L'attacco americano a Shayrat nella stampa araba

L'attacco americano a Shayrat nella stampa araba

«Dopo i primi due mesi per lo più disastrosi, nelle due ultime settimane il presidente Trump ha dato buona prova di sé in politica estera agendo con decisione in Siria, avendo come possibile partner la Cina nella questione nordcoreana, migliorando le relazioni con la Nato e affrontando le delicate tensioni con la Russia. Perché Trump sta prendendo migliori decisioni ora?»si domanda il commentatore statunitense David Ignatius in un articolo pubblicato sul filo-saudita Asharq al-Awsat[1]. Secondo Ignatius la risposta è semplice: «Trump ha allestito una squadra per la sicurezza nazionale competente e ne ascolta i suoi consigli. I suoi principali consiglieri erano d’accordo per un attacco rapido e limitato su una base siriana e il presidente ha accolto la loro raccomandazione. Non l’ha amplificata, discussa o ostacolata con i suoi tweet. Ha fatto sì che l’operazione avesse luogo». Il riferimento è al raid aereo americano dello scorso 6 aprile sulla base di Shayrat (nei pressi di Homs) da dove, sostengono gli americani, sarebbe partito qualche giorno prima il presunto attacco chimico del presidente siriano Bashar al-Asad. Nel bombardamento – il primo di Washington contro Damasco – l’aviazione statunitense avrebbe colpito piste, aerei e postazioni di rifornimento uccidendo (fonti siriane) 15 persone, tra cui nove civili. L’attacco, «una aggressione»per al-Asad, ha avuto ampia eco in Medio Oriente non solo perché ha colpito l’alleato della Russia esacerbando le già altissime tensioni nell’area, ma anche perché Trump non lo aveva preannunciato sebbene lo avesse lasciato intendere il giorno precedente con un duro messaggio contro il presidente siriano. La «gravità/soddisfazione» dell’azione statunitense (la scelta dei due differenti termini dipende in linea di massima se a commentare la notizia è un’analista vicino all’“asse della resistenza” sciita o un commentatore schierato con il fronte sunnita) è ampiamente trattata e commentata dai media arabi per le conseguenze geopolitiche che potrebbe avere nella regione mediorientale.

Proprio su Trump, Ignatius osserva nel già citato articolo come «la sua forza e la sua debolezza risiedono nella sua enfasi sulla politica della personalità». Questo, nota l’analista, rappresenta un «pericolo»soprattutto se «si personalizza troppo la politica». «A Trump piacciono le persone che lo fanno sembrare buono (come fa il presidente cinese Xi Jinping). Ma il successo personale non può essere il motore dell’arte di governare. La scorsa settimana Trump ha adottato un approccio differente, più cauto e consensuale avvicinandolo al mainstream della politica estera che lui e Bannon [lo stratega della Casa Biaca, nda] hanno deriso durante la campagna elettorale, ma che ora gli dà un assaggio del successo che desidera».

Le voci sul prestigioso Asharq al-Awsat non sono tutte concorde sul «successo» dell’azione americana a Shayrat. Secondo il commentatore Salman al-Dossary, infatti, si è trattato di un raid «significativo, ma insufficiente»[2]. «L’attacco ha posto fine al sonno degli Usa nei confronti della complicazioni di una guerra che ha prodotto la peggiore crisi umanitaria della storia recente. Chiaramente è prematuro dire se gli Stati Uniti hanno iniziato a correggere la loro posizione. [Il raid] potrebbe essere un’azione isolata e solo una reazione a uno dei tanti massacri commessi dal regime di al-Asad. Tuttavia, rappresenta almeno un segnale che il mondo ha una nuova amministrazione statunitense che ha fatto in meno di 4 mesi quello che non ha fatto la precedente in otto anni». Nonostante il segnale di discontinuità lanciato da Washington, al-Dossary sottolinea però come «l’attacco alla base aerea di Shayrat, sebbene sorprendente e importante, rappresenta un piccolo passo per cambiare le condizioni sul campo e porre fine alla tragedia siriana. Se l’attacco fosse avvenuto nel 2013 quando Barack Obama minacciava [Damasco] con la sua “linea rossa” e prima ancora dell’intervento militare russo, forse gli effetti sarebbero stati ancora più vantaggiosi per l’opposizione [siriana] e avrebbe messo una forte pressione sul regime di al-Asad». Infatti, aggiunge il commentatore, «un attacco [del genere] non cambierà il modo orribile con cui al-Asad tratta i civili e non avrà conseguenze sul suo potere anche se ciò dovesse impedirgli nel breve termine di usare le armi chimiche. Washington, comunque, è convinta che Damasco le abbia usate nel massacro di Khan Sheikhoun e pertanto deve essere punita». Un qualcosa che è già avvenuto in passato: «Durante la guerra tra Iraq e Iran, gli Usa appoggiarono l’Iraq contro l’Iran, ma presto si rivoltarono contro il regime di Saddam Hussein quando questo utilizzò le armi chimiche nel Kurdistan. L’attacco di Shayrat potrebbe essere anche visto come un avvertimento [diretto] a Mosca per le conseguenze che ne potrebbero derivare a causa degli atti commessi dal suo alleato al-Asad». La critica al Cremlino è feroce: «I russi hanno ingannato la comunità internazionale con l’accordo del 2013 con cui il presidente siriano consegnava le sue armi chimiche. Mosca sapeva che al-Asad ne aveva ancora qualcuna e che l’avrebbe usata in futuro senza [temere] alcuna concreta reazione da parte della comunità internazionale. Nel corso degli ultimi anni il regime ha compiuto vari raid che hanno ucciso migliaia di siriani innocenti, ha usato tattiche per affamare [la popolazione], ha colpito gli ospedali così come ha effettuato attacchi chimici. Ma al-Asad non ha mai pagato il prezzo per la sua barbarie. Questa volta, però, l’amministrazione Trump ha ritenuto [opportuno] dover distruggere una delle sue basi aeree in modo da impedire ai caccia siriani di bombardare gli innocenti e di sganciare su di loro il gas Sarin. […] Se lo slogan di Trump è stato “America prima” ciò non significa necessariamente che agirà con indifferenza nei confronti delle questioni mondiali, ma vuol dire che l’America resterà forte e comanderà il mondo». Al-Dossary non si illude: «Sebbene il raid di Shayrat abbia prodotto vari risultati, la sua influenza sarà limitata nel tempo se resterà un passo isolato e non [farà parte di una] nuova strategia. Sei anni di guerra hanno dimostrato che solo la Russia, l’Iran e Hezbollah stanno sconvolgendo i territori siriani per sostenere un regime nei fatti collassato. Questo attacco diretto contro Damasco potrebbe rappresentare un primo atto per il rispetto delle risoluzioni internazionali e per spingere il mondo, Usa in testa, ad agire per porre fine alla tragedia siriana». Per Asharq al-Awsat una tragedia di cui sono direttamente responsabili l’Iran e la Russia perché alleate di al-Asad.

Tuttavia, è interessante rilevare come all’interno del quotidiano filo-saudita c’è chi scorge un differente atteggiamento russo dopo il (presunto) attacco del regime a Khan Shaykhoun. L’analista Tariq al-Homayyed[3] scrive a proposito: «Lavarov e al-Asad sono sulla stessa lunghezza d’onda? Possono condividere la stessa idea [sul conflitto], ma sicuramente i motivi sono differenti. Sembra infatti che Lavrov non stia difendendo il criminale di Damasco come la Russia ha fatto nel 2013 quando ha promesso di rimuovere l’arsenale chimico di al-Asad utilizzato contro i siriani. Mosca prese allora quell’impegno perché in questo modo Damasco poteva eludere le linee rosse decise dall’indulgente presidente Usa Barack Obama verso il crimine di al-Asad [si riferisce al presunto attacco chimico nel Ghouta, nda]. La situazione è differente oggi dopo il raid statunitense. La Russia non può più essere un mediatore onesto dopo che al-Asad ha usato nuovamente le armi chimiche. Nessuno può fare affidamento sulla sua credibilità in Siria». Al-Hommayed rincara la dose: «È sorprendente come la Russia, l’Iran e il regime di al-Asad stiano chiedendo tramite Lavrov un’indagine accurata e imparziale sull’attacco chimico di Idlib. È sorprendente perché mercoledì, durante la sessione del Consiglio di Sicurezza [dell’Onu], la stessa Russia ha posto il veto per l’ottava volta per proteggere al-Asad dalla condanna di uso di gas tossico spingendolo a cooperare in un’inchiesta internazionale su quell’incidente!». «Mosca – sostiene il commentatore saudita – non sta difendendo al-Asad, ma proteggendo la sua credibilità. Ecco perché ha ostacolato il progetto dell’Onu e ha chiesto una nuova definizione d’indagine “imparziale” al di fuori delle Nazioni Unite. La Russia sta agendo così in difesa della sua reputazione intaccata [dall’azione di] al-Asad. Questo è il suo gioco e per gioco intendiamo mentire. Ma chi le crede più ora? L’utilizzo di armi chimiche è differente da i barili esplosivi [di Damasco]? O dall’uccisione dei siriani con armi russe-iraniane?». Più articolato è il ragionamento che fa ‘Abd al-Qahhab Badr Khan sulle pagine di al-Hayyat[4]. Dopo aver ricordato come recentemente gli Usa avevano aperto ad al-Asad riconoscendolo di fatto come interlocutore, l’analista osserva come «ambienti vicini [al regime siriano] ritengono ora le rassicurazioni americane una trappola. Non hanno esitato pertanto Russia e Iran a “coinvolgere” al-Asad a Khan Shaykhoun per riportarlo dalla loro parte sbarrandogli la strada a qualunque tentativo di iniziare una relazione sottobanco con gli americani. Uno di loro ha sintetizzato questa posizione dicendo che i russi e gli iraniani hanno voluto far capire ad al-Asad che sono loro che lo hanno salvato e lo proteggono perché sono loro che lo “vendono quando arriva il momento” e non è lui a scegliere l’acquirente». Con l’attacco di Washington alla base di Shayrat sembra che «è cambiata la condotta americana, si è modificato almeno apparentemente persino il linguaggio d’Israele e si è tornato a ripetere che al-Asad “non ha alcun posto nel futuro della Siria”. Trump ha utilizzato l’arsenale degli aggettivi (cattivo, macellaio, animale) per indicare una persona con cui è impossibile lavorarci insieme o, come ha detto il membro del Congresso americano Gabbard, con cui avere contatti. Pertanto “la logica della realtà” fa a gara con la “realtà di fatto” e la può contraddire del tutto. Èdavvero cambiata la politica americana? Molti ne dubitano, ma ciò che è certo è che sta esprimendo le sue idee in modo diverso basti vedere il suo annunciato desiderio di ridimensionare l’influenza iraniana, il non esitare a far adirare la Russia e a non garantire il futuro ad al-Asad stesso e alla sua banda». Per Badr Khan è evidente come «in ogni caso gli Stati Uniti d’America non presenteranno nessun piano alla Russia (o all’Iran) per la permanenza o l’uscita [di scena] di al-Asad. Mentre l’altra parte della politica americana è più chiara e consiste nello sradicamento di Daesh nel nord della Siria grazie ai curdi e ad una grande presenza americana sul terreno e nel sud grazie ad una forza di militari dissidenti sostenuti da americani e britannici». Secondo l’analista «l’attacco degli Usa al regime non è il segnale [dell’inizio] di una nuova politica. E se ritornerà la cooperazione russa-americana per i negoziati di Ginevra, Trump e la sua squadra scopriranno quello che già sapevano. Ovvero che hanno di fronte un “partner” russo che non ha fatto nulla in questi anni se non “vendere” al-Asad e il suo regime impegnandosi a non suscitare sospetti tra gli iraniani. [Pertanto] “il processo di Ginevra” è stato allestito da Staffan de Mistura secondo i desiderata di Mosca e Teheran presentando una formula che entrambi vogliono. L’amministrazione Trump non sembra ancora interessata all’opposizione, alla loro causa e potrebbe non avere nulla di nuovo [da proporre] per riattivare le trattative».

Sul quotidiano saudita al-Jazirah[5] (da non confondere con la rete panaraba al-Jazeera) Ahmad al-Farraj scrive che il raid americano a Damasco è un attacco alla sinistra americana: “[Prima del raid] la sinistra americana, possiamo chiamarla anche come gli “orfani di Obama”, era in uno stato di grande euforia. I loro media erano riusciti a dare una immagine oscura del nuovo presidente Donald Trump facendo ricorso a molte falsità, fughe di notizie e scenari immaginari. A ciò aveva contribuito anche Trump con alcuni errori […] ma il presidente ha sorpreso tutti, soprattutto i suoi rivali politici, quando ha ordinato, come capo supremo delle forze armate, di dare una lezione dal grandissimo valore simbolico al regime siriano». Per al-Farraj punire Damasco ha un chiaro significato anche in politica interna: «La sinistra americana è rimasta tramortita da questa sua azione militare perché sperava che [Trump] restasse un presidente inefficace. […] Colpire il regime siriano ha fatto saltare in aria tutte le pretese dei suoi rivali circa i rapporti amichevoli che lo legano alla Russia di Putin. Prima di essere una lezione per Damasco, gli spaventosi missili Tomahawk sulla base di Shayrat sono stati un duro schiaffo per Mosca che occupa di fatto la Siria. I rivali del presidente Usa lo hanno compreso e quello che dovevano fare era inventare storie complottistiche a riguardo». Sulla tv panaraba al-Jazeera[6], invece, il commentatore Husayn ‘Abd al-Aziz si domanda cosa sarebbe accaduto se gli Usa si fossero disinteressati dell’attacco chimico attribuito al regime: «La riposta è semplice: aumento del caos sullo scacchiere mondiale poiché Washington si sarebbe mostrata debolissima e incapace di assumere l’iniziativa. Ciò avrebbe aperto il campo alle forze regionali – in particolare alla Russia – per immischiarsi nei programmi della regione senza tenere in conto della posizione americana. Un fatto che l’amministrazione Trump non può accettare. Perciò, si può comprendere la velocità americana nel rispondere senza attendere una commissione d’indagine internazionale – o perfino inchieste neutrali – che definisse con esattezza chi ha compiuto il raid sebbene tutti gli elementi confermino che ad effettuarlo sia stato il regime siriano». Per ‘Abd al-Aziz l’attacco non ha avuto come obiettivo solo quello di punire Damasco per aver utilizzato le armi chimiche, ma anche: «a) mostrare la risolutezza americana contro ogni tentativo di violazione delle intese internazionali concordate; b) la riconquista di Washington del ruolo di guida mondiale e annunciare che la fase della “leadership da dietro” di Barack Obama è terminata; 3) mandare un messaggio alla Russia il cui significato è che l’esuberanza russa in Siria e Ucraina non deriva da una sua eccessiva forza ma [era conseguenza] dell’amministrazione Obama. Pertanto gli Usa non le daranno agibilità [politica] sul piano internazionale; 4) far capire alla comunità internazionale – in particolar modo a Mosca – che gli Stati Uniti d’America possono muoversi da soli e che la politica di Obama basata sul consenso internazionale non sarà una costante d’ora in avanti. […] In altre parole, gli Usa non permetteranno che l’Onu diventi una piattaforma legale in cui tutti [i membri] sono uguali e che ostacola le sue azioni; 5) mandare un messaggio intimidatorio ad altre parti come l’Iran e la Corea del Nord: quello che è accaduto in Siria potrebbe estendersi anche a loro; 6) infine, l’attacco americano segna il ritorno degli Usa sulla scena siriana dopo essere stati in secondo piano sia sul terreno che in campo politico».

Toni meno analitici, ma più emotivi sono quelli utilizzati dal noto commentatore televisivo Faisal al-Qasim sul al-Quds al-Arabi[7]. Il suo articolo risulta essere interessante perché rappresenta il sentimento conflittuale di parte del mondo arabo nei confronti di quello occidentale (in particolare degli Usa): se da un lato l’autore ne denuncia le sue ambiguità, dall’altro è cosciente che averlo come partner, pure a mezzo servizio, può costituire una speranza per un miglioramento delle condizioni di vita dei siriani. Al-Qasim inizia il suo articolo con un duro attacco all’ipocrisia americana: «Finalmente il presidente degli Usa Trump ha scoperto che gli aerei di al-Asad lanciano in tutta la Siria barili [bomba] sopra le teste dei civili e dei bambini siriani trasformandoli in brandelli di corpi. Finalmente Trump ha scoperto che questi barili bestiali tagliano le mani dei bambini e separano le teste dai loro corpi come ha affermato recentemente in una intervista televisiva a Fox News». L’ambiguità di Washington è duramente stigmatizzata: «Lei lo sa, presidente americano, che Bashar al-Asad non sarebbe stato capace di sparare una solo pallottola sui siriani se voi non gli aveste dato la luce verde [per farlo] sei anni fa? Sappiamo che Bashar non avrebbe osato distruggere la Siria e disperdere il suo popolo senza l’ok israeliano e americano perché non teme nessuno al mondo come il cowboy americano. [Pertanto] se volevate impedirgli di usare i barili lo avreste potuto fare semplicemente con una dichiarazione vera». Dopo aver criticato l’indifferenza americana di questi anni, l’analista siriano vicino all’opposizione scrive però: «Ciononostante, agiremo con voi [americani] signor presidente perché noi siriani siamo addolorati da un principio: meglio tardi [l’attacco] che mai. Non c’è dubbio che il vostro rivolgervi alla questione siriana, anche se con timidezza, è apprezzato da tutto il mondo arabo e non solo dai siriani. Ovviamente [questo] non vuole essere un incoraggiamento ad attaccare la Siria, ma a diminuirne la violenza e la distruzione. Non immaginate, signor presidente Trump, quanto è stata preziosa la vostra leggendaria frase con cui lei descrive al-Asad come un animale. I media internazionali l’hanno ripetuta in tutte le lingue. E ciò non ha prezzo per noi siriani che ci opponiamo al regime fascista di Damasco». Sull’azione militare compiuta dalla nuova amministrazione Usa, al-Qasim però ci tiene a precisare: «Mi creda [presidente], la maggioranza dei siriani non vuole che voi arruoliate eserciti per combattere al-Asad in Siria, né vuole un vostro coinvolgimento nel pantano siriano. I siriani, la maggior parte di loro, sono nazionalisti e rifiutano qualunque intromissione militare esterna nel loro Paese. Ma sanno che voi potete neutralizzare questo regime se volete. Si ricorda, signor presidente Trump, come Bashar ha ritirato rapidamente le sue truppe dal Libano come un topo impaurito non appena gli avete mostrato gli occhi rossi [di collera] senza dovere sparare un solo proiettile?». Una lettura degli eventi che appare riduttiva e semplicistica perché in Siria, come sostiene Radwan Sayed sull’emiratino al-Ittihad[8], è in atto un «conflitto internazionale». «Dal 2013 – scrive Sayed – la crisi siriana è diventata regionale perché l’Iran e le sue milizie nella regione, anzi il suo esercito, vi hanno preso parte con forza. […] Le attività russe da un lato, e quelle israeliane dall’altro, hanno fatto sì che le cose oltrepassassero i confini regionali. Ed è diventato internazionale dopo che gli Usa hanno detto “noi siamo qui”. Nonostante i ritiri voluti da Obama, gli americani non sono mai stati estranei al contesto iracheno e siriano. In Iraq sono presenti più di 6.000 soldati oltre all’aviazione. In Siria ne hanno più o meno 5.000 e hanno sempre sostenuto che combattevano solo Daesh. I missili americani sono stati usati per la prima volta contro le forze del regime siriano e la sua aviazione a una distanza molto ravvicinata dai russi, perciò nei fatti il conflitto si è internazionalizzato sebbene lo fosse già internazionale per dottrine e calcoli strategici». L’internalizzazione della causa siriana non ha fatto altro che «consacrare la sua divisione»come si legge in un articolo di Ghazi Dahman sul al-Araby al-Jadeed[9]. «Gli sviluppi siriani – scrive Dahman – giungono all’interno di [un contesto dominato] da rivalità per zone d’influenza e per la definizione di geografie mirate. Se al-Asad, sostenuto da Iran e Russia, aveva progettato di sfruttare le armi chimiche per svuotare la Siria occidentale degli abitanti sunniti e completare il controllo della “Siria utile”, certamente l’attacco americano all’aeroporto militare di Shayrat ha avuto come obiettivo quello di ostacolare l’efficacia delle linee del fronte prossime [alle aree] d’influenza americane nell’est della Siria completando la ridisegnazione dei confini con le armi da Manbij a nord a Tanf ad est. […] [Questi sviluppi] considerano la forza come unico mezzo di soluzione [al conflitto]. Con la presenza di attori regionali si è cominciato a credere che la sicurezza nazionale risiede all’interno del conflitto siriano e che tutti combattono in Siria per proteggere la propria capitale».

Concludiamo la rassegna di questo mese con un’editoriale del direttore del panarabo Ray al-Yawm, ‘Abd el-Berry ‘Atwan[10], in cui l’attacco americano viene duramente criticato non solo moralmente, ma anche dal punto di vista geopolitico: «L’aggressione degli Usa ha avvicinato l’Iran e la Russia e allontanato Mosca da Washington. In pratica ha dato risultati completamente contrari [a quanto si sperava]. I caccia siriani hanno continuato oggi [domenica 9 aprile, nda] i loro raid su Idlib e hanno bombardato l’area di Khan Shaykhoun in cui è avvenuta la strage. L’aviazione russa ha fatto la stessa cosa e non c’è stata alcuna opposizione americana. È come se Trump stesse dicendo che non c’è problema se le uccisioni avvengono con missili e armi tradizionali anche quando fra le sue vittime ci sono molti bambini. Ma l’uso di quelle chimiche è un tabù per noi americani». La riflessione finale che si pone il noto analista è amara perché sottolinea lo stato di asservimento di quella parte del mondo arabo schierata con l’Occidente (e in particolar modo dell’America): «Si scuserà Trump quando scoprirà in futuro la verità su chi ha utilizzato le armi chimiche a Khan Shaykhoun? Si scuseranno coloro che hanno sostenuto il suo coraggio e lo hanno applaudito dimenticando che è lo stesso presidente razzista che ha impedito ai siriani –  qualunque fossero le loro posizioni – di entrare in America insieme ai cittadini di 4 altri stati arabi e musulmani? Ancora una volta non ci aspettiamo una risposta, né attendiamo le scuse di qualcuno. Così come non abbiamo atteso risposte simili dai nostri fratelli iracheni e libici che hanno scoperto la verità troppo in ritardo, dopo la distruzione dei loro Paesi».

02/05/2017


[1]D. Ignatius, Trump ottiene un assaggio di successo, Asharq al-Awsat, 16/4/2017, consultabile su https://tinyurl.com/mgctczz    

[2]S. al-Dossary, Attacco di Shayrat.. significativo, ma insufficiente, Asharq al-Al-Awsat, 9/4/2017, consultabile su https://tinyurl.com/l5tvs58    

[3]T. al-Hommayed, La Russia sta difendendo sé stessa, non al-Asad, Asharq al-Awsat, 16/4/2017, consultabile su https://tinyurl.com/mvqvxyg  

[4]A. Badr Khan, Uscita dalle milizie iraniane è una condizione necessaria per quella di al-Asad, al-Hayyat, 20/4/2017, consultabile su https://tinyurl.com/lw738j5

[5]A. Farraj, Trump: colpire la Siria e la sinistra!, al-Jazirah, 15 aprile 2017, consultabile su http://www.al-jazirah.com/2017/20170415/ln25.htm

[6]H. ‘Abd al-Aziz, Le scelte americane in Siria, al-Jazeera, 20 aprile 2017, consultabile su https://tinyurl.com/lmevnlr

[7]F. al-Qasim, America sostiene i tiranni, poi finge di piangere per le sue vittime, al-Quds al-Arabi, 14/4/2017, consultabile su http://www.alquds.co.uk/?p=704556

[8]R. al-Sayed, La guerra siriana..conflitto internazionale!, al-Ittihad, 16/4/2017, consultabile su http://www.alittihad.ae/wajhatdetails.php?id=93858

[9]G. Dahman, Il conflitto internazionale in Siria consacra la sua divisione, al-Araby al-Jadeed, 18/4/2017, consultabile su https://tinyurl.com/kpgyotc

[10]‘A. ‘Atwan, Trump si è trasformato in eroe per molti arabi e israeliani, Ray al-Yawm, 9/4/2017, consultabile su http://www.raialyoum.com/?p=653828

Autore: 
Roberto Prinzi

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