In Libia il fallimento della mediazione internazionale

In Libia il fallimento della mediazione internazionale

 

Il New York Times ha svelato che gli Emirati Arabi Uniti hanno violato la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu sul divieto di vendere armi in Libia. La notizia è stata pubblicata proprio qualche giorno dopo che il Guardian aveva rivelato che gli Emirati avevano concluso con Bernardino León, inviato uscente Onu in Libia, un accordo per un incarico molto prestigioso all’Accademia degli Studi Diplomatici da 50mila dollari al mese e che vi erano stati contatti tra le parti circa l’andamento del lavoro di mediazione. 

Queste notizie hanno messo in seria difficoltà tutto il contributo della comunità internazionale alla pacificazione della Libia dal momento che gli Emirati sostengono apertamente il Governo di Tobruk sia diplomaticamente che militarmente, avendo bombardato nei mesi scorsi postazioni strategiche per Tripoli. La bozza di accordo per il Governo di unità nazionale, approvata dal Consiglio di Sicurezza all’unanimità, era in effetti sbilanciata a favore del Governo di Tobruk, prevedeva, tra le altre cose, il ritiro unicamente delle milizie di Tripoli, inoltre, la simpatia dei Paesi occidentali per il Governo laico era già stata manifestata a più riprese.

La comunità internazionale (che dopo la rimozione di Gheddafi ha completamente abbandonato la Libia per quattro anni) aveva provato a rafforzare l’accordo, mettendo in un angolo gli oppositori intransigenti dei due Parlamenti, attraverso la concessione di aiuti e assistenza solo al nuovo Governo. Sia i piani di sostegno alla stabilizzazione e alla pacificazione dell’Unione Europea che quelli della Nato, infatti, possono partire solo dopo che ci sarà l’accordo per un Governo di unità nazionale. Il piano della Mogherini, che prevede un pacchetto di aiuti finanziari e per la sicurezza, con una missione internazionale di assistenza a guida italiana, è diviso in tre fasi che dovrebbero cominciare successivamente ad un eventuale insediamento di un Governo di unità nazionale.

A complicare il già difficile quadro politico-istituzionale, ci sono i gruppi libici affiliati all’Isis che pur nella esiguità del territorio che controllano, essenzialmente Sirte, città natale di Gheddafi, risultano strategici per la diffusione del Califfato nel Maghreb, molti dei foreign fighters presenti, infatti, sono di origine tunisina e algerina. Secondo l’intelligence statunitense il ramo Isis libico è il più forte dopo quello di Siria e Iraq, e l’uccisione avvenuta ieri, dopo il primo raid americano, del suo capo Nabil al-Anbari, irakeno inviato da al-Baghdadi per coordinare il lavoro delle milizie libiche, rappresenta di sicuro un duro colpo per le attività delle bandiere nere sul territorio.

Al di là del grado di pericolosità dell’Isis in Libia, ancora relativamente basso, il nodo principale da sciogliere è senz’altro quello di trovare un accordo che conduca ad un Governo di unità nazionale che forse ne potrà salvare l’integrità territoriale.

Il nuovo inviato dell’Onu, Martin Kobler, affancato da generale italiano Paolo Serra come consigliere militare, ha una missione tutta in salita. Martin Kobler deve, quindi, ricostruire la fiducia dei libici nella mediazione internazionale e riprendere in mano i negoziati visto che il testo dell’accordo approvato dal Consiglio di Sicurezza era in stallo sia nel Parlamento di Tobruk che in quello di Tripoli prima ancora degli scandali che hanno colpito il suo predecessore. Ciò significa che l’accordo era già minato da altri fattori, come ad esempio la solitudine istituzionale in cui ha operato  Bernardino León (è difficile trovare notizia di incontri pubblici con un capo di Stato o di Governo di uno dei principali Paesi europei), la propensione per il governo di Tobruk e l’individuazione dei componenti del Governo di unità nazionale che non tenevano conto dei nomi indicati dalle parti, in particolare da Tripoli. Su questo e altro dovrà lavorare Martin Kobler mentre prova a legittimare il suo incarico. 

15/11/2015

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