Le battaglie di Erdogan

Le battaglie di Erdogan
Osmedreloaded n.1 Gennaio 2017

Sono tante le battaglie che il presidente turco Recep Tayyip Erdoğansta affrontando nell’ultimo anno e, in particolar modo, negli ultimi mesi. La situazione politica continua ad essere molto fluida: ad una vita a dir poco agitata sul piano interno (riforma costituzionale, attentati, guerra senza quartiere contro gulenisti, sinistra e curdi), si aggiunge una fallimentare conduzione della politica estera in Siria accanto a una più recente e conciliante con l’Iraq e Israele. Questo articolo proverà brevemente ad inquadrare le sfide che Erdogan sta giocando contemporaneamente in questa fase molto delicata della vita politica turca. Partite che, se vinte, potrebbero consacrarlo a tutti gli effetti a novello “Sultano” di Turchia (con ripercussioni facilmente immaginabili anche al di fuori del suo Paese), ma che, se perse, potrebbero assestare un duro colpo al suo incontrastato dominio più che decennale. Divideremo per semplicità d’esposizione le battaglie erdoganiane in due parti (quelle interne e quelle in politica estera) pur sapendo chiaramente come le prime siano direttamente connesse alle seconde e viceversa.

Partiamo innanzitutto dal primo grande obiettivo che il presidente turco vuole realizzare: la modifica della costituzione. Nel momento in cui scriviamo, il parlamento turco ha concluso domenica 15 gennaio la prima fase delle votazioni dei 18 emendamenti costituzionali promossi dal partito di governo Akp (la formazione politica di Erdoğan). L’esecutivo Yildirim ha imposto negli ultimi giorni ritmi serrati ai lavori parlamentari con una serie consecutiva di sedute notturne con l’obiettivo di concludere tutto l’iter processuale (dibattito degli emendamenti e loro votazione) entro sabato 21 gennaio. La prima osservazione che va fatta è che, nonostante qualche defezione tra i nazionalisti, regge perfettamente l’alleanza tra gli islamisti dell’Akp e l’ultradestra del Mhp che è riuscita a far passare tutti i 18 articoli della bozza ottenendo ad ogni votazione una media di 343 consensi rispetto ai 330 necessari per l’approvazione. Un risultato sicuramente prevedibile, ma non del tutto scontato all’inizio in questi termini: non pochi analisti avevano infatti paventato il rischio di scontenti e franchi tiratori tra i rappresentanti dell’insolito blocco alimentando qualche speranza nei partiti d’opposizione (i kemalisti del Chp e la sinistra filo-curda dell’Hdp). Con tali risultati sembra difficile che nel secondo round di votazione ci possano essere sorprese. Pertanto, stando così le cose, il possibile referendum popolare con cui la cittadinanza turca sarà chiamata a ratificare il voto parlamentare appare ormai un’ipotesi sempre più concreta. Secondo la legge turca, il presidente Erdogan avrà 15 giorni di tempo per rimandare la legge alla camera o approvarla. Una volta ottenuta l’approvazione parlamentare, la riforma dovrà essere sottoposta a referendum la prima domenica dopo i 60 giorni dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale[1].

Mentre islamisti e nazionalisti sembrano agire di comune accordo, l’opposizione si mostra molto divisa. I repubblicani del Chp hanno avviato tre giorni di mobilitazione popolare con un’iniziativa simbolica rivolta ai cittadini, chiamati ad «alzarsi in piedi» in difesa dello Stato e per dimostrare la propria contrarietà al progetto di riforma in discussione. Diversa la situazione della sinistra del Partito democratico dei popoli (Hdp) che ha boicottato il voto sugli emendamenti per protestare contro le detenzioni di 11 suoi membri arrestati lo scorso 4 novembre. Tra questi, vi sono anche i due co-presidenti Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdağ. Inoltre, se da un lato Chp e Hdp potranno mostrare una unione di intenti in chiave anti- Erdoğan nei mesi che precederanno il voto referendario di aprile, dall’altro non va dimenticato come i repubblicani abbiano avuto nei confronti del governo islamista una posizione quanto meno ambigua. Dopo il fallito golpe del 15 luglio dello scorso anno, infatti, i kemalisti hanno sì condannato il putsch (come l’Hdp), ma hanno scelto di partecipare ad una manifestazione promossa dall’Akp mostrando un’eccessiva e ingiustificata solidarietà con il rivale politico al governo. Una mossa impensabile per il Partito democratico dei popoli che da quello stesso esecutivo è duramente represso. La loro presenza alla manifestazione dell’Akp non è piccola cosa soprattutto se la si legge alla luce di quanto accaduto lo scorso maggio quando anche i kemalisti hanno votato con i nazionalisti e gli islamisti a favore della revoca delle immunità parlamentari. Un provvedimento, quest’ultimo, pensato ed elaborato dal governo per colpire appositamente gli esponenti della sinistra. Non ci prolunghiamo in questa sede nell’analisi punto per punto degli emendamenti della riforma[2], quello che preme sottolineare in questa sede è come un’eventuale passaggio delle modifiche cambieranno definitivamente la struttura politica della Turchia trasformandola in una repubblica presidenziale (attualmente il capo dello stato ha un ruolo più che altro celebrativo). Se dovesse vincere al referendum, Erdoğan potrà chiudere facilmente la partita con ciò che resta delle forze dello «stato parallelo» e «terroristiche». In primo luogo con i sostenitori (presunti o reali) del religioso Fetullah Gulen già duramente repressi in massa post-golpe. Erdoğan, ringalluzzito dai nuovi poteri, potrebbe a quel punto insistere sul nuovo inquilino della Casa Bianca Donald Trump per chiedere l’estradizione di Gulen provando ad assestare un colpo definitivo alla sua organizzazione. In secondo luogo, sia con i rappresentanti dell’Hdp che quelli del Pkk. A tal riguardo è interessante notare come la retorica di Ankara ponga sullo stesso piano le due differenti formazioni politiche: gli insegnanti pubblici e gli amministratori comunali sono stati arrestati con l’accusa di «terrorismo» (ovvero per presunte simpatia o per affiliazioni con il Pkk) quasi come se l’Hdp fosse il braccio politico del Partito curdo dei lavoratori. Una lettura volutamente semplicistica: in più circostanze il leader Demirtaş ha dichiarato l’estraneità della sua formazione alle pratiche e alle politiche dei secondi[3]. Del resto, come fu molto evidente durante la campagna elettorale delle scorse legislative, l’Hdp ha sempre provato a distanziarsi dalle pratiche violenti del Pkk. Ciò essenzialmente per due motivi: non perdere da un lato il sostegno di parte dell’elettorato turco e dei curdi conservatori che di cattivo occhio vedono l’uso di armi e di attacchi bomba contro le istituzioni statali. In secondo luogo per non offrire al presidente turco una giustificazione per continuare la sua inarrestabile opera di repressione contro il suo partito, l’unica formazione realmente di opposizione nel Paese vista l’ambiguità dei kemalisti. Nonostante le differenze evidenti tra il Chp e l’Hdp, le due compagini politiche saranno strette alleate durante l’ormai inevitabile campagna referendaria nella speranza che l’unione delle due forze possa ostacolare il presidente a realizzare il suo ambito progetto di diventare padrone assoluto del Paese. Ma se allo stato attuale questa pseudo-coalizione è di fatto già reale, sembra difficile immaginare che nel lungo termine questa alleanza d’interesse possa sopravvivere e costituire post-referendum un blocco compatto contro Erdoğan. Troppe infatti sono le differenze sociali, politiche ed etniche tra i due partiti. L’Hdp ritiene che la battaglia referendaria è questione di vita e di morte: se non si dovesse arrivare al presidenzialismo, si potrebbe sfaldare il “fronte Erdoğan” (formato da quel resta dell’Akp dopo la depurazione dei gulenisti, da personalità legate al mondo della burocrazia laica e, come detto, dai nazionalisti).

Anche il presidente guarda con ansia alla data del referendum. Il leader turco è più debole di come possa a prima vista sembrare. Il fallito golpe dello scorso luglio è stato un primo drammatico campanello d’allarme per lui. Un’avvisaglia che la Turchia del 2016 non è più quella degli anni passati. Sebbene la possibilità di un colpo di stato fosse stato teorizzato da alcuni analisti locali già prima degli eventi dell’estate, le scene di militari ad Istanbul, di caccia da guerra sfrecciare sui cieli della capitale e l’appello disperato via Internet alla popolazione di un presidente in difficoltà sembrano rappresentare un punto di non ritorno. Il leader turco di ferro che ha dominato incontrastato la scena politica locale per 15 anni è apparso agli occhi dell’opinione pubblica mondiale e delle cancellerie occidentali per la prima volta vulnerabile. Certamente il fallito golpe gli ha fornito la giustificazione per accelerare l’opera di “pulizia” che stava già compiendo a un ritmo più blando prima del 15 luglio: assestare un colpo mortale ai gulenisti (veri o presunti) e alla sinistra filo-curda continuando, nel silenzio complice della comunità internazionale, le azioni militari nel sud est turco e nel nord dell’Iraq in chiave anti-Pkk. Tuttavia, l’autoassoluzione per la repressione non ha potuto nascondere però il messaggio più chiaro che il putsch mancato consegna agli analisti: forze interne, coadiuvate forse dall’esterno, sono ormai stanche del suo potere e sono ormai pronte a scalzarlo. Il riferimento è alla nebulosa organizzazione dell’Ergenekon, formazione clandestina ultra nazionalista con legami nel mondo militare da tempo accusata dalla dirigenza Akp di preparare un colpo di stato contro il governo legittimo. Senza poi dimenticare come i jihadisti dell’autoproclamato Stato Islamico (Is), dopo aver goduto per alcuni anni di ampia libertà di movimento e di azione da parte di Ankara in chiave anti-Asad e anti-curdi, rappresentino ora una minaccia seria alla sicurezza del Paese. L’attentato al locale notturno Reina di Istanbul la notte di Capodanno non sarà probabilmente l’ultimo: le politiche interne e in Siria di Erdoğan, che vengono percepite come “tradimento” dalle forze jihadiste, potrebbero causare ulteriori vittime civili. Se prima il target erano i curdi (si vedano i massacri di Suruç e Ankara), ormai da mesi cellule affiliate all’organizzazione di al-Baghdadi hanno cambiato il tiro e puntano a colpire per lo più «infedeli», possibilmente occidentali, nel tentativo di aumentare il caos nel Paese. Un’operazione, quest’ultima, agevolata dalle purghe erdoganiane. Pochi osservatori hanno sottolineato inoltre come i gulenisti – che oggi il presidente arresta in massa – abbiano rappresentato da sempre l’élite dirigenziale dell’Akp che ora senza di loro risulta essersi indebolito perché svuotato della sua intellighenzia. Non una situazione ideale di fronte alle sfide che vive il Paese. C’è poi il conflitto con i curdi che il presidente turco era stato abile a calmare nel 2013 (ma mai del tutto a placare) accettando l’invito del leader del Pkk Öcalan a iniziare il processo di pace, ma che nel 2015 è invece esploso nuovamente con tutta la sua violenza. Se in Europa e negli Usa fanno più notizia e paura gli attentati in Turchia compiuti dalla forza di sinistra, una inaccettabile indifferenza è calata per mesi sulla guerra portata avanti da Ankara nel sud-est del Paese. Mettendo da parte la questione umanitaria, i massacri e l’assedio a Cizre del 2015 e nell’intera provincia di Şırnak non hanno fatto altro che accentuare le ferite e l’odio di gran parte della minoranza curda (14 milioni sui 78 complessivi turchi) verso l’establishment islamista allontanando definitivamente qualunque pacificazioni tra le parti. Non giovano, inoltre, le parole più volte ribadite da Erdoğan o dal suo entourage riguardo alla presunta uguaglianza e pericolosità tra Is e Pkk[4], formazioni diverse per ideologie, finalità e, in parte, per pratiche. Inoltre, è bene tener presente come il Tak (“I falconi della libertà del Kurdistan”) che viene considerato tout court dalle autorità locali come Pkk sia una sua frangia scissionista che accusa l’ex casa madre per il suo “ammorbidimento» nelle azioni di lotta contro Ankara.

Se internamente Erdogan ha non pochi grattacapi da risolvere, non meglio se la passa in politica estera. A distanza di quasi sei anni dall’inizio della guerra civile, l’intromissione turca nella vicenda siriana si è dimostrato un fallimento totale. Innanzitutto perché il presidente siriano «nemico» Bashar al-Asad è al saldo timone della parte principale del suo Paese nonostante gli imperterriti sforzi di Ankara di destituirlo. Non solo il leader ba’athista non è stato ancora sconfitto, ma continua lentamente ad avanzare grazie al fondamentale contributo russo. Al-Asad governa attualmente tutta la fascia occidentale siriana (sebbene qui non manchino sacche di resistenza e si continuino a registrare attacchi mortali), ovvero l’area in cui vi sono le due città più importanti della Siria: la capitale Damasco e Aleppo. Proprio la recente conquista o liberazione di quest’ultima (a seconda del giudizio che si ha su Asad) ha un valore simbolico notevole: segna definitivamente la sconfitta di quelle forze regionali (tra cui anche la Turchia) che hanno investito grandi risorse (economiche, militari e politiche) per sostenere la categoria nebulosa dei “ribelli”. Un’opposizione quanto mai variegata dove, soprattutto ad Aleppo, è dominata da forze estremiste che non differiscono tanto a livello di barbarie e di progetto politico dall’Is. I salafiti di Ahrar ash-Sham, molto attivi nell’area, sono da anni finanziati dai turchi nel tentativo di combattere il presidente siriano hanno dovuto ammettere la sconfitta in città e sono stati costretti a ripiegare verso altri lidi. Per non parlare ormai dell’Esercito Arabo Libero, il cavallo (rivelatosi sbagliato) su cui avevano puntato le forze regionali e occidentali e di cui ormai restano ormai solo pochi uomini e mal equipaggiati. E se per questi gruppi (ed altre brigate meno note) l’aiuto di Ankara è stato diretto e alla luce del sole, bisogna poi considerare le tante ombre che hanno contraddistinto l’operato dell’Akp verso le formazioni radicali islamiche. Come hanno indicato vari report e dimostrato filmati[5], la Turchia ha fornito il lasciapassare, se non ha un aiuto diretto, alle forze jihadiste sia in chiave anti-Asad che per ostacolare i tentativi di resistenza curdi (il caso di Kobane è emblematico). La presa di Aleppo da parte del presidente siriano sembra però aver rappresentato una tappa di non ritorno per i turchi. Il riavvicinamento con la Russia – confermata dalla tregua in Siria raggiunta lo scorso fine dicembre e dal vertice di pace di Astana del prossimo 23 gennaio – è emblematico del fatto che Erdoğan è consapevole che la partita siriana per come se l’era prefigurata è al momento persa e che pertanto gli conviene per ora limitare i danni. Un’inversione netta in politica estera che stride ancora di più se si pensa che i rapporti tra Ankara e Mosca erano diventati a dir poco tesi nel novembre del 2015 quando un Sukhoi russo veniva abbattuto sul confine siriano da un caccia turco. Appare non del tutto corretto però leggere la “conversione” di Ankara come resa totale alle richieste russe. Considerato il pragmatismo di Putin, non è da escludere che sul piatto dell’intesa tra i due stati con una Aleppo in mano di nuovo di al-Asad sia stato messo in conto un sostegno russo in chiave anti-curda nel nord della Siria. Un graditissimo regalo per Ankara che, entrata militarmente nel conflitto ad agosto «per combattere i terroristi dello Stato Islamico e i curdi», sa bene che il contributo di Putin potrebbe agevolarle il lavoro di ostacolo all’unità dei tre cantoni del Rojava. Proprio avendo presente questo obiettivo, le unità “ribelli” sostenute dai turchi stanno combattendo con grande insistenza nella cittadina di al-Bab nel governatorato di Aleppo.

Ma la lotta di Erdoğan contro i curdi – siano essi del Pkk o del partito siriano democratico Pyd – non si limita né al suo territorio nazionale, né alla Siria, ma riguarda anche il confinante Iraq. Così va letto il risultato dell’incontro del 7 gennaio scorso tra il premier turco Yildirim e del suo pari iracheno al-Abadi. Ankara e Baghdad hanno concordato a compiere sforzi maggiori per combattere il Pkk la cui influenza è andata aumentando nel nord del Paese nella battaglia contro l’Is. Una intesa simile la Turchia l’ha strappata il giorno successivo anche con il presidente del governo regionale del Kurdistan iracheno, Massoud Barzani.  Al centro dell’incontro con il premier iracheno vi è stata anche la questione della base militare di Bashiqa (non lontana da Mosul, la “capitale” irachena dello Stato Islamico sotto assedio da parte delle forze governative). Yildirim ha dichiarato che le due parti risolveranno il problema «in modo amichevole» lasciando intendere che le sue truppe si ritireranno prossimamente. Se così dovesse essere (c’è anche la conferma di Baghdad) si risolverebbe una questione spinosa che aveva creato non poche frizioni tra Turchia e Iraq dopo che il parlamento iracheno aveva emesso ad ottobre un decreto a favore del ritiro delle milizie turche presenti sul suolo iracheno ufficialmente per addestrare le forze armate locali e quelle peshmerga a combattere l’Is. Il gelo tra Turchia e Iraq era calato lo scorso 16 ottobre quando al-Abadi aveva dichiarato che le forze turche non avrebbero partecipato alla liberazione di Mosul «in nessuna circostanza» e che la loro presenza a Bashiqa era una violazione della sovranità irachena. Le tensioni sarebbero poi aumentate il mese seguente quando sempre il premier iracheno aveva dichiarato che «gli iracheni non vogliono andare in Guerra con la Turchia, ma si difenderanno se necessario». Una dichiarazione forte a cui Erdogan rispose per le rime: «Tu non sei la mia controparte, tu non sei del mio livello o della mia qualità. Stai al tuo posto, faremo quello che pensiamo sia giusto fare». Le distensioni delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi sono incominciate pubblicamente lo scorso 4 gennaio quando al-Abadi ha detto che non accetterà «l’uso del sulo iracheno da parte del Pkk per lanciare attacchi contro la Turchia».[6] Questo ammorbidimento delle posizioni da parte di entrambi gli stati deve però essere letto all’interno del ripiegamento turco sulla Siria dopo la perdita di Aleppo. Vista l’attuale situazione geopolitica che si è venuta a creare, l’idea da parte di Ankara sembra essere riassumibile nell’espressione “salvare il salvabile”. Se la guerra contro al-Asad è stata persa perché il presidente siriano non cadrà, che si ottengano almeno gli obiettivi minimi: impedire la costituzione di un territorio indipendente curdo (in Siria) e avere il nulla osta da Baghdad per continuare a bombardare il Pkk sui monti Qandil e impedire che nel Sinjar si rafforzino. Ci sembra doveroso nel chiudere questa rassegna sulla Turchia segnalare il ripristino delle relazioni diplomatiche (con relativo invio dei rispettivi ambasciatori) tra lo stato turco e Israele. I rapporti, incrinati nel 2010 dopo l’assalto di un commando israeliano all’imbarcazione turca Mavi Marmara diretta verso Gaza, sono stati normalizzati di recente. Secondo i termini dell’accordo, Tel Aviv pagherà 20 milioni di dollari alle famiglie delle 10 vittime del blitz; permetterà alla Turchia di costruire nella Striscia di Gaza un ospedale, una centrale elettrica e un impianto per desalinizzazione dell’acqua. Da parte sua, invece, Ankara ha fatto cadere qualunque denuncia contro i soldati e ufficiali israeliani responsabili dell’attacco all’imbarcazione.

La normalizzazione dei rapporti con lo stato ebraico, il riavvicinamento turco con Baghdad (con Irbil le relazioni sono sempre state ottime) e, soprattutto, con Mosca giungono non a caso più o meno nello stesso periodo. L’intenzione da parte di Erdogan pare essere chiara: concentrarsi sulla politica interna in vista della grande partita referendaria di aprile la cui vittoria appare l’unica strada possibile per uscire dalla crisi politica che vive il Paese. In questa momentanea e apparente chiusura alle dinamiche interne, Ankara prova a distendere i rapporti diplomatici con i vicini cercando di mettere assieme i cocci di 7 anni di insuccessi in politica estera. Se la caduta di al-Asad in Siria è sfumata, che almeno si ostacolino in ogni modo possibile le insidie curde in Turchia, in Iraq, ma soprattutto in Siria. Nel raggiungere questo obiettivo potrà forse contare su Putin, alleato sì di Damasco, ma che a differenza degli iraniani non è contrario di principio ad accordarsi con la controparte “ribelle” e i suoi finanziatori a seconda delle contingenze politiche.

24 gennaio 2017


[1] Per problemi di sintesi evito di affrontare le polemiche riguardante i tentativi del governo di trasformare il voto segreto in un voto palese. Le opposizioni ritengono infatti che in questo modo il governo stia facendo di tutto per evitare defezioni nelle fila dei due partiti Akp e Mhp.

[2] Rimando per una buona sintesi a S. Sharma, Turkey’s future : will Erdogan be president until 2034?,  11/1/2017 consultabile in http://www.middleeasteye.net/news/turkeys-future-will-recep-tayyip-erdogan-be-president-until-2034-22175937

[3] Dogan News Agency, I’m not a Pkk manager, member, spokeperson or sympathizer: Hdp co-chair Dermitas, 6/2017, consultabile in http://www.hurriyetdailynews.com/im-not-a-pkk-manager-member-spokesperson-or-sympathizer-hdp-co-chair-demirtas-.aspx?pageID=238&nID=108240&NewsCatID=338

[4] Rudaw, Isis e Pkk ‘united’ in their terrorism against Turkey, Erdogan’s spokesman says, 10/4/2017, consultabile in  http://www.rudaw.net/english/middleeast/turkey/10042016

[5]Per aver rivelato nel 2015 il passaggio di armi tra i turchi e i jihadisti, il redattore capo di Cumhuriyet Can Dündar e il direttore dell’ufficio di Ankara del giornale Erdem Gülsono stati arrestati.

[6]Hurryet, Ankara-Baghdad-Irbil wow joint anti-Pkk fight, 8/1/2017, consultabile in http://www.hurriyetdailynews.com/-.aspx?pageID=238&nID=108285&NewsCatID=352

Autore: 
Roberto Prinzi

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