»), al-Rasheed evidenzia come «i molti passi»compiuti dall’attuale inquilino della Casa Bianca «confermano la sua serietà»e differiscono da quelli fatti durante la passata amministrazione statunitense. Tra questi, l’analista menziona il recente raid aereo Usa contro le forze siriane e le milizie iraniane in Siria vicino al confine giordano il cui obiettivo è stato quello di «minacciare esplicitamente il regime siriano e l’Iran a non interferire nelle questioni giordane». L’attacco aereo fa il paio con quello di aprile contro la base siriana di al-Shayrat che ha lanciato «un importante messaggio contro le violazioni di Damasco per l’uso delle armi chimiche». Nel «nuovo corso politico» stabilito da Trump, scrive al-Rasheed, c’è anche la «rivisitata»strategia in Yemen dove gli Usa hanno deciso di sostenere l’Arabia Saudita e la coalizione sunnita guidata da Riyadh contro le milizie houthi compiendo anche «ispezioni marittime, ritornando a inviare munizioni e riorganizzando la collaborazione militare nel Paese». «Questo non significa che gli stati del Golfo vogliono iniziare una guerra contro l’Iran, né vogliono cancellare l’accordo occidentale sul nucleare. E ciò per un motivo: non è nei loro interessi e lo hanno già chiarito pubblicamente». Per Rasheed la (presunta) debolezza di  Obama nei confronti dell’Iran derivava dalla sua paura di «far arrabbiare»Teheran e far saltare così l’intesa sul nucleare. Ma questo timore ha avuto conseguenze negative. «Il risultato – scrive l’analista – è stata la diffusione militare dell’Iran in Siria, Libano e Yemen che ha provocato caos e una tragedia orribile, la peggiore nella storia della regione». Interessante è poi sottolineare come per il commentatore saudita non vi sia alcuna differenza nella Repubblica islamica tra riformisti e conservatori. «Ricordatevi – afferma terminando il suo articolo – che tutto lo sviluppo militare iraniano e le loro guerre nella regione sono avvenute con il “moderato” Rouhani e durante la passata amministrazione statunitense. Perciò dove è la moderazione a Teheran? Qual è il valore dei tanti compromessi fatti allora da Washington?». Ma con l’elezione di Trump ora i tempi sono cambiati: «Credo che l’attuale presidenza Usa possa mettere l’Iran di fronte alla nuova realtà ponendo fine al caos e alle violenze che gli iraniani provocano in Medio Oriente e nel mondo».

Degli «errori»di Obama in Medio Oriente ne parla anche Salim Nassar sul quotidiano panarabo al-Hayyat[3]: «La precedente amministrazione [statunitense] ha lasciato in eredità nella regione soltanto guerre e distruzione con milioni di morti e rifugiati e conflitti per cui non c’è soluzione. Questa incapacità ha permesso alla Russia di trasformarsi in una potenza regionale. Nello stesso tempo si è estesa anche l’influenza dell’Iran a danno degli stati arabi. [In questo quadro] la questione palestinese è rimasta marginalizzata e trascurata». Sull’ex presidente degli Stati Uniti, Nassar usa parole dure: «Per giustificare il suo disinteresse [del Medio Oriente], Obama afferma di aver ereditato dal suo predecessore George Bush una regione ostile, divisa e lacerata dal terrorismo. Ciò avveniva prima ancora dell’apparizione dello “Stato Islamico” (Daesh) che è emerso a causa del governo [iracheno] di Nuri al-Maliki che si è occupato solo della sua setta [gli sciiti, nda] e ha trascurato i sunniti. In questo modo si è dato ai curdi la possibilità di rafforzare il loro autogoverno e annunciare la separazione dall’Iraq. Obama sostiene che le condizioni difficili in cui versava l’Iraq lo hanno obbligato a ritirare le sue truppe e lo hanno convinto che la cosa migliore era che gli iracheni si occupassero del loro Paese. A sostegno di tale tesi Obama afferma che se i suoi soldati fossero rimasti, avrebbero dovuto poi combattere Daesh in territorio iracheno. A farlo agire in questo modo è stato quanto accaduto agli americani in Afghanistan per mano di “al-Qa’eda” che ha causato la morte di 2.400 militari. E a chi gli dice che è stato il ritiro americano ad aprire la strada nel 2014 all’avanzata dell’Isis in alcune aree dell’Iraq, lui controbatte che è un’affermazione difficile da confermare». Lo scrittore libanese è però certo che «l’uscita degli americani ha aumentato la potenza iraniana poiché l’Iraq è rientrato nell’orbita di Teheran che ha saputo vendicarsi della guerra persa contro Saddam Hussein [alla fine degli anni ‘80] riempiendo il vuoto politico, economico e di sicurezza. Gli osservatori concordano sul fatto che l’indifferenza di Obama nei confronti dell’Iran ha causato una grossa spaccatura all’interno del corpo politico arabo e sarà difficile per Trump fermare la sua ferita e i suoi dolori». «Obama – scrive sempre su al-Hayyat lo scrittore saudita Abd Allah Naser al-‘Atibi[4] – considerava il conflitto in Medio Oriente come un conflitto settario tra riferimenti religiosi che non possono essere né cambiati né annullati. Pertanto la sua comprensione delle agitazioni nell’area era limitata da tale tesi al punto che, nel suo ultimo anno alla Casa Bianca, ha detto che l’Arabia Saudita e l’Iran dovevano dividersi l’influenza nella regione e vivere in una pace fredda! Obama e molti ufficiali della sua amministrazione ritenevano che la regione viveva in una versione moderna dell’Europa cristiana di tre secoli fa e che i dissidi politici non erano in realtà che piccole ripercussioni del grande scontro sunnita-sciita! Questa complicata visione e la sua profonda fiducia sulle cause dei problemi in Medio Oriente hanno contributo a complicare lo scenario dall’interno permettendo alle organizzazioni criminali di giocare un ruolo principale nella regione con il pretesto di rappresentare una realtà religiosa che non poteva più essere ignorata!». Un approccio, quello di Obama, più da «filosofo sociale»secondo al-‘Atibi e che è ben diverso da quello dell’attuale leader statunitense che «da uomo d’affari legge lo scontro nell’area innanzitutto come un conflitto politico». «Con Obama – conclude lo scrittore – l’Iran e l’Arabia Saudita erano sullo stesso piano, con Trump è [solo] Teheran ad essere accusata».

Riguardo ai risultati del vertice di Riyadh, segnaliamo due opposte reazioni sulla stampa araba. Sull’emiratino al-Ittihad, ‘Abd Allah ben bejjad al-‘Atibi[5], dopo aver esaltato il ruolo di Riyadh («ha iniziato a mostrare con chiarezza quanto sia lo stato più influente della regione sostenendo la stabilità del mondo, non quella del caos,  supportando la pace e la sicurezza, non la distruzione e il terrorismo») scrive: «I tre vertici di Riyadh – il summit saudita-americano, quello del Golfo-americano e l’ultimo islamico-arabo-americano – avranno un grande impatto nel medio e lungo termine. L’Arabia Saudita si può rallegrare del fatto che il suo grande ospite, il presidente statunitense Donald Trump, l’ha scelta come prima tappa estera mostrando così una reale intenzione di ricostruire la coalizione con i Paesi del Golfo (visti come i suoi più importanti alleati) e di creare intese future che rafforzeranno la vecchia alleanza e le daranno un orizzonte più vasto». Per l’analista, il successo dell’iniziativa è evidente: «Sviluppare le relazioni con gli stati del Golfo vuol dire riportare la stabilità, la pace, diffondere la convivenza, la tolleranza e la lotta all’estremismo che costituisce il primo passo per combattere il terrorismo».

Diverse, invece, le aspettative da parte di Iyad al-Dalimi su al-Araby al-Jadeed[6]. Al-Dalimi invita infatti i leader arabi «ad attendere le mosse di Trump prima di comprare le sue armi, riempirlo di lodi e di hashtag di ringraziamenti. Oggi la strada di fronte al signor Trump è chiara: se vuole davvero vincere, non l’amicizia degli arabi, ma la guerra contro il terrorismo, deve innanzitutto tagliare il braccio dell’Iran dalla regione. Vero, Trump e il suo team alla Casa Bianca ci hanno ripetuto molte dichiarazioni del genere. Tuttavia, i suoi atti non sono ancora chiari». Gli esempi a sostegno di questa tesi, secondo al-Dalimi, non mancano: «Nonostante le promesse allettanti fatte alla Turchia, la sua amministrazione ha fornito alle milizie curde siriane legate al Pkk armi pesanti non considerando le relazioni che ha con Ankara né, tantomeno, le leggi americane che vietano di armare qualunque formazione terroristica (così è classificato il Pkk in America). Dire che non esiste un legame tra il partito [dei lavoratori del Kurdistan] e le milizie curde in Siria è un’offesa alle intelligenza». L’analista rileva poi come anche in Iraq Trump appaia ambiguo perché «non ha mostrato alcun segnale serio contro l’influenza iraniana». In generale, però, bisogna diffidare della stessa America: «L’Iran non si sarebbe potuta allargare nel nostro mondo arabo se gli Usa non le avessero spianato la strada. Non dovete credere che questo sia avvenuto per la furbizia iraniana e la cattiveria e disattenzione degli americani come alcuni provano a sostenere. Ciò è avvenuto per una palese complicità». Evidente il caso siriano dove «tutti sanno che le linee rosse di Obama non solo hanno facilitato l’ingresso di Teheran in Siria, ma anche di Mosca e di Hezbollah [oltre a permettere] un maggiore utilizzo di armi chimiche da parte di al-Asad contro il suo popolo». La conclusione del suo ragionamento è perciò chiara: «In definitiva, l’America è responsabile della penetrazione iraniana [nel mondo arabo], è responsabile dei massacri avvenuti nella regione per mano delle milizie iraniane dal 2004. È responsabile dell’apparizione dello Stato Islamico. […] Perciò invito tutti i leader arabi e musulmani a non credere alle promesse di Trump, né a quelle americane perché Washington, come sempre, venderà illusioni». 

Un’analisi diversa del summit di Riyadh, invece, la propone Nabil ‘Awda[7] sul portale della tv qatarina al-Jazeera. ‘Awda, infatti, osserva come ormai tra i governanti arabi sia stata sdoganata l’idea secondo cui una risposta alle «minacce» rappresentate dall’Iran e dall’autoproclamato califfato islamico implica l’ingresso nella coalizione arabo-statunitense anche d’Israele. «[Tale scenario] non sembra suscitare alcun problema negli stati arabi “moderati”, anzi questi desiderano veramente vedere Israele a loro fianco». La normalizzazione dei rapporti con lo stato ebraico, scrive ‘Awda, «non è più [per i leader arabi] un’ossessione che preoccupa. Il coordinamento alla sicurezza con Israele in modo unilaterale è ormai emerso e il linguaggio diplomatico tra “Tel Aviv” e alcune capitali arabe ha ormai un carattere amichevole». Se i rapporti tra gli arabi e quella che un tempo chiamavano «entità sionista» sono sempre più evidenti, affinché Israele entri all’interno della nuova alleanza anti-Iran non resta che «calmare lo scenario israelo-palestinese tornando a muovere le acque stagnanti del processo di pace riattivando i negoziati e trovando una formula per risolvere la crisi nella Striscia di Gaza che ponga fine al potere di Hamas. In tal modo la questione palestinese è di nuovo una carta da contrattare, vittima dell’equilibrio regionale e internazionale». Ma, osserva con amarezza ‘Awda, se prima negoziare sulla Palestina comportava «il ritorno di un Paese arabo all’interno della comunità arabao l’inizio di una nuova Road map, questa volta vuol dire che Israele non è più un nemico, ma un alleato».

Incominciano a comparire i primi segnali che il summit di Riyadh, che la stampa filo-saudita definisce tout-court come un «successo» in chiave anti-iraniana, ha anche un caro prezzo da pagare per gli arabi: la normalizzazione dei rapporti con Israele. Significativa, a tal riguardo, la lettura che dà il direttore del portale Ray al-Yawm  ‘Abd el-Berry ‘Atwan[8]. Secondo il commentatore di origini palestinesi, la vendita di armi Usa all’Arabia Saudita per un valore di 110 miliardi di dollari non garantirà la superiorità militare dei Saud in Medio Oriente. L’acquisto di armi, scrive ‘Atwan a proposito della conferenza stampa congiunta tra il ministro degli esteri saudita al-Jubeir e il Segretario di stato statunitense Tillerson, «non serve né oggi né fra 10 anni a liberare al-Aqsa e Gerusalemme, ma solo a combattere gli stati meno progrediti in campo difensivo come l’Iran e lo Yemen e forse anche l’Iraq e la Siria. […] Il signor Jubeir è stato molto amichevole per quanto riguarda la questione dello stato d’occupazione israeliano e si è limitato ad una sola espressione “continuiamo a lavorare con gli Stati Uniti per raggiungere la pace tra israeliani e palestinesi”, cioè ne parlava come se [la Palestina] si trovasse in America Latina o nel mare dei Caraibi. Non ha chiesto affatto la fine dell’occupazione e il ritiro israeliano. Tali parole sono un tabù e non si trovano nel suo vocabolario». ‘Atwan ritiene che «il pericolo più grave che è emerso dalle dichiarazioni del signor al-Jubeir, e che mostra quale sia l’obiettivo fondamentale di questa “visione strategica”, è quando ha detto che “l’Iran ha fondato la più grande organizzazione terroristica, Hezbollah, e sostiene gruppi terroristici come al-Qa’eda e i Talebani e che deve distruggere queste reti del terrore prima di [iniziare] qualunque dialogo». Dopo aver sottolineato come i talebani siano stati sostenuti da Riyadh con la «benedizione americana», l’analista afferma che «“la visione strategica” saudita e americana, per come l’abbiamo compresa, è eliminare qualunque pericolo che minaccia Israele, soprattutto Hezbollah. E forse Hamas e la Jihad islamica e le altre organizzazioni di resistenza. Le armi ottenute dai sauditi servono proprio a realizzare tale obiettivo». Gli obiettivi della «Nato arabo-islamica»per il direttore di Ray al-Yawm sono chiari: «combattere l’Iran e Hezbollah, appiccare la miccia della guerra sciita nella regione e nel mondo islamico esattamente come ha fatto la Nato occidentale contro il comunismo e i suoi alleati. Non escludiamo che questo nuovo “patto” abbia anche una clausola chiara [relativa] all’unione d’Israele e forse della sua leadership a questa alleanza arabo-islamica i cui contorni cominciano a delinearsi giorno dopo giorno». Gli obiettivi dei summit di Ryadh sono così riassunti in un altro suo editoriale[9]: 1) insistenza di Trump a bombardare Hezbollah e Hamas «criminalizzando la resistenza all’occupazione israeliana»; 2) l’estremismo, per il presidente Usa, è «l’ostilità nei confronti d’Israele e dell’America laddove la “moderazione” è, invece, il porsi sotto la loro ala [protettiva]»; 3) il nemico da combattere è l’Iran non «l’Israele moderato e civile»; 4) «Nessuno ha dato la parola al presidente palestinese Abbas (Abu Mazen) per non imbarazzare Trump e forse Israele. Ciò vuol dire la totale marginalizzazione della questione palestinese in questo vertice e nel futuro». La conclusione, per ‘Atwan, appare evidente: «Il summit di Riyadh islamico-trumpiano non rappresenterà l’inizio della pace in Medio Oriente e nel mondo come ha detto il presidente Trump e non segnerà nemmeno l’inizio di una guerra al terrorismo finché le ingiustizie che hanno prodotto il terrorismo, nella sua accezione americana, resteranno tali. [..]. Trump non ha lanciato la lotta al terrore, ma una guerra settaria nel mondo islamico. Una guerra di cui noi come arabi e musulmani, qualunque sia la nostra scuola religiosa e la nostra discendenza, saremo le principali vittime».

06/06/2017

 


[1]S. al-Dossary, Trump a Riyadh, le regole del gioco cambiano, al-Sharq al-Awsat, 21/5/2017, consultabile su https://tinyurl.com/y9we8m46

[2]A. al-Rasheed, Trump a Riyadh, il suggerimento di Obama, Sharq al-Awsat, 20/5/2017, consultabile su https://tinyurl.com/kpfzz9m

[3]S. Nassar, La visita di Trump nella regione: una tentativo per correggere gli errori di Obama, al-Hayyat, 20/5/2017, consultabile su https://tinyurl.com/kn7wclc

[4]A. al-‘Atibi, America e Arabia Saudita: il ritorno delle relazioni al loro binario [storico], al-Hayyat, 22/5/2017, consultabile su https://tinyurl.com/ken8g3b

[5]A. B. al-‘Atibi, I tre vertici di Riyadh, al-Ittihad, 22/5/2017, consultabile su https://tinyurl.com/y856u8rb

 

[6]I. al-Dalimi, non credete a Trump, né all’America, al-Araby al-Jadeed, 16/5/2017, consultabile su https://tinyurl.com/n87gvoz

[7]N. ‘Awda, Il dilemma iraniano e la formazione della Nato araba, al-Jazeera, 21/5/2017, consultabile su https://tinyurl.com/my6hadq

[8]‘A. ‘Atwan, I maggiori “successi” della visita di Trump: la “visione strategica” saudita-americana per annientare Hezbollah, Ray al-Yawm, 20/5/2017, consultabile su http://www.raialyoum.com/?p=678573

[9]‘A. ‘Atwan, Trump parla ai musulmani di tolleranza, ma batte i tamburi di guerra, Ray al-Yawm, 21/5/2017, consultabile su http://www.raialyoum.com/?p=679016

 

Autore: 
Roberto Prinzi

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