Non è una guerra di religione

Non è una guerra di religione

 

Gli attentati della notte scorsa a Parigi e quelli meno raccontati di giovedì nel quartiere sciita di Beirut, sono solo gli ultimi di una lunga serie di atti di crudele e feroce destabilizzazione al di fuori dell’esiguo territorio sotto l’effettivo controllo dell’Isis.

Si è registrato, purtroppo, un aumento dell’aggressività degli affiliati al Califfato come reazione ai recenti tentativi di “diplomatizzare” la crisi siriana, dimostrando che la comunità internazionale (con Vienna) si era finalmente incamminata sulla strada giusta. La Francia e gli altri Paesi europei, come da più parti invocato, devono rispondere con fermezza alle provocazioni, che stanno assumendo sempre più il carattere di veri e propri atti di guerra (per quanto asimmetrica), ma non cadere nella tentazione di esacerbare ancor più l’odio di religione e la paura dell’altro o mettere fine delle timide politiche di accoglienza ai rifugiati.

Sarebbe opportuno che le parti politiche non strumentalizzassero gli attentati di Parigi diffondendo atteggiamenti di paura e chiusura mettendo in discussione i valori fondanti della civiltà occidentale che sono quelli (è bene ricordarlo) dell’apertura, della tolleranza, della libertà e della solidarietà così fastidiosi per i seguaci del Califfo.

Assumersi la responsabilità dei vuoti di potere creati in Libia e in Siria non significa militarizzare le nostre città o attuare, come fatto fino ad ora, operazioni di guerra improvvise, non concertate e con obiettivi limitati, ma proseguire sulla strada del dialogo con l’Iran, il cui presidente doveva essere proprio oggi a Roma e domani a Parigi, e svelare il doppio gioco dei nostri alleati storici che fino a ieri fornivano armi e supporto logistico ai vari gruppi jihadisti. Nel lungo periodo bisogna lavorare sulle cause di esclusione ed emarginazione sociale che spingono cittadini della nostra Europa a trovare la propria identità nell’adesione alla terribile causa del Califfato e rafforzare la cooperazione con i Paesi arabi e islamici del Mediterraneo che combattono il radicalismo da decenni e che sono sotto attacco tanto quanto noi.

L’Osservatorio piange le vittime di Parigi e continuerà a diffondere la cultura della tolleranza, dell’apertura e del dialogo.

14/11/15

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