La situazione libica: alcune riflessioni sulle recenti evoluzioni all’interno del Paese e sulle principali iniziative di stabilizzazione adottate a livello internazionale e sul piano bilaterale

La situazione libica: alcune riflessioni sulle recenti evoluzioni all’interno del Paese e sulle principali iniziative di stabilizzazione adottate a livello internazionale e sul piano bilaterale
Osmedreloaded n. 5 maggio 2017

La crisi libica continua ad occupare un ruolo centrale nel dibattito internazionale, anche se occorre rilevare che negli ultimi mesi si sono verificati pochi progressi all’interno del territorio. Sotto un profilo politico, infatti, si ha ancora una forte instabilità e nelle ultime settimane si è anche verificata una sensibile escalation delle violenze, sia nell’area di Tripoli che nel sud del Paese. Di fronte, quindi, ad una situazione che mantiene livelli di criticità così elevati, si rende sempre più urgente una soluzione che possa finalmente avviare quel processo di stabilizzazione del Paese, in modo che questo transiti progressivamente verso una situazione di normalità.

Nonostante la presente situazione di stallo politico, la Comunità internazionale, soprattutto a livello Nazioni Unite, non ha mostrato l’intenzione di mutare la propria strategia per guidare la transizione libica. A tal proposito, si può richiamare uno statement trasmesso il mese scorso al Consiglio di sicurezza dal Rappresentante speciale per il Segretario generale e capo dell’UNSMIL, Martin Kobler, con il quale, dopo aver ricordato come «today, it is more important than ever to forge unity within Libya», è stato ribadito che «the international community also continues to strongly support the agreement and its institutions, and recognize the Presidency Council as the sole national executive authority». A sostegno di questa tesi, quindi, Kobler ha affermato che «the statements of P5 ambassadors to Libya, the political support and engagement of neighbouring countries, and the formation of the Quartet, of the African Union, League of Arab States, European Union and the UN are tangible reflections of international cohesion and commitment». Per questo motivo, l’unica strada perseguibile sarebbe quella del Libyan Political Agreement, rispetto al quale il Rappresentante speciale ha sostenuto in maniera molto netta che «both Libyans and the international community support the Agreement. Yes, it can be amended. But no, there is no alternative, there is no plan B. And there is no need for one». Dopo aver mostrato una simile fermezza, nel paragrafo successivo dello statement, viene, tuttavia riconosciuto, in maniera un po' contraddittoria, che «despite of what I have said we should be honest enough to see that the optimism and confidence of Skhirat has faded. Instead I see frustration, disappointment, sometimes anger, and often it is justified. The sharp horizon established by the Libyan Political Agreement has blurred and the path forward is no longer clear for many».

A livello regionale, una posizione simile, come ricordato dallo stesso Kobler, è stata espressa da Unione europea, Unione Africana e Lega degli Stati Arabi. Queste tre Organizzazioni, di concerto con le Nazioni Unite, hanno di recente adottato un Comunicato congiunto, nel quale hanno ribadito il loro «commitment to the sovereignty, independence, territorial integrity and national unity of Libya and its institutions under the Libyan Political Agreement signed in Skhirat while renewing its call to cease contacts with parallel institutions outside the Libyan Political Agreement».

All’interno dello scenario appena descritto, l’Italia è uno dei Paesi che, sul piano bilaterale, si sta maggiormente attivando per rafforzare la legittimità politica dell’attuale governo Serraj, anche perché il rafforzamento istituzionale del Paese è essenziale per affrontare la questione dei flussi migratori dal Mediterraneo. Infatti, solo dopo il consolidamento di un governo legittimo, e soprattutto rispettoso del diritto internazionale dei diritti umani, il nostro governo potrà concludere accordi con la Libia tesi a ridurre gli sbarchi in Italia.

Al fine, quindi, di rafforzare l’esecutivo Serraj, solo negli ultimi mesi l’Italia ha a) concluso, il 22 marzo, un memorandum sul contrasto al traffico di esseri umani, poi sospeso dalla Corte d’appello di Tripoli; b) sponsorizzato la conclusione di un accordo, firmato al Viminale il 31 marzo scorso, fra alcune tribù del Fezzan, che punta a mettere sotto controllo i cinque mila chilometri meridionali della Libia, da dove passa il flusso di migranti dell’Africa subsahariana, attraverso l’istituzione di una guardia di frontiera libica; c) di concerto con la Germania, ha inviato alla Commissione europea una lettera, firmata appunto dal Ministro dell’Interno italiano, Marco Minniti, e da quello tedesco, Thomas De Maizière, con la quale hanno proposto la creazione di una missione dell’UE per stabilizzare il confine meridionale della Libia e hanno chiesto che vengano finanziate le Autorità libiche.

Un simile attivismo da parte italiana, sebbene abbia portato all’adozione di una serie di documenti formali, alcuni dei quali anche dal presunto valore pattizio, nei quali viene riconosciuta l’autorità del Governo Serraj, non ha al momento contribuito ad un miglioramento della situazione all’interno del Paese o ad una reale rafforzamento delle sue istituzioni. Come detto all’inizio, infatti, la situazione politica è ancora frammentata e in termini di sicurezza si sta manifestando, almeno nelle ultime settimane, un processo più involutivo che migliorativo. In un simile contesto, sarebbe forse più produttivo rivedere la strategia complessiva di transizione politica, per renderla più inclusiva ed efficace, piuttosto che concludere memorandum d’intesa, partnership e quant’altro con un governo che ancora non ha il controllo di buona parte del territorio, se poi questi strumenti non possono essere implementati.

Per quanto riguarda, infine, la specifica questione dei flussi migratori, di particolare interesse per l’Italia, occorre richiamare un intervento tenuto l’otto maggio scorso in Consiglio di sicurezza dal Procuratore della Corte penale internazionale, Fatou Bensouda, dai toni molto duri. Il Procuratore ha, innanzitutto, espresso «profound regret that the overall security situation in Libya has deteriorated significantly», sottolinenando che «the ongoing political instability and volatile security situation in Libya have reportedly led to the widespread commission of serious crimes». In particolare, ha affermato che il suo Ufficio «continues to collect and analyse information relating to serious and widespread crimes allegedly committed against migrants attempting to transit through Libya» e, di conseguenza, si è mostrata «deeply alarmed by reports that thousands of vulnerable migrants, including women and children, are being held in detention centres across Libya in often inhumane conditions. Crimes, including killings, rapes and torture, are alleged to be commonplace […] Libya has become a marketplace for the trafficking of human beings». Ritenendo, quindi, inacettabile tale situazione,ha annunciato che il suo Ufficio «is carefully examining the feasibility of opening an investigation into migrant-related crimes in Libya should the Court’s jurisdictional requirements be met».

Alla luce della situazione descritta dal Procuratore della Corte penale internazionale, non sembra, quindi, che al momento sussistano le minime condizioni per concludere accordi finalizzati a respingere i migranti verso la Libia o per bloccare le partenze da questo Paese verso l’Italia. 

06/06/2017

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