Le elezioni politiche in Marocco

Le elezioni politiche in Marocco
Osmedreloaded n.1 Gennaio 2017

Dopo un controverso quinquennio di grandi aspettative, alleanze fluttuanti, promesse disattese, debole crescita dell’economia e libertà individuali fortemente limitate, il popolo marocchino, a fine 2016, si è trovato di nuovo a decidere i nomi dei propri rappresentanti in Parlamento.

Alle elezioni legislative, che si sono tenute lo scorso 7 ottobre, circa 16 milioni di cittadini sono stati chiamati a scegliere chi è degno di occupare i 395 seggi del Majlis al-Nuwwab, la Camera Bassa del Parlamento nazionale, e quale sarà il governo alla guida del paese per i prossimi cinque anni.

Per la prima volta la scena politica del Marocco ha visto favoriti due soli partiti, la cui competizione è stato possibile definire “feroce”: il Partito della giustizia e dello sviluppo, PJD, di orientamento islamista moderato e conservatore, e il PAM, liberale e di centro-sinistra, ritenuto vicino alla monarchia (Fouad Ali El Himma, consigliere del re, è uno dei fondatori del partito mentre Ilyas El Omari, ex consigliere del re, è attualmente a capo del partito).

Il risultato elettorale ha conferito al premier uscente del PJD Abdelillah Benkirane, senza maggioranza, 125 seggi su 395, riconfermando quindi la fiducia al partito filoislamista.

Si è collocato secondo il PAM che, migliorando il proprio risultato rispetto al 2011, è riuscito ad ottenere 102 seggi.

Si sono invece fermati a 46 parlamentari i conservatori di Istiqlal mentre tra gli altri partiti sono riusciti a entrare in Parlamento anche gli indipendenti dell’RNI e il Movimento Popolare (MP). Esito deludente, invece, per quella che per molti era la terza via marocchina rappresentata dalla passionaria leader del partito socialista (PSU), Nabila Mounib, riuscita a conquistare soltanto 2 scranni. 

Queste elezioni sono state la sfida di un Paese intero in cui è presente un partito la cui origine islamica non gli ha impedito di ottenere la seconda vittoria consecutiva alle elezioni politiche. Una vittoria storica considerando la criticità del momento in cui il Marocco e tutto il mondo si trovano, il tasso di immigrazione è altissimo e gli attentati in nome della religione sono all’ordine del giorno.

Possiamo parlare di una “pericolosità dell’islamismo” dopo questa tornata elettorale?

Le elezioni hanno confermato inoltre quella che sembra essere una tendenza comune a tutti i Paesi musulmani, e cioè che dopo il fallimento delle cosiddette “primavere arabe” e delle richieste da parte delle popolazioni di maggiori libertà civili, l’islamismo ha ripreso quota più o meno ovunque mentre è aumentato il numero dei marocchini che, demoralizzati, non si sono recati a votare. E’ un vero e proprio ritorno al passato, una regressione dei Paesi musulmani che avviene proprio in concomitanza con uno dei periodi più sanguinosi e di massima espansione dell’estremismo islamico. Sembra quasi una reazione di ripicca al mondo occidentale che vede proprio nell’islam estremista una minaccia. Il fatto che colpisce particolarmente è quello che, nonostante le tante accuse di corruzione, il PJD abbia vinto puntando proprio sulla estremizzazione del concetto di Islam opponendosi, tra le altre cose, alle tante richieste delle opposizioni in merito al ruolo della donna anche in politica. I musulmani preferiscono una teocrazia islamica piuttosto che una democrazia laica e questo non è proprio un buon segnale per l’occidente.

Ai fini di un’analisi politica, ciò che merita attenzione, è una differenza sostanziale rispetto ai risultati del 2011, e cioè l’esiguo scarto esistente tra il primo e il secondo partito (23 seggi), che distanziano insieme tutti le altre formazioni.

È presente quindi in Marocco un bipolarismo PJD/PAM, apparso in realtà anche durante la campagna elettorale che ha preceduto le elezioni, dominata da reciproche accuse e scandali veicolati dai media del paese e non solo. Il PAM è stato accusato dagli islamisti di essere il partito del potere costituito e del “tahakom”, il nome con cui i marocchini indicano un presunto sistema invisibile, secondo cui la corte, il Ministero dell’Interno e la polizia segreta formano un gruppo occulto che persegue l’obiettivo di servire solo gli interessi di una cerchia della popolazione e immobilizza il processo politico e riformista del paese. Il PAM ha risposto attaccando il PJD per i suoi supposti legami con gli islamisti più radicali e accusandolo di fornire copertura ideologica ai religiosi estremisti che reclutano giovani marocchini per combattere insieme all’ISIS.

Lo stesso Benkirane, in pieno spoglio, aveva denunciato irregolarità e brogli per poi ricredersi a vittoria quasi definitiva, dichiarando l’evento come «un giorno di gioia e una vittoria per la democrazia». 

Una conferma è arrivata anche dagli osservatori del Consiglio d’Europa che hanno assistito allo scrutinio. Le elezioni legislative sono state organizzate in modo “totalmente trasparente” dal Ministero dell’ Interno, non è stato rilevato alcun broglio ed è quindi stata spenta ogni polemica. 

In ogni caso il discriminante fra i due partiti maggiori non è costituito tanto dall’ideologia, ma dalle reciproche basi elettorali che li sostengono e che rappresentano due categorie di cittadini che esprimono tutto sommato la stessa ambizione: conservare la stabilità. Gli abitanti delle grandi città sono gli elettori del PJD che chiedono maggiore trasparenza e servizi migliori, ma non intendono minare il potere monarchico; gli abitanti delle zone rurali sono gli elettori del PAM, proprietari terrieri o persone in vista che tradizionalmente preferiscono mantenere la stabilità sociale e politica.

Ha vinto dunque il fronte islamista marocchino ma ha perso la partecipazione, ancora una volta molto bassa. Il tasso di affluenza alle urne non ha superato il 43% degli elettori regolarmente registrati, hanno votato circa 6 milioni 750 mila dei quasi 16 milioni di cittadini aventi diritto. Ma dato che molti cittadini non sono nemmeno iscritti nelle liste elettorali, è probabile che l’afflusso reale sia stato ancora minore. Una constatazione che rivela la lunga strada da percorrere per i cittadini marocchini e il cui basso afflusso alle urne, seppure dovuto in parte alla scarsa consapevolezza politica, va letto in due modi: da una parte i partiti e le istituzioni non sono riusciti (o non hanno voluto) avvicinare i cittadini alla politica e guidarli verso una maggiore maturità, dall’altra le promesse non mantenute e la convinzione che nulla possa cambiare, se non i nomi dei politici al potere, hanno determinato tra il potenziale elettorato una diffusa disaffezione verso la politica e verso un sovrano, che fa qualche concessione, ma che mantiene molti dei suoi poteri e guida dal 1999 un paese che la Scienza Politica definirebbe un regime ibrido, che ancora presenta chiari tratti dell’autoritarismo.

Al netto di questi risultati il PJD attesta la sua leadership parlamentare e proprio tra le sue fila è stato scelto dal Re Mohammed VI il nuovo Capo del Governo, ovvero il premier in carica Abdelillah Benkirane. La difficoltà maggiore che dovrà affrontare ora il primo ministro sarà trovare degli alleati per amministrare il Paese dato che, secondo la prassi, nessun partito può ottenere la maggioranza assoluta e il vincitore della maggioranza relativa è tenuto a formare un governo di coalizione con gli altri partiti: compito tutt’altro che semplice per Benkirane.

L’assottigliamento delle differenze ideologiche fra i vari partiti in Marocco permette a Benkirane un ampio margine di manovra per frenare gli appetiti di tutti. Il leader del PJD dichiara alla fine di ogni riunione con gli altri partiti che non cederà ai ricatti di nessuno e che non si farà influenzare sugli incarichi ministeriali.

Subito dopo le elezioni, in questo momento senza dubbio di stallo istituzionale, il Re Mohammed VI, primo attore politico ed economico del paese, il cui ruolo è sempre stato quello di favorire e mantenere un equilibrio in questo multipartitismo, ha sorpreso tutti ed è ripartito per il suo tour nei Paesi a sud del Marocco. È infatti volato in visita di stato nel Corno d’Africa, accompagnato da una delegazioni di imprenditori e uomini d’affari, viaggio che lo ha poi portato in Ruanda, Tanzania e Etiopia, continuando così “l’offensiva marocchina in Africa”.

Il Marocco è infatti un hub strategico per la ricostruzione dell’Africa di fronte alle sue responsabilità; il Re Mohammed VI, in questo suo tour che dura ormai da anni, offre ai Paesi dell’Africa sub sahariana una possibilità di cooperazione su temi in cui è più forte: la sicurezza interna prima di tutto, quella più immediatamente richiesta dai cittadini.

Tutto ciò fa capire quanto oggi per il Marocco la priorità dell’Africa come continente unito e sicuro sia assoluta.

Nel frattempo Benkirane continua a vagliare i possibili scenari. Per il momento sono due i punti fermi: il primo è mantenere l’alleanza con il PPS (Parti du Progrés et socialisme) il suo sodale nel governo appena scaduto; il secondo è il rifiuto assoluto di ogni sorta di dialogo con il suo rivale acerrimo Elias El Omari, leader del PAM.

Il primo ministro incaricato, sembrerebbe dunque optare per un grande bacino di possibilità che gli possono assicurare una maggioranza che va da 203 voti a 220 e più.

Le prime ipotesi più accreditate parlavano di un accordo fra Benkirane, Hamid Chabat (leader dell’Istiqlal), Driss Lachgar (segretario dell’USFP) e Nabil Benabdellah (segretario del PPS) per un ingresso di tutti i partiti nella maggioranza. Tuttavia queste indiscrezioni sono state smentite sia da fonti del PJD, sia dall’Istiqlal. Benkirane ha svelato una roadmap che prevede la possibilità di cercare delle alleanze anche con UC, RNI e MP, quest’ultimi presenti nella coalizione di governo uscente.
Tuttavia al di là degli atteggiamenti propagandistici degli uni e degli altri, tutti gli attori in campo sanno che il sistema politico in Marocco e il pragmatismo, se non un certo arrivismo che caratterizza la sua classe dirigente, porterà alla fine ad un accordo. Anche perché, finita la “giostra” elettorale, i marocchini tornano a chiedere con forza un maggiore impegno  per rimettere in moto il Paese e sollevare le sorti dei suoi cittadini, a partire, con estrema urgenza, dai “cantieri” ancora aperti come la scuola pubblica, la sanità, la lotta alla corruzione, le ineguaglianze sociali e la disoccupazione.

Inoltre l’immediata riconferma di Benkirane a capo del governo da parte del Re Mohammed VI mostra la volontà da parte della Casa Reale di mantenere inalterati gli assetti politico-istituzionali che hanno finora permesso al Marocco di superare indenne le primavere arabe del 2011. Pertanto, è fortemente probabile che nei prossimi cinque anni la monarchia punterà a consolidare il processo di stabilizzazione attraverso il nuovo e atteso governo di coalizione. D’altronde, per quanto il PJD declami il suo spirito rivoluzionario e antimonarchico, in questi anni si è sempre dimostrato molto collaborativo nei confronti di Casa Reale, costituendo la più rassicurante delle alternative politiche, nell’ottica di mantenere inalterato lo status quo.

Le elezioni politiche marocchine, a mio avviso, rappresentano da sempre un appuntamento elettorale da monitorare con molta attenzione. Il Marocco è infatti l’unico Stato del Medio Oriente e del Nord Africa che non solo ha retto l’urto delle primavere arabe, ma haanche saputo rispondere, sia pure in parte limitata, alle richieste popolari con un esteso piano di riforme sociali ed economiche con cui ha proposto un nuovo equilibro in chiave moderna tra spirito islamista e modernizzazione del Paese. È per questo motivo che in un momento di massima vulnerabilità dell’Europa di fronte alle crisi che imperversano in Iraq, Siria e Libia, il Marocco può e deve porsi come un ponte attraverso il Mediterraneo in grado di unire e far comunicare il mondo islamico e l’Occidente.

Ritengo infine che sarebbe un errore semplificare questo risultato elettorale solo come un voto islamista, perché in realtà i dati fotografano la pluralità di una società che sì rimane fedele alla sua identità e tradizione islamica, ma senza pulsioni estremiste o forti divisioni perché il Marocco rimane un Paese con lo sguardo proiettato verso la modernità.

24 gennaio 2017

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