Le ombre turche. Il post referendum in Turchia e all'estero

Le ombre turche. Il post referendum in Turchia e all'estero
Osmedreloaded n. 4 aprile 2017

Il risultato del referendum “voluto” dal presidente turco Recep Tayyp Erdogan ha senza dubbio spaccato il paese sia per il suo risultato numerico (51,7% ai Si e 48,6% ai No) sia per il suo svolgimento e le successive accuse di brogli e di risultato falsato lanciate dalle opposizioni. In effetti le evidenti prove emerse durante e subito dopo il voto e soprattutto il severo ed inequivocabile giudizio contenuto nel rapporto preliminare della commissione dell'Osce giunta appositamente in Turchia per monitorare lo svolgimento del referendum non lasciano molto spazio a dubbi: il governo turco ha fallito nel garantire ai suoi cittadini un contesto equilibrato e un'informazione imparziale in conformità con gli standard internazionali finendo per comprometterne il risultato finale. Inoltre il Consiglio d'Europa attraverso il capo della squadra dei liberali ha dichiarato che le prove emerse sono molto serie e sufficienti per interrompere i colloqui finalizzati all'ingresso della Turchia nell'UE. “Le proposte referendarie non soltanto prevedono soluzioni autoritarie per i poteri di Erdogan ma hanno anche sconvolto le istituzioni democratiche del paese non rispondendo affatto agli standard del Consiglio d'Europa”, le parole del liberale Verhofstadt. A gettare una luce ancor più fosca sia sull'esito referendario che sul clima che regna attualmente in Turchia si sono aggiunte anche le parole del parlamentare austriaco Alef Koroun, membro della missione di osservatori del Consiglio d'Europa secondo cui le anomalie elettorali rilevate durante il referendum turco potrebbero aver viziato sostanzialmente il suo esito. “Ci sono sospetti per cui oltre 2 milioni e mezzo di voti siano stati manipolati e convalidati anche senza il timbro ufficiale, contrariamente alle leggi in vigore in Turchia e su decisione del Consiglio Superiore Elettorale”, ha chiosato Koroun. Una decisione non nuova ma che in passato aveva riguardato solo poche centinaia di voti mentre oggi chiama in causa oltre 2 milioni e mezzo di schede.

L'esito del referendum turco ha avuto, naturalmente, significative ripercussioni nell'ambito della politica estera dell'Unione Europea e in particolare dei rapporti tra quest'ultima e Ankara. È giunta recentemente, infatti, la notizia secondo la quale i ministri degli Esteri dei ventotto Stati membri, in procinto di incontrarsi a Malta venerdì 28 aprile per discutere dei rapporti con la Turchia, sarebbero intenzionati a ridefinire radicalmente questi ultimi. Il commissario europeo Johannes Han, responsabile per l'allargamento dell'UE ha dichiarato alla stampa che “è giunta l'ora di una valutazione analitica dei rapporti UE-Turchia e forse di un ripensamento” dopo il risultato a favore del Si nel referendum turco. È possibile tuttavia che i ventotto ministri degli Esteri possano optare per una “nuova forma di collaborazione”, ha affermato il commissario europeo, riferendosi all'allargamento dell'unione doganale, una proposta alternativa che la Commissione ha presentato alla fine dello scorso anno e che potrebbe sostituire la procedura di inserimento a pieno titolo della Turchia nell'ambito dell'Unione Europea. Va ricordato anche che nel mese di dicembre 2016 la presidenza del Consiglio Europeo aveva dichiarato di non aver intenzione di aprire alcun nuovo capitolo nelle trattative di inserimento con la Turchia sotto le “correnti circostanze”. 

L'Unione Europea ai suoi massimi livelli non aveva atteso prima di far sentire la sua voce sull'esito del referendum turco. Il giorno dopo, infatti, Jean-Claude Juncker, Federica Mogherini e lo stesso Johannes Han avevano rilasciato una dichiarazione ufficiale congiunta molto chiara: “Tenuto conto dello scarto minimo e delle profonde conseguenze del risultato referendario per la riforma della Costituzione, invitiamo […] le autorità turche a perseguire un quanto maggior possibile consenso nazionale nella sua applicazione”. Non può sfuggire ad una analisi attenta il riferimento ai timori dell'opposizione che paventa l'inasprimento del  percorso autoritario per il paese subito dopo il referendum il cui risultato, peraltro, considera dubbio. Il “terzetto” europeo ha poi aggiunto che “La revisione della Costituzione e in particolare la sua applicazione pratica verrà valutata dal punto di vista degli impegni della Turchia in qualità di Stato candidato all'ingresso nell'Unione Europea ma anche come Stato membro del Consiglio d'Europa”. “Invitiamo la Turchia a prendere in considerazione le preoccupazioni e le proposte del Consiglio d'Europa, comprese quelle che riguardano lo stato di emergenza”, prosegue la dichiarazione congiunta. Va ricordato inoltre che il Consiglio d'Europa, a cui appartengono i ventotto Stati dell'Unione Europea oltreché altri Stati europei segue gli sviluppi in merito ai diritti umani in Turchia, un'altra questione che provoca attriti con Ankara dal momento che l'UE si è  espressa più volte in merito all'ampia scala di purghe minacciate dal presidente Erdogan a seguito del fallito colpo di Stato militare dello scorso luglio.

Il presidente Erdogan è intanto impegnato nei preparativi di un lungo tour all'estero per rilanciare la posizione del suo paese dopo le durissime prese di posizione di Germania e Paesi Bassi accusate dal presidente turco di comportarsi “come i nazisti” a causa del divieto di far svolgere la campagna referendaria nel loro territorio agli esponenti del governo turco. Erdogan nel mese di maggio avrà degli incontri al vertice prima con presidente statunitense Donald Trump, poi col presidente russo Vladimir Putin e infine con i rappresentanti dell'Unione Europea. Sul tavolo principalmente la questione siriana, la richiesta di estradizione dell'imam Fethullah Gulen, accusato dalla Turchia di essere la mente occulta del fallito golpe estivo, le relazioni commerciali con la Russia ma anche le proposte di Erdogan di tenere altri due referendum sull'adesione della Turchia all'UE e sulla reintroduzione della pena di morte. Erdogan visiterà poi anche la Cina e l'India.

Il paese esce dalla tornata referendaria effettivamente spaccato e anche i sostenitori del No (prevalenti nei centri urbani) sono scesi in piazza per manifestare il loro dissenso, scontrandosi con i sostenitori dell'altro schieramento e con le forze di polizia soprattutto ad Ankara ed Antalia. Lo stesso partito di Erdogan ha mostrato internamente segnali di malcontento poiché alcuni suoi esponenti si attendevano una vittoria ben più evidente, dell'ordine di almeno cinque o sei punti percentuali. Proprio i margini ridotti di questa vittoria e il suo essere frutto di procedure distorte e non accettabili raccontano di un paese in cui le resistenze ed le opposizioni ad una deriva fortemente autoritaria sono vive e combattive.

02/05/2017

Autore: 
Rigas Raftopoulos

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