Le conclusioni del G7 di Lucca in vista del vertice di Taormina

Le conclusioni del G7 di Lucca in vista del vertice di Taormina
Osmedreloaded n.4 aprile 2017

Dopo le atrocità di Idlib dello scorso 4 aprile, com’era ovvio, la Siria ha dominato l’agenda del  primo G7 dei ministri degli Esteri dell’era Trump, che si è svolto a Lucca il 10 e l’11 di questo mese. I ministri degli Affari Esteri di Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito, Stati Uniti d’America e l’Alto Rappresentante dell’Unione Europea, in queste due giornate, hanno affrontato le principali problematiche internazionali in tema di pace globale e sicurezza. Un confronto che si è svolto con lo sguardo rivolto alla Russia, ingombrante grande assente del gruppo a partire dal 2014, anno in cui la partecipazione del governo di Putin al G8 è stata sospesa in seguito alla grave crisi internazionale scaturita dall’annessione della Crimea.

Il summit di Lucca, uno degli incontri più importanti in vista del prossimo vertice di Taormina di fine maggio, ha sancito il ritorno degli Stati Uniti come guida degli alleati occidentali. Una consacrazione della leadership di Trump, al netto delle perplessità iniziali sulla nuova Amministrazione, che si può riassumere in due passaggi principali: il pieno sostegno da parte delle democrazie del G7 all’azione degli Stati Uniti in Siria in seguito all’attacco aereo su Khan Shaykhun e la formulazione di un messaggio coordinato delle potenze occidentali che il Segretario di Stato degli Stati Uniti, Rex Tillerson ha, poi, recapitato a Mosca in occasione dell’incontro con il suo omologo russo Sergei Lavrov.

Atti principali della riunione dei ministri degli Affari Esteri del G7 di Lucca sono stati: l’adozione del tradizionale Comunicato Congiunto, della "Declaration on Responsible States Behaviour in Cyberspace" e dello "Statement on Non Proliferation and Disarmament”. Tre documenti di ampio respiro che indagano la complessità dell’attuale scenario internazionale approfondendo le principali tematiche dell’attualità geopolitica, oggetto di dibattito nel corso delle due giornate. Tra queste le principali sono state: il contrasto al terrorismo, la situazione in Siria e in Libia, i rapporti con la Russia, la Nord Corea, il disarmo, la non-proliferazione e la situazione in Ucraina.

Contrastare il terrorismo e l’estremismo violento e consegnare i responsabili alla giustizia sono ancora le massime priorità per la comunità internazionale. La risposta che arriva dal G7 di Lucca si basa sulla cooperazione internazionale, sulla piena attuazione di tutte le Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite pertinenti, su uno sforzo congiunto volto a minare i legami tra terrorismo e criminalità organizzata transnazionale e sul sostegno al Piano di Azione del Segretario Generale per Prevenire l’Estremismo Violento (PVE) (che verrà istituzionalizzato in tutto il sistema delle Nazioni Unite) al fine di garantire che i Paesi siano dotati delle strategie, delle capacità e degli strumenti necessari per affrontare questa sfida.Un ruolo centrale viene affidato al nuovo Ufficio delle Nazioni Unite per il Contrasto al Terrorismo che, come annunciato, sarà guidato da un nuovo Sottosegretario Generale.

Altra questione fondamentale, emersa dal vertice di Lucca, riguardo al terrorismo, è la partnership con Paesi terzi per arginare il pericolo rappresentato dai foreign fighters di ritorno nei loro Paesi di origine. In quest’ambito sarà avviata una stretta cooperazione con i paesi del Medio Oriente, Asia Centrale, Africa settentrionale, Sahel, Corno d’Africa, Penisola Arabica, Europa Sud-Orientale, Asia Orientale, Sudest asiatico e Asia meridionale per riuscire a monitorare i movimenti transfrontalieri dei foreign fighters e prevenire la pianificazione di attacchi terroristici. L’attenzione è stata posta anche verso azioni di riabilitazione e reintegrazione di foreign fighters di ritorno dai loro paesi di origine andando a indagare quelle condizioni che favoriscono la diffusione della radicalizzazione all’interno e all’esterno delle società occidentali. Una strategia che, finalmente, prende in seria considerazione l’aspetto culturale del fenomeno e si propone non solo di “smantellare la narrativa che sostiene il terrorismo del Daesh e degli altri gruppi”, ma anche di fornire un’alternativa positiva fondata sull’integrazione e sui comuni valori occidentali. Concretamente, coinvolgendo l’industria di riferimento, si lavorerà perché i governi ottengano dati e contenuti sensibili scambiati attraverso i servizi di comunicazione criptati evitando che vi siano spazi sicuri che consentano ai terroristi di comunicare on line. Altro punto centrale è lo smantellamento della rete di finanziamenti di cui si nutre il terrorismo, un complesso sistema che comprende il traffico illecito di migranti, la tratta di esseri umani, il traffico di droga, di animali selvatici, di armi, di opere d’arte antiche e beni culturali. In quest’ambito viene accolta l’adozione della Risoluzione 2347 delle Nazioni Unite.

Se il quadro del Mediterraneo fotografato da Lucca è caratterizzato da criticità ormai note, le soluzioni, indicate dai ministri, appaiono ancora poco incisive. Sulla Libia, il G7 dei Ministri ha confermato l’impegno per salvaguardare la sovranità, l’integrità e l’unità della Libia, individuando nel sostegno all’Accordo Politico Libico (LPA) l’unico ambito all’interno del quale sarà possibile giungere a soluzioni politiche. Nel Comunicato Congiunto viene chiaramente specificato che nonvi è soluzione militare ai problemi della Libia e che “l’unica soluzione si potrà raggiungere solo attraverso un dialogo politico inclusivo e la riconciliazione nazionale”.

Per quanto riguarda la Siria, invece, la centralità della questione nel dibattito di Lucca è stata sancita da una una riunione straordinaria, convocata dal ministro degli Esteri Angelino Alfano, collateralmente al G7, e allargata anche ai ministri degli Esteri di Turchia, Giordania e Arabia Saudita. Riunione che è stata preceduta da un colloquio telefonico tra Alfano e il suo omologo iraniano Mohammad Javad Zarif a cui il Ministro italiano ha chiesto di far pressione sul regime siriano per evitare nuovi attacchi sui civili, eliminando completamente le armi chimiche ed assicurando il cessate il fuoco. Il colloquio, voluto dallo stesso Zarif, ha portato al G7 la condanna di Teheran sull’uso delle armi chimiche e la richiesta da parte dell’Iran di un’inchiesta indipendente sotto l’egida delle Nazioni Unite per indagare fatti e responsabilità dell’attacco aereo di Idlib.

L’auspicio sull’evolversi della questione siriana è che grazie all’impegno dell’Inviato Speciale delle Nazioni Unite sia avviato a Ginevra un processo politico inclusivo e credibile volto a negoziare un processo politico di transizione da realizzarsi in conformità con la Risoluzione 2254 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e del Comitato di Ginevra.

L’analisi della situazione siriana e la linea da perseguire per una possibile risoluzione del conflitto, tratteggiata dal vertice dei ministri, tuttavia, è stata fortemente e inevitabilmente influenzata dalla strategia che le potenze del G7 hanno deciso di intraprendere nei confronti della Russia.

Il messaggio di coesione che i ministri del G7 hanno voluto far emergere dal vertice di Lucca è stato il frutto di una mediazione tra le diverse posizioni non priva di contrasti. La bocciatura delle linea dura invocata da Londra, con il capo del Foreign Office, Boris Johnson, che aveva avanzato la richiesta di nuove sanzioni contro Siria e Russia, ne è l’esempio più evidente. Altra questione centrale, per quanto riguarda la Siria, è stato il dibattito sul ruolo di Assad nell’auspicabilmente prossimo processo di transizione siriano. Anche in questo caso la posizione dell’Inghilterra è stata la più ferma sul fatto che con il dittatore siriano al potere non ci può essere futuro per la Siria. Da parte degli altri ministri europei non vi è, invece, stata una dichiarazione chiara in tal senso. Le motivazioni vanno ricercate nell’assenza di un’alternativa credibile per la Siria (in tanti anni di conflitto gli occidentali non sono riusciti a individuare un candidato da proporre come sostituto); nei timori sulle possibili conseguenze di un pericoloso vuoto di potere determinato dalla destituzione di un leader come Assad e, non ultima, la consapevolezza della contrarietà di Mosca a un cambio di regime.

Riguardo a una possibile strategia volta alla risoluzione del conflitto siriano, dal vertice di Lucca, emerge, dunque, in tutta la sua contraddittorietà l’atteggiamento schizofrenico delle potenze occidentali del G7 nei confronti della Russia. I ministri degli Esteri hanno infatti rivolto un appello a Mosca, nella sua veste di alleato del regime siriano, affinché usi la sua influenza su Damasco per far sì che che Assad rispetti i suoi obblighi, come definito nella Convenzione sulle Armi Chimiche.

La Russia, nonostante sia stata bandita dal vertice e ancora oggetto di sanzioni, viene indicata come principale attore in grado di “favorire la soluzione del conflitto e restaurare una Siria stabile ed unita sconfiggendo Daesh e il terrorismo”. Le conclusioni dei ministri, riguardo alla Siria, si risolvono, dunque, in un appello alla Russia “affinché si impegni a promuovere un reale ed effettivo processo politico in Siria”, utilizzando la sua “influenza sul regime” per porre fine al conflitto, a cominciare dall’osservanza di un effettivo cessate il fuoco ed un migliore accesso umanitario e impegnandosi seriamente nel processo condotto dalle Nazioni Unite. “Se la Russia sarà pronta a utilizzare la sua influenza – si legge nel Comunicato Congiunto – allora noi saremo pronti ad adoperarci per la soluzione del conflitto in Siria, mirando al raggiungimento di una transizione politica e contribuendo a sostenere i costi della stabilizzazione e della ricostruzione”. E ancora, sempre nel Comunicato, “riconosciamo che la Russia è un attore internazionale importante e che vi sono crisi internazionali e sfide globali che non possono essere risolte senza la sua collaborazione. È nel nostro reciproco comune interesse che la Russia ritorni verso un ordine internazionale fondato sulle regole e sia nuovamente un nostro partner collaborativo”.

Seppur appare evidente, e anche ragionevole, l’intenzione di allontanare la Russia di Assad riavvicinandola alla compagine occidentale, le possibilità che questo accada sono molto limitate e nonostante le dichiarazioni fatte a Lucca, gli stessi paesi del G7 non sono pronti a un reale cambio di passo nei confronti di Mosca. Mentre si procedeva alla stesura delle conclusioni del vertice di aprile, da Washington, in seguito alla pubblicazione di un rapporto dell’intelligence americana, la Russia veniva accusata di coprire il regime di Damasco attraverso la diffusione di informazioni false per nascondere l’effettivo uso del gas sarin nell’attacco a Khan Sheikhoun, nonostante proprio Mosca avesse chiesto un’indagine internazionale indipendente sull’uso di armi chimiche da parte di Assad.

Vi è poi la questione delle sanzioni alla Russia, che non può essere scollegata dalla piena attuazione degli accordi di Minsk. Anche su questo punto l’apertura alla Russia che emerge dal vertice appare forzata e contraddittoria. Se da una parte i Ministri esprimono preoccupazione per il deteriorarsi delle condizioni dei diritti umani in Crimea, ribadiscono una forte condanna all’annessione illegale dell’isola da parte della Federazione Russa, riconoscono le responsabilità del Cremlino nel conflitto in Ucraina e rimangono uniti “nel fare uso di un’ampia varietà di strumenti di poiltica estera, comprese le misure restrittive e le sanzioni, al fine di persuadere la Russia a fare ritorno sulla via del rispetto condiviso di tali principi”; dall’altra parte attribuiscono proprio a Mosca un “ruolo cardine a favore del ripristino della pace e della stabilità del Paese” auspicando che “usi la sua influenza sui separatisti affinché rispettino i loro obblighi”. Pur adottando le misure restrittive, i Ministri affermano il riconoscimento di  “interessi in comune con la Russia in diversi settori, inclusa la lotta al terrorismo e all’estremismo violento, nel totale rispetto del diritto internazionale, confrontandoci sulle problematiche migratorie, combattendo la proliferazione e trovando risposte alle urgenti questioni climatiche e ambientali” e si dicono pronti ad accogliere con favore “un ruolo costruttivo della Russia per la soluzione delle crisi regionali e delle questioni regionali irrisolte”  e ad “affrontare insieme le sfide comuni e cercare e soluzioni più efficaci”.

Il ruolo che i Ministri del G7 vorrebbero attribuire alla Russia con un invito a passare da soggetto coinvolto nei conflitti a mediatore degli stessi, appare poco credibile. Se la presidenza Trump è improntata sull’ “America First”, la politica di Putin non è da meno. Se i due leader sono vicini in qualcosa è nel perseguire la stessa strategia che pone al centro gli interessi del proprio Paese, non curandosi di quel ruolo di arbitri mondiali che si vorrebbe attribuire loro. Il calo del prezzo degli idrocarburi, le sanzioni e la situazione complessiva di difficoltà economica del Paese hanno portato Putin a basare il suo consenso interno sul nazionalismo e sulla riaffermazione della funzione globale della Russia come controparte degli Stati Uniti. Una strategia che, facendo leva sugli errori commessi dagli Stati Uniti, ha permesso alla Russia di giocare un ruolo di primo piano in Medio Oriente. Ed è in quest’ottica che va letto l’intervento russo nella “lotta al terrorismo”, al fianco di Assad. Un atto politico di riaffermazione sulla scena internazionale mosso più dalla volontà di consolidare l’alleanza con il regime siriano che da un reale desiderio di distruggere Daesh. Appare, dunque, evidente che il rapporto con la Russia non può essere gestito facendo leva esclusivamente sugli “interessi comuni nella lotta al terrorismo” e sullo strumento delle sanzioni. Prima c’è bisogno di coesione, soprattutto in Europa, dove la strategia di Putin sembra essere quella del “divide et impera”. I forti collegamenti tra la Russia e le tendenze antieuropeiste e populiste che animano le nazioni europee e non, rappresentano, infatti, un terreno fertile in cui creare le condizioni per minare la stabilità dell’Europa. 

02/05/2017

Autore: 
Giulia Prosperetti

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