L'incontro di Washington tra Trump e Netanyahu nella stampa araba

L'incontro di Washington tra Trump e Netanyahu nella stampa araba

La stampa araba si è molto occupata questo mese del recente vertice a Washington tra il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il neo eletto presidente statunitense Donald Trump. Un summit importante che, secondo molti commentatori arabi e occidentali, ha sancito ufficialmente la fine della “soluzione a due Stati” per risolvere il conflitto tra israeliani e palestinesi. Con l’alleato israeliano Trump è stato molto chiaro: gli Usa non cercheranno più di dettare i termini di un eventuale accordo di pace né insisteranno per la creazione di uno Stato palestinese accanto a quello d’Israele, ma sosterranno qualunque soluzione le due parti concorderanno. Da parte sua, invece, Netanyahu ha affermato di non voler negoziare con «etichette»(come la soluzione a due stati), ma di trattare della «sostanza». Non ha fatto ufficialmente marcia indietro sul riconoscimento dei palestinesi ad essere indipendenti (come gli chiedono i suoi ministri e l’alleato di governo del partito Casa Ebraica), ma ha chiarito che qualunque soluzione dovrà contemplare necessariamente due punti: il riconoscimento palestinese d’Israele quale Stato del popolo ebraico e la sicurezza d’Israele ad ovest del fiume Giordano.

L’intesa tra i due leader è stata commentata con profonda amarezza da gran parte della stampa araba che ha letto la piena sintonia di vedute tra Washington e Tel Aviv all’interno del più ampio contesto geopolitico mediorientale rappresentato dalla questione iraniana. Significativo, a tal proposito, l’editoriale[1] del direttore del portale arabo Ray al-Yawm (di posizioni pan-arabiste), ‘Abd al-Berry Atwan. «Il punto principale della conferenza stampa [tra Netanyahu e Trump] non è stata la questione palestinese, ma il fatto che il presidente statunitense ha adottato la stessa posizione di Netanyahu sulla questione del nucleare iraniano quando ha affermato che gli Usa non permetteranno mai all’Iran di possedere armi nucleari e che l’accordo raggiunto con l’Iran a riguardo è “il peggiore che abbia mai visto”. [Trump] ha confermato che imporrà nuove sanzioni contro Teheran e compirà ulteriori passi per impedire che la Repubblica islamica possa sviluppare armi nucleari. Ha promesso, inoltre, che proteggerà Israele da ogni pericolo nucleare iraniano».Secondo ‘Atwan, sempre connessa all’Iran è la seconda importante questione trattata nel vertice di Washington: «la rinascita dell’asse sunnita-arabo in chiave anti-iraniana». «Éstata indetta una conferenza internazionale a cui parteciperanno gli stati arabi moderati insieme ad Israele il cui obiettivo dichiarato è quello di trovare una soluzione alla questione palestinese, ma quello implicito è iniziare un processo di normalizzazione dei rapporti tra lo Stato d’Occupazione israeliano e gli stati arabi sunniti, in particolar modo quelli del Golfo». Per ciò che concerne la questione palestinese, invece, il premier israeliano «ha ottenuto più di quello voleva dal padrone di casa americano: ha avuto una dichiarazione che ha seppellito la soluzione a due stati, ha ricevuto luce verde per proseguire la concentrazione degli insediamenti nei Territori Occupati, gli è stato promesso che i palestinesi subiranno delle pressioni affinché riconoscano Israele come stato ebraico. Ciò vorrà dire che un milione e mezzo di palestinesi tra gli arabi dei Territori occupati del 1948 [lsraele, ndr] saranno privati dei diritti di cittadinanza e di uguaglianza. Sarà confermata così la natura razzista dello stato israeliano». Sebbene si sia insediato ufficialmente alla Casa Bianca solo lo scorso 20 gennaio, è duro il giudizio di ‘Atwan su Trump perché «ha reso l’intera regione [mediorientale] un vulcano di estremismo, violenza e terrorismo appoggiando la posizione coloniale israeliana e fomentando la polarizzazione confessionale e razziale in Medio Oriente». In tale contesto, non c’è posto per il popolo palestinese: «l’Autorità palestinese è finita con la sepoltura della soluzione a due stati. Trump l’ha resa una nuova “Lega dei villaggi”, anzi peggio, e ne ha ristretto le sue funzioni alla cooperazione alla sicurezza in modo da proteggere l’Occupazione [Israele, ndr], le sue colonie e i suoi coloni». Per dimostrare questa sua ultima argomentazione ‘Atwan menziona la visita al presidente palestinese Mahmoud ‘Abbas fatta dal direttore della Cia Mike Pompeo. Un incontro, quello di Ramallah, avvenuto pochi giorni prima del vertice tra statunitensi e israeliani solo «per la sicurezza [d’Israele], per impartire ordini e definire i ruoli. Di fronte a tutto questo, al presidente non è restato altro che obbedire ed eseguire senza discutere».

Dell’asse arabo-sunnita che si sarebbe venuto a creare post Washington Ray al-Yawm ne dà ampio spazio anche in un altro articolo a firma della redazione[2]. «Il vero obiettivo – si legge – non è fare o meno la guerra all’Iran, ma strumentalizzare l’ingigantito pericolo iraniano per una normalizzazione arabo-sunnita con lo stato d’Occupazione israeliano e risucchiare le ricchezze rimaste agli Stati arabi del Golfo per finanziare progetti infrastrutturali in America che [Trump] ha promesso di realizzare durante la sua campagna presidenziale». L’intenzione della Casa Bianca di creare un fronte comune con alcuni paesi arabi – pubblicata a metà mese dal The Wall Street Journal – «non ci ha per nulla sorpreso»scrive il portale arabo. «Così come non ci ha sorpreso l’ingresso d’Israele all’interno di questa alleanza per la cooperazione alla sicurezza in materia d’Intelligence». Un’alleanza, sottolinea Ray al-Yawm, che lo stesso Netanyahu ha confermato pubblicamente quando ha detto che «il suo rapporto con Riyadh e i Paesi del Golfo non deve svilupparsi perché è già sviluppato». In ottica panaraba, il futuro è decisamente tetro: «A finanziare questa coalizione saranno gli Stati del Golfo e le vittime saranno gli arabi, soprattutto lo Yemen dove questa alleanza sarà testata per la prima volta in considerazione del fatto che è il Paese ritenuto più debole dal punto di vista militare. La scusa sarà quella di affrontare l’influenza iraniana e le sue filiali militari ovvero la coalizione degli houthi e [dell’ex presidente] Saleh. I quattro paesi arabi che partecipano a questa coalizione stanno portando avanti un’operazione che è un suicidio finanziario e politico, l’ennesima trappola disposta dall’amministrazione americana che è odiata in America e nel mondo, un’emorragia di denaro e di vite umane che sarà compiuta alla luce del sole. L’America utilizzerà lo spauracchio iraniano per ricattare gli stati arabi e per farli affogare in guerre settarie. E fa male vedere che a cedere a tale ricatto e alzare bandiera bianca siano proprio questi stati che non hanno imparato nulla dalle lezioni del passato che insegnano che l’Iran si rafforza e si estende mentre gli arabi, e i “moderati” tra loro fra gli amici dell’America, passano dalla debolezza al deperimento e al fallimento su tutti i piani». Ciò avviene proprio nelle stesse ore in cui «Trump uccide e seppellisce la soluzione a due stati e dà l’ok al suo alleato Netanyahu per progettare nuove colonie e accaparrarsi quel che resta della Cisgiordania».

Proprio nei Territori Occupati, scrive su al-Araby al-Jadeed Mohammed al-Rimawi[3], sta avvenendo «una nuova pericolosa puntata della guerra contro il popolo palestinese. Il governo Netanyahu, definito come il governo delle colonie, ha voluto scegliere questo strumento [la Legge sulla Regolazione, ndr] per iniziare una nuova fase di furto e pirateria legalizzati approfittando di alcune novità. La prima è l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca e la sua intenzione di soddisfare completamente l’espansionismo sionista per garantirsi il sostegno della lobby ebraica americana sia in campo interno che in politica estera. […] [Netanyahu] approfitta anche della mancanza di esperienza dell’uomo [Trump] che ha incominciato la sua campagna elettorale dicendo che l’America avrebbe assunto una posizione neutrale rispetto al conflitto mediorientale per poi accettare però senza alcuna riserva l’agenda politica dell’Occupazione israeliana nominando ambasciatore a Tel Aviv David Friedman e inviato in Medio Oriente Jared Kushner, due falchi dell’estrema destra americana». «Trump non comprende – scrive ancora al-Riwani – la pericolosità delle sue posizioni che levano la terra sotto ai piedi dei suoi padroni [i palestinesi, ndr] esaudendo pubblicamente il rinnovato desiderio sionista di rubare [altra terra]». Il riferimento è alla Legge sulla Regolazione, la “sanatoria” passata alla Knesset a inizio mese che legalizza retroattivamente circa 4.000 case costruite senza permesso su 800 ettari di terra palestinese imponendo di fatto ufficialmente la legge israeliana nell’Area C della Cisgiordania (sotto il controllo civile e militare dello stato ebraico per gli accordi di Oslo). Secondo alcuni analisti ciò costituirebbe il primo passo verso l’annessione di questo territorio allo stato ebraico. Tra questi vi è l’analista di al-Jazeera Amani Sinwar che ha definito[4] il recente provvedimento «un colpo al sistema giuridico israeliano, una violazione al principio dello stato di diritto poiché annulla retroattivamente le sentenze  della Corte suprema israeliana favorevoli allo sgombero delle unità coloniali dando l’ultima parola all’apparato legislativo ed esecutivo invece che a quello giudiziario». La commentatrice dell’emittente qatarina definisce la nuova legge «una legalizzazione del furto di terra [palestinese] contraria al diritto internazionale secondo cui il trasferimento di cittadini nei Territori Occupati è un crimine di guerra per la Convezione di Roma»la cui approvazione è stata accelerata dal governo israeliano in seguito all’evacuazione dell’avamposto coloniale di Amona per ordine della Corte Suprema. Su questo sgombero forzato di inizio febbraio al-Sinwar scrive: «Israele ha diffuso al mondo scene drammatiche per mostrare il suo ruolo di stato di diritto che fa uscire con la forza i suoi cittadini dalle case per darle ai palestinesi. Al contrario, invece, si prepara ad una battaglia più importante che mira ad accaparrarsi porzioni sempre più ampie e vitali della Cisgiordania e di Gerusalemme». Questo piano, aggiunge, è possibile ora che alla presidenza americana c’è Trump, Kushner e Friedman. «Israele capisce che oggi vive un momento decisivo che può spingerla lontano con la sua arroganza fino a legalizzare una legge incostituzionale che tutela la colonizzazione e incoraggia il furto dei territori. Tutto ciò a distanza di poco più di un mese dalla risoluzione Onu 2334 che criminalizza tale pratica e ne chiede la fine». «Un futuro cupo»attende i palestinesi ora che a dominare in Israele è l’estrema destra i cui obiettivi politici sono essenzialmente tre: «costruire febbrilmente le unità coloniali del 2009; proteggere gli insediamenti illegali regolandone lo status legale attraverso la nuova legge; annettere le colonie maggiori (come Ma’aleh Adumim). Ciò porterà ad una separazione netta del nord della Cisgiordania dalla sua parte meridionale e l’addio alla soluzione a due stati e, forse, ad una rioccupazione della Cisgiordania e di Gerusalemme est».

Diversi commentatori arabi evidenziano come proprio l’incontro di Washington tra il premier israeliano e il presidente Usa abbia legittimato la Legge sulla Regolamentazione. Uno di questi è il già citato al-Riwani secondo cui «Netanyahu ha presentato a tutti un fatto compiuto secondo la pratica sionista di contrapposizione alla comunità internazionale e il mancato rispetto delle sue risoluzioni. Non c’è alcun dubbio che la pubblicazione [a dicembre] della risoluzione numero 2334 che ha condannato gli insediamenti ed è passata con l’astensione dell’amministrazione democratica statunitense, abbia incentivato Netanyahu e la sua cricca di ladri a Tel Aviv – a partire dal partito di Casa Ebraica – a sfidare tutti dimostrando che loro non appartengono al mondo civilizzato, anzi al mondo intero. Il timore è ora che Trump proceda ad una compensazione con la quale gli americani chiuderebbero gli occhi di fronte all’invasione coloniale israeliana dei territori palestinesi in cambio di una sospensione della decisione sul trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme». Secondo al-Rimawi, però, ad aggravare il quadro palestinese vi è pure «il miglioramento dei rapporti tra israeliani e russi dovuto al disinteresse dei primi per la presenza di quest’ultimi in Siria e per il fatto che Tel Aviv non ha vincoli di movimento contro obiettivi siriani che ritiene ostili». Né giovano ai palestinesi i passi diplomatici compiuti dal Cremlino: «nonostante le azioni russe incoraggino la ripresa delle trattative tra palestinesi e israeliani, [ciò che spinge Mosca ad agire] è il suo tentativo di coprire di fronte al mondo arabo le atrocità che ha commesso contro i civili siriani nel 2016 insieme all’Iran e alle sue milizie. E se la Russia non può essere un alleato fidato per i palestinesi, non lo possono essere nemmeno iraniani e cinesi. La Repubblica islamica, infatti, «continuerà a organizzare le celebrazioni per al-Quds [Gerusalemme, ndr], ma i suoi occhi, la sua presenza, le sue milizie, la sua guardia rivoluzionaria e i suoi finanziamenti si concentrano interamente a Damasco, Baghdad, Sana’a, Beirut e Manama nonostante lasci credere alla sinistra e ai nazionalisti arabi che tra lei e il nemico sionista sia in corso un conflitto. La Cina, invece, è impegnata dalla cooperazione militare con Tel Aviv, dalle sue acque regionali e ad assediare Taiwan e pone pertanto il conflitto arabo-israeliano alla fine della lista dei suoi interessi internazionali. Mentre prima si interessava dei diritti dei popoli, ora l’interesse dei leader cinesi sono i popoli e gli stati visti però come mercati e opportunità d’investimento». Nel contesto internazionale sfavorevole per i palestinesi vi è poi la crisi del mondo arabo con i suoi «incendi in Libia, Iraq, Yemen, Siria, i pericoli di Da’esh, la penetrazione iraniana, le agitazioni del mercato del petrolio, il costante corteggiamento israeliano del mondo arabo per una collaborazione congiunta anche nella lotta al terrorismo».

L’idillio Trump-Netanyahu spinge l’editorialista di punta del quotidiano filo-governativo palestinese al-Quds, Walid al-Omary[5], a giocare con le parole e, sul modello di Olimpiade e utilizzando il soprannome Bibi del premier israeliano, arriva a coniare il termine «Trumbibiade». «Trump – scrive al-Omary – ha un rapporto d’amore e di fascino per Netanyahu che risale già agli anni passati, per non parlare del fatto che da fanatico conservatore cristiano e da sionista estremista ebreo, i due considerano il mondo civilizzato [solo] quello ebraico cristiano occidentale. L’Islam e i musulmani sono a loro giudizio «arretratati e terroristi». Trump lo ha dimostrato con il suo decreto di vietare l’ingresso negli Usa ai cittadini di 7 «stati musulmani»   che ha reso i musulmani americani soggetti a odio e aggressioni». «Trump – sostiene l’analista palestinese – si fa beffe degli stati arabi e dei suoi popoli quando non si preoccupa di riceverli o di avere contatti con loro non facendo per loro neanche il minimo imposto dalla morale e dalle usanze diplomatiche». Non meno dura è l’accusa rivolta al mondo arabo «musulmani, arabi e palestinesi, Trump ha mostrato anche a chi di voi ha la congiuntivite, che gli Stati Uniti d’America non possono essere mediatori imparziali in nessun conflitto che è stato imposto su di voi. Nonostante abbiate vissuto a lungo, continuate a ballare sulle note di questa illusione. Smettetela di umiliarvi e di essere servili, leader arabi. L’epoca della Trumpbibiade si basa sul pensiero dello storico ministro degli esteri Henry Kissinger: “L’interesse degli Usa non è risolvere ogni conflitto nel mondo, ma è prendere i fili del problema e muoverli secondo l’interesse nazionale americano”». Amarezza per l’irrilevante peso politico arabo è espressa anche sul quotidiano al-Hayyat (pubblicato a Londra e vicino all’opposizione siriana) da Walid al-Shaqir. L’analista, infatti, afferma che «non sorprende più di tanto lo stato attuale della questione palestinese. L'assenza di pressioni arabe sul piano internazionale ha permesso alla destra israeliana negli ultimi anni di attenuare ogni sforzo favorevole a rilanciare le trattative [di pace]. La debolezza degli arabi non si limita solo alla derisione della causa palestinese, ma anche al fatto che gli sviluppi politici in Siria procedano senza che loro siano presenti: i leader arabi apprendono di quanto sta accadendo attraverso alcuni partecipanti, come è accaduto ad Astana quando la Giordania è stata invitata a partecipare»[6].

Se la questione palestinese pare essere ormai del tutto archiviata dopo l’incontro di Washington tra Netanyahu e Trump, la vera partita in Medio Oriente è sempre più tra gli Usa e l’Iran. Emblematico, a riguardo, l’articolo[7] di Ahmad ‘Ayyash sul quotidiano libanese di centro-sinistra al-Nahar. «Non bisogna sforzarsi per comprendere che in cima agli eventi mediorientali non vi siano temi caldi come la Siria, l’Iraq o lo Yemen, ma piuttosto la tensione crescente tra americani e iraniani». A sostegno di questa tesi, scrive ‘Ayyash, vi è il recente invito della Guida spirituale Khamenei al popolo iraniano a scendere in piazza contro le «minacce di Trump in occasione della festa della Rivoluzione islamica. Il clima di ostilità tra le due parti, sottolinea il commentatore libanese, non si è limitato alle parole, ma si è tradotto concretamente con l’arrivo del cacciatorpediniere Cole vicino a Bab al-Mandab (nell’ovest dello Yemen), «un primo segnale, nell’epoca di Trump, che una nuova resa dei conti con Teheran si è già aperta». In questo contesto è molto importante osservare anche cosa sta accadendo in Siria dove «i punti di profonda intesa tra russi e americani hanno suscitato perplessità sul fronte iraniano che incomincia a dubitare che sia stata pianificata una soluzione finale in Siria che sia da un lato favorevole alla rimozione di Da’esh e an-Nusra, ma dall’altro anche alla fine dell’influenza di Iran e al-Asad. Queste questioni roventi avverranno solo sul piano politico? Naturalmente la risposta è no. Secondo alcune informazioni, c’è chi mira ad attaccare preventivamente il confine siro-libanese con Israele per attirare l’Iran. […] A quel punto si aprirebbe uno spazio per l’ingresso americano secondo le modalità già apparse con l’arrivo del cacciatorpediniere Cole».

Ad alimentare l’ostilità tra iraniani e statunitensi di sicuro non ha giovato il missile balistico lanciato da Teheran lo scorso mese osserva Ray al-Yawm[8]. «Siamo alle porte di una nuova crisi mondiale, il cui asse è di nuovo l’Iran. Il pretesto americano è che [il missile] rappresenta una violazione delle disposizioni delle Nazioni Unite e dell’accordo sul nucleare. Washington ha chiesto di indire una riunione del Consiglio di sicurezza per discutere di questa “infrazione” e per cercare di imporre sanzioni economiche sull’Iran. La Russia ha risposto con Sergey Riyabkov, il vice ministro degli esteri, che ha detto che l’esperimento missilistico iraniano non costituisce una violazione delle risoluzioni Onu sul nucleare. Che tradotto vuol dire che il “veto” russo, e forse della “sorella” Cina, sarà utilizzato qualora dovesse essere necessario». Ray al-Yawm ricostruisce quindi le tappe dell’intera vicenda: l’ostilità anti-iraniana mostrata da Trump già durante la sua campagna elettorale; le accuse al suo predecessore Obama per aver firmato l’accordo sul nucleare; la sua conversazione telefonica con il monarca saudita Salman ben ‘abd al-Aziz durante la quale i due leader avrebbero concordato sulla necessità di respingere i «tentativi di Teheran di destabilizzare l’area»e infine ora il pretesto di Washington dell’esperimento balistico che dimostra come la Repubblica islamica «fomenti nuove tensioni». L’obiettivo è chiaro secondo il portale: «Il presidente vuole raggruppare di nuovo gli stati del Golfo in una “guerra fredda” contro l’Iran simile a quella che ha preceduto l’accordo nucleare». «Un’alleanza»che, come detto, l’incontro di Washington tra Netanyahu-Trump avrebbe cementato. La conclusione dell’articolo è particolarmente interessante: «L’Iran, come ogni altro paese arabo e islamico ha il diritto di difendersi dalle minacce israeliane alla sua sicurezza, è un diritto legittimo garantito da tutti gli accordi internazionali. Quando vedremo gli Usa e gli altri stati occidentali opporsi alle numerose aggressioni israeliane e a monitorare il suo programma nucleare, allora questo giornale sarà il primo a chiedere il disarmo nucleare non solo iraniano, ma di tutto il Medio Oriente». «Le minacce americane – si legge in un altro articolo[9] di Ray al-Yaum – hanno compattato gli iraniani, o gran parte di loro, dietro il regime». Uno di questi ad averlo fatto è stato l’ex presidente Khatami il quale, nonostante i suoi rapporti conflittuali con le autorità centrali, «non si è solo limitato a protestare, ma si è spinto oltre quando ha detto: “Quando il regime è minacciato, o sono minacciati l’unità del territorio iraniano o gli interessi nazionali, non esiteremo un momento a resistere”». A differenza degli arabi «se Teheran sarà aggredita, risponderà. Basta vedere come ha risposto alle proteste americane per il lancio del missile balistico di lunga gettata: ha riproposto nuove manovre missilistiche nello stesso luogo».

Concludiamo la rassegna di questo mese riportando due ultimi contributi del filo-saudita al-Sharq al-Awsat. Il quotidiano offre una lettura completamente diversa sugli Usa di Trump e, come era prevedibile, presenta una forte ostilità nei confronti dell’Iran. Il primo articolo[10], firmato dal noto commentatore televisivo Turki al-Dakhil, sottolinea come «l’attuale amministrazione Usa è convinta che l’eredità lasciata dal suo predecessore sull’Iran sia un pesante fardello. Lo sviluppo di missili balistici è il risultato della totale negligenza di Obama. La causa maggiore per la diffusione del terrorismo nella regione è l’Iran. Il suo coinvolgimento in Siria ha risvegliato il settarismo ed è giunta l’ora di disciplinare questa ribellione politica rappresentata dal regime iraniano». Secondo ad-Dakhil la nuova retorica di Washington – ribadita dal Segretario alla Difesa James Mattis quando ha detto che l’Iran è sponsor del terrorismo e non ha escluso contro di lei una soluzione militare – ha «scioccato» la Repubblica Islamica e il suo asse della resistenza perché «le vecchie agevolazioni strategiche sono ormai fuori dalla sua portata». «Trump – afferma l’analista – ha detto chiaramente che [il tempo] della gentilezza è finito e che lui è differente da chi l’ha preceduto. L’amministrazione Trump si sta concentrando sul terrorismo iraniano in una maniera impareggiabile cercando di restaurare una posizione ferma come avveniva durante l’amministrazione Bush. […] Il regime sta attraversando una fase differente nel pieno dell’instabilità interna. Affronta una crisi economica soffocante che sta aumentando la povertà e la disoccupazione. E ciononostante, è coinvolta in assurde guerre in Yemen, Siria e Iraq da cui non ne uscirà se non a ossa rotte».

Il secondo articolo di al-Sharq al-Awsat[11], invece, sostiene che le dichiarazioni di Trump non hanno affatto servito le forze conservatrici iraniane a discapito di quelle moderate. Questo perché, afferma ‘Abd al-Rahman al-Rashid, «in tre decenni non è stata dimostrata una vera competizione tra i radicali e i moderati nella gestione del potere. Gli eventi, infatti, hanno piuttosto confermato come l’autorità sia sempre stata sotto il controllo dei primi, laddove i secondi sono stati leader solo apparentemente». Nonostante infatti la Repubblica islamica sia guidata dal moderato Ruhani, la leadership iraniana è «diventata più aggressiva che mai e, per la prima volta dalla fondazione della Repubblica islamica, il regime ha osato espandere la sua attività militare al di fuori dei suoi confini. Partecipa e finanzia quattro guerre fuori l’Iran». Tutto ciò, secondo l’ex manager generale della rete panaraba al-Arabiyya, è stato reso possibile dall’accordo sul nucleare. «La retorica estremista di Trump è il risultato naturale della delusione prevalente a Washington per l’atteggiamento iraniano dopo l’intesa sul nucleare – afferma al-Rashid che aggiunge – le cose peggioreranno almeno che non verrà presa una dura posizione a livello internazionale contro le avventure iraniane e finché l’Iran non verrà costretta a porre fine al caos che sta finanziando nella regione e nel mondo». La conclusione a cui giunge al-Rashid è tutt’altro che ambigua: «l’Iran dominerà usando la sua forza per procura o attraverso le milizie [sparse] nella regione incoraggiando e sostenendo il comportamento ribelle di certi attori locali negli stati confinanti. Teheran non è cambiata molto da quando ha annunciato di voler esportare le rivoluzioni nel mondo. L’unico cambiamento che è avvenuto è che la sua situazione militare e finanziaria è migliorata grazie all’accordo sul nucleare che ha siglato con l’Occidente».

27/02/2017


[1]A. ‘Atwan, Trump adotta le posizioni di Netanyahu e seppellisce la soluzione a due stati, Ray al-Yawm, 15/2/2017, consultabile su http://www.raialyoum.com/?p=622714

[2]Ray al-Yawm, L’alleanza dei quattro Paesi arabi con Israele in una nuova alleanza americana per affrontare il “pericolo iraniano”, 17/2/2017, consultabile su http://www.raialyoum.com/?p=623778

[3]M. al-Rimawi, La “regolazione” a favore della colonizzazione e la guerra contro i palestinesi, al-Araby al-Jadeed, 10/2/2010, consultabile in https://tinyurl.com/h8schs9

[4]A. al-Sinwar, Ripulitura delle colonie e eliminazione della Cisgiordania all’epoca di Trump, al-Jazeera, 8/2/2017, consultabile su https://tinyurl.com/jjlpacd

[5]W. al-Omary, “Trumbibi”, al-Quds, 18-2-2017, consultabile su https://tinyurl.com/zxfevw9

[6]A. Shaqir, Trump, la Palestina e l’Iran, al-Hayat, 18/2/2017, consultabile su https://tinyurl.com/zcebarr

[7]A. ‘Ayyash, Netanyahu si coordina con Trump e Khamenei “non teme la minaccia”, al-Nahar, 9/2/2017, consultabile su https://tinyurl.com/j9w27tl

[8]Ray al-Yawm, Trump incomincia l’escalation contro l’Iran, 31/01/2017, consultabile su http://www.raialyoum.com/?p=622714

[9]Ray al-Yawm, L’Iran minaccia Trump che si pentirà per le minacce contro di lei, 10/2/2017, consultabile su http://www.raialyoum.com/?p=619545

[10]T. al-Dakhil, La “minaccia” di Khamenei a Donald Trump, al-Sharq al-Awsat, 18/2/2017, consultabile su https://tinyurl.com/h9ppbgg

[11]A. al-Rashid, Le minacce di Trump servono l’Iran?, al-Sharq al-Awsat, 17/2/2017, consultabile su https://tinyurl.com/hv9xzvd

 

Autore: 
Roberto Prinzi

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