La Turchia e la lotta all'Isis

La Turchia e la lotta all'Isis
Il governo turco si trova sempre più stretto nelle contraddizioni della sua politica regionale
Le dichiarazioni di ieri del premier turco Ahmet Davutoglu secondo le quali trattare con Bashar al Assad nell'ambito della lotta contro lo Stato islamico sarebbe come "stringere la mano a Hitler", hanno acceso nuovamente i riflettori sull'atteggiamento della Turchia nell'ambito della lotta contro l'organizzazione di al-Baghdadi e riproposto con forza una serie di interrogativi sulla sua strategia nella regione. Molti analisti occidentali sono convinti che Ankara non abbia alcuna intenzione di combattere realmente contro le milizie dello Stato islamico e che anzi, utilizzi la sua ascesa nell'area mediorientale, a fini strumentali per conseguire una serie di obiettivi tra i quali la caduta del regime siriano, il massimo indebolimento possibile delle organizzazioni militari e politiche curde e perfino la conclusione di affari con lo Stato islamico nell'ambito del mercato nero del petrolio di cui l'Isis si è impossessato. L'oro nero di contrabbando proviene dalla vasta zona che l'Isis controlla in Siria e Iraq e passa attraverso gli oltre 900 km di confini che la Turchia condivide con la prima e poco meno di 400 con il secondo. Stime dello scorso autunno effettuate dal Brookings Doha Center valutano in circa 2 milioni di euro al giorno i proventi per lo Stato islamico dalla vendita del petrolio di contrabbando, una cifra spropositata che garantisce risorse economiche costanti per tutte le sue attività.
Ci sono tuttavia anche una serie di effetti collaterali che si stanno ritorcendo contro questo atteggiamento di Erdogan, all'interno del suo stesso paese: il primo è proprio la rivalutazione o quanto meno la proposta di rivalutare la funzione di Assad nella regione esattamente in funzione anti-Stato islamico e quindi di considerare il regime siriano un possibile alleato. Inoltre i curdi del PKK - partito dei lavoratori curdi guidato dal capo carismatico Abdullah Ocalan in carcere da oltre 15 anni - soprattutto grazie alla loro resistenza a Kobane e alla capacità di liberarla dall'occupazione degli jihadisti, si sono rafforzati e hanno anche essi acquisito un ruolo positivo e funzionale nella campagna contro l'Isis in quest'area. I problemi emersi dalla strategia turca presentano anche una serie di risvolti a carattere interno poiché, come riferito da alcuni media tedeschi, nella provincia turca di Gaziantep, situata nella regione dell'Anatolia sud orientale, sembrerebbero esserci alcuni centri di reclutamento ed addestramento per jihadisti che poi riuscirebbero a raggiungere il confine con la Siria senza particolari controlli. Lo scorso settembre, l'arresto in città (Gaziantep) di 19 miliziani dell'Isis sembra aver dato credito a questo sospetto.
Sempre sul piano interno la Turchia sta conoscendo un fenomeno altrettanto inquietante e potenzialmente deflagrante per la sua sicurezza che è quello del reclutamento volontario di suoi cittadini tra le fila delle milizie dell'Isis. In molte città turche, Istanbul compresa, sono nate svariate società religiose che riescono a fare presa soprattutto sui giovani turchi e che organizzano trasferimenti via terra di candidati jihadisti. Il fenomeno oltre ad essere visibile alla luce del sole - tanto che in sempre più autovetture e pulmini si vedono sventolare bandiere dello Stato islamico - sembra essere in ascesa anche numericamente parlando e non incontra particolare controlli da parte delle autorità di polizia. Una conferma autorevole e chiara di questa situazione l'ha data recentemente il direttore della National Intelligence statunitense James Clapper durante una seduta davanti alla Commissione difesa del Senato affermando lapidariamente che la Turchia ha altre priorità e interessi rispetto alla lotta all'Isis, come anche - ha precisato Clapper - i sondaggi dell'opinione pubblica turca mostrano. Secondo i turchi, infatti, l'Isis non è una minaccia primaria alla sicurezza interna e di conseguenza l'approccio turco consiste nel creare un contesto "permissivo" per il reclutamento dei "foreign fighters" diretti verso la Siria. Clapper ha poi sottolineato come circa il 60 per cento di queste nuove reclute raggiunga la Siria proprio attraverso la Turchia.
L'incursione dell'esercito turco oltre i confini della Siria per evacuare il mausoleo dedicato ad uno dei padri dell'Impero ottomano vissuto tra il XII e il XIII secolo, Suleyman Shah, al fine di evitare qualsiasi azione contro di esso da parte dell'Isis ha dato modo al governo siriano di emettere un comunicato che sottolinea come "gli stretti legami tra il governo turco e l'organizzazione terrorista" emergano dalla mancata reazione dell'Isis all'iniziativa militare turca e, in precedenza, dal non aver attaccato la tomba difesa, peraltro, da una ridotta guarnigione composta da 38 soldati turchi. La Turchia sembra così pagare il prezzo della sua politica spregiudicata nell'area e mostrare di nuovo la sua incapacità nel saper leggere con lungimiranza strategica gli sviluppi che la notevole e cronica instabilità della regione può far emergere sia a livello interno sia internazionale. 
 
18/03/2015
Autore: 
Rigas Raftopoulos

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