La Russia in Libia, ambiguità o strategia?

La Russia in Libia, ambiguità o strategia?
Osmedreloaded n.5 maggio 2017

I due principali focolai d'instabilità nel Mediterraneo, anche se non gli unici ma sicuramente i più difficili da spegnere e controllare, Siria e Libia, sono da tempo oggetto di un forte e deciso impegno russo. Si tratta, come si ripete da circa sei anni, di due dossier molto diversi, al punto da rimanere colpiti, invece, quando se ne marcano gli elementi comuni.

Le due crisi hanno avuto origine dal medesimo processo caotico, apparentemente chiaro e lineare, scatenato dalle cosiddette primavere arabe; ben presto queste crisi, infatti, hanno messo in discussione l'esistenza stessa dello stato e dei suoi confini tradizionali; è stata utilizzata l'espressione “guerra civile” o in alternativa, ma con altrettanta sentenziosità, “guerra per procura” e, a questo proposito, gli attori internazionali coinvolti, anche se con responsabilità e intensità diverse, sono gli stessi; sia in Siria che in Libia si sono autoproclamate sedi del Daesh; hanno entrambe prodotto enormi ondate migratorie verso i Paesi europei che, lungi dal compattarsi ed impegnarsi più attivamente, hanno finito col dividersi ancora di più e attuare politiche volte al fermarne gli effetti (immigrati, profughi e richiedenti asilo) senza incidere sulle cause se non per peggiorarle. Ai fini di questa analisi, un altro fattore in comune è molto interessante e cioè l'impegno della Russia, militare ma soprattutto diplomatico, teso al mantenimento dei confini nazionali dei due Paesi e alla soluzione dei nodi principali di ciascun dossier, un impegno che è caratterizzato da una elevata propensione alla mediazione.

Tale propensione alla mediazione come strategia per la soluzione delle crisi, che se in Siria può apparire meno evidente, ma basta pensare al capovolgimento delle relazioni con la Turchia o all'atteggiamento sul nodo Assad nelle varie conferenze per averne qualche elemento, in Libia, invece, soprattutto in questi ultimi due mesi, si è chiaramente rivelata. Non si tratta ovviamente di una mediazione con un mero fine umanitario e stabilizzatore, ma di uno stile e di un approccio strategico che corrisponde perfettamente agli interessi russi. In primo luogo, la conservazione e, se possibile, l'incremento della presenza nel Mediterraneo, sempre perseguita anche dagli zar e dai sovietici; in secondo luogo, l'aumento del prestigio internazionale con la rottura dell'isolamento e l'ottenimento del favore dell'opinione pubblica occidentale, e infine la tutela degli interessi energetici in un'area che è ancora il fulcro del mercato degli idrocarburi.

L'impegno russo in Libia non si è attivato immediatamente, ricordiamo che nel 2011 Medvedev, (non senza degli apparenti e “chiassosi” contrasti con l'allora primo ministro Putin) non aveva esercitato il diritto di veto nel Consiglio di sicurezza nell'approvazione della risoluzione 1973 dell'11 marzo che istituiva la no-fly zone sulla Libia e autorizzava la comunità internazionale a utilizzare tutti i mezzi necessari per la protezione dei civili. Eppure Gheddafi era faticosamente ritornato ad essere un alleato della Russia, con rilevanti relazioni in campo energetico, militare ed economico. Dal 2008 in poi, infatti, erano stati stipulati accordi per commesse molto importanti, dalla vendita di armi alla costruzione di una centrale nucleare passando per la realizzazione di una linea ferroviaria tra Bengasi e Sirte. Sul piano politico, il raìs libico avrebbe dovuto appoggiare il fronte per la creazione dell'Opec del gas, capeggiato dalla Russia e dal Venezuela, e rappresentava, come molti degli altri leader della Sponda Sud, un baluardo alla diffusione del jihadismo. Si diceva, inoltre, che Russia e Libia stessero trattando per una base navale a Bengasi. Ed è proprio correlato a quest'ultimo elemento, forse, il motivo per cui Putin e Medvedev avevano deciso di non contrastare la dannosa iniziativa occidentale in Libia e cioè per concentrare tutti gli sforzi sul Paese che ospitava l'unica base navale russa nel Mediterraneo, la Siria.

Anche in Libia, come in Siria, l'occasione per una centralità del ruolo della Russia, è stata fornita dagli errori e dalla mancanza di una chiara strategia di europei ed americani. A questo proposito è bene sempre ricordare le pesanti responsabilità che gravano sui Paesi europei che più di tutti dovevano essere interessati alla stabilità e alla pace nel Mediterraneo e che invece hanno alternato momenti di attiva destabilizzazione a momenti di inettitudine e sbandamento. Fatta eccezione per il nostro Paese che fin da subito, solo e inascoltato per molto tempo, si è adoperato per il dopo Gheddafi, chiaramente con tutti i limiti del nostro peso internazionale paradossalmente ancora più forti nel contesto europeo.

In un primo momento, con il crescente interesse russo per il dossier libico, l'interlocutore principale di Putin, da almeno un anno a questa parte, sembrava essere Khalifa Haftar, il generale di Tobruk, secondo uno schema che doveva ripetere quello siriano: individuare il leader, appoggiarlo politicamente e militarmente, vincere la guerra e avere un fedele alleato nel Mediterraneo, con annesse basi navali, per i decenni a venire. Ma se questo schema può valere per la Siria, e non è neanche vero fino in fondo, sicuramente non poteva essere adattato alla Libia.

Anche se Haftar ha il favore di Al Sisi, importante alleato di Putin, e se viene armato anche dalla Russia, a quanto pare, nonostante l'embargo, attraverso una triangolazione con l'Algeria, non può essere considerato l'Assad libico per vari motivi. Innanzitutto, e non è secondario nell'ottica russa, non era il legittimo presidente prima dell'inizio della crisi, inoltre la complessità delle relazioni del generale e della sua biografia non garantiscono per la sua lealtà, infine, fino ad ora, nei vari consessi internazionali la Russia non ha mai messo in discussione la scelta dell'Onu e dell'Italia di rafforzare Al Serraj come capo del Governo di unità nazionale. Dal punto di vista delle relazioni energetiche con la Libia, d'altronde, la Russia si sta legando a doppio filo con Italia e Qatar (che, ricordiamo, sostiene, Al Serraj) attraverso le operazioni della Rosneft in quest'area, ed è arduo pensare che allo stesso tempo punti alla completa distruzione di tutti gli sforzi italiani per il Governo di unità nazionale.

Anche in questo caso, quindi, il ruolo della Russia sarebbe più teso a mediare tra Tripoli e Tobruk che a puntare su Haftar come guida libica futura.

Si troverà forse, o è stata già trovata, una soluzione di compromesso che potrebbe essere simile a quella raggiunta il 2 maggio ad Abu Dhabi che, con tutti i suoi limiti e criticità già emerse, prevede la creazione di un nuovo Consiglio di presidenza con tre elementi, Serraj, Haftar e il presidente del Parlamento di Tobruk Aghila Saleh, elezioni parlamentari e presidenziali entro il prossimo anno con possibilmente Haftar disposto ad essere sottoposto a una autorità civile, il che vuol dire che può diventare il capo delle Forze armate in cambio del sostegno al Governo di Tripoli. Un piano che dovrà mettere d'accordo anche gli altri attori libici, cosa non scontata, ma che di certo allontana la prospettiva, che invece sembrava imminente, del collasso del Governo di unità nazionale venuto fuori da tutto il faticoso processo di pace conclusosi a Shikrat.

06/06/2017

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