Rassegna stampa araba: la crisi del Golfo e la promozione di Mohammed bin Salman

Rassegna stampa araba: la crisi del Golfo e la promozione di Mohammed bin Salman
Osmedreloaded n.6 giugno-luglio 2017

«La capacità di un sistema politico di riorganizzare la sua amministrazione quando le posizioni vengono cambiate è quello che determina la sua forza. Ciò è apparso evidente quando il principe Mohammed bin Salman ha rimpiazzato in Arabia Saudita il principe Mohammed bin Nayef come erede al trono» scrive Abdul Rahman al-Rashed[1] sul filo-saudita al-Sharq al-Awsat a proposito della mossa di re Salman di scegliere suo figlio come suo successore. Una atto importante visto e considerato che il balzo generazionale è di 50 anni se si considera la differenza di età tra i due. Ma l’aspetto anagrafico passa in secondo piano rispetto al significato politico della scelta operata dal sovrano. Mohammed bin Salman è considerato un «riformatore» e l’ispiratore di nuove politiche economiche nel Paese: è stato lui, ad esempio, a suggerire di mettere sul mercato il 5% della compagnia petrolifera Aramco e di creare un fondo sovrano di 2mila miliardi di dollari, il più grande al mondo.

Dietro la decisione di re Salman ci sono chiari motivi politici: il figlio viene proiettato ufficialmente alla guida dell’Arabia Saudita che nei fatti, però, ricopre da quando il padre è divenuto re. Dopo essere stato l’influente ministro della difesa, dal 21 giugno è anche vice primo ministro e pertanto la sua influenza in politica estera, già elevata, è destinata a crescere ulteriormente. Il neo principe ereditario è un falco, il principale artefice della linea di rinnovato scontro con l’Iran. Come vedremo in alcuni commenti della stampa araba, Mohammed bin Salman sarebbe poi in questi giorni il più accanito sostenitore dell’isolamento del Qatar, il piccolo emirato ricco di gas che è accusato da Riyadh di «sostenere il terrorismo» e di non partecipare con determinazione al fronte arabo sunnita in chiave anti-iraniana. Uno scontro che il giovane principe, nominato al dicastero della difesa nel gennaio del 2015, ha alimentato in Yemen dove è stato tra i principali fautori dell’intervento armato. Bin Salman ha anche rinsaldato i rapporti con gli Usa stringendo relazioni speciali con il presidente Donald Trump e, secondo alcuni commentatori, sarebbe stato lui a sollecitare l’acquisto di armi di produzione americana per un valore superiore ai cento miliardi di dollari sancendo così definitivamente la rinnovata alleanza con Washington. Ma torniamo all’articolo già citato di al-Rashed dove è possibile cogliere tutta l’euforia degli ambienti vicini alla casa regnante. «Gli osservatori – scrive l’analista saudita – osservano come il regno stia rapidamente cambiando e questo impone al governo di stare al passo con le aspettative nei suoi confronti. Tuttavia, il cambiamento non deve avvenire alle spese della stabilità. Il giuramento di fedeltà a Mohammed bin Salman come principe ereditario è avvenuto all’interno del sistema politico e delle sue tradizioni. […] La decisione è stata annunciata e tutto è andato normale. Un fatto insolito in Medio Oriente dove un cambiamento comporta un periodo di difficoltà. Da 80 anni, invece, l’Arabia Saudita resta stabile ed è capace di compiere transizioni politiche grazie alla leadership del re che gode di piena lealtà [dei sudditi]». Ma se ciò è stato possibile questo è dovuto al fatto che il giovane ex ministro alla difesa aveva tutti i requisiti per occupare questa carica. «L’età e l’esperienza del principe Mohammd bin Salman – osserva ancora l’analista – hanno contribuito a sviluppare l’amministrazione di un governo moderno dando al Paese la vitalità necessaria per modernizzarlo con i suoi progetti. Sin dagli anni ’70, diversi studiosi e diversi testi si sono occupati dell’abilità del regno a sopravvivere ai cambiamenti che il tempo comporta, alle differenti generazioni, alla riduzione delle risorse e alle continue sfide relative a come bilanciare la continuità e la modernizzazione. Coloro che conoscono la natura del sistema monarchico – soprattutto quello saudita – sanno che la caratteristica più importante è la capacità di adattamento del regno. Il re vuole dare spazio ai giovani così che essi vivano in armonia con la società. L’Arabia Saudita ha una popolazione giovane: il 60% ha meno di 30 anni. Pertanto essi si aspettano che il governo agisca seguendo i loro bisogni e, di conseguenza, i progetti di modernizzazione devono mirare ai giovani». Secondo al-Rashed, sviluppare la capacità amministrativa dello stato e reinterpretare i suoi compiti sono stati i meriti del lavoro di bin Salman.

Della stabilità del sistema politico saudita scrive anche Salman al-Dossary[2] sempre su al-Sharq al-Awsat: «Il video in cui l’ex principe ereditario Mohammed bin Nayef giura fedeltà a Mohammed bin Salman dura non più di 26 secondi. Tuttavia, questi bastano per mandare un forte segnale ai sauditi e agli altri paesi sulla solidità e abilità della Casa reale di procedere in difficili condizioni. Ha mostrato, inoltre, come i sauditi siano capaci di stabilire la successione al governo senza problemi come nessun altro paese sarebbe riuscito a fare». Al-Dossary nota come i vari cambiamenti compiuti da Riyadh siano avvenuti senza grossi traumi grazie alle capacità di re Salman di creare «una nuova generazione di al-Saud che lavorano in armonia guidati dal principe Mohammed bin Salman in [questa] nuova fase di crescita della storia del regno». Emblematico di questo passaggio indolore, scrive il commentatore saudita, è stato l’aumento del 5,5% in borsa quando è stato annunciato l’avvicendamento tra bin Nayef e l’ex ministro della difesa. «Non c’è più chiaro ed esplicito indicatore della stabilità di qualunque paese [nei dati] della Borsa. La sua risposta ha rispecchiato l’ottimismo di molti sauditi rispetto al cambiamento occorso. Il principe ereditario Mohammad bin Salman è riuscito a sviluppare la “Vision 2030” per uno sviluppo sostenibile, è stato capace di ridurre la dipendenza di Riyadh dal petrolio e ha guidato una sfida senza precedenti per dare una nuova faccia allo stato il quale deve crescere con l’aiuto delle sue persone, non con il petrolio». «Indubbiamente – conclude al-Dossary – la scelta [di bin Salman] è responsabilità esclusiva della famiglia regnante e i sauditi si fidano di cosa decidono gli al-Saud. I cittadini sono abituati a prestare fedeltà al re o al principe ereditario scelto. Quello che è certo è che la decisione [della promozione di Mohammed bin Salman] dipende dalla fiducia del popolo e questa volta non sarà differente. Ogni giorno che passa il fronte interno in Arabia Saudita mostra sempre di più che è la formula magica per la stabilità del regno e che si armonizza in modo bilanciato ogni qual volta deve essere rafforzato più saldamente. Allo stesso tempo il Paese afferma la sua caratteristica peculiare: cresce, ma non invecchia».

Se la monarchia dei Saud viene esaltata, gli stessi due analisti usano tutt’altri termini per definire il vicino Qatar dopo la rottura dei rapporti diplomatici lo scorso 5 giugno da parte di Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti ed Egitto (si uniranno in seguito altri paesi arabi islamici). «Le autorità di Doha hanno sempre goduto di tre caratteristiche: media, denaro e una diplomazia efficace. Questi tre elementi hanno compensato le piccole dimensioni del Qatar, la sua piccola popolazione e il suo esercito debole» scrive al-Rashed[3] in un altro articolo pubblicato da al-Sharq al-Awsat. Al-Rashed chiarisce subito, però, che non sono le sue dimensioni ad aver causato il problema qatariota, ma «la sua convinzione di essere una importante forza regionale che vuole cambiare l’area e imporre la sua politica senza tener in conto né della sua estensione, né del rispetto verso gli altri paesi». Fatta questa premessa, l’autore dell’articolo parte all’attacco: «Il Qatar sostiene e finanzia ideologie contraddittorie che vanno dalla democrazia all’estremismo islamico. Queste personalità multiple e contrastanti o la schizofrenia qatariota le è costata la sua credibilità nel mondo laddove ha un fronte liberale in politica interna e uno estremista rappresentato dai Fratelli [musulmani] in quella estera». Doha, scrive al-Rashed, è una «capitale di contraddizioni» perché finanzia gruppi estremisti nella provincia dell’al-Anbar (Iraq) e ne ospita i leader «vicino alla base militare Usa da cui partono i jet che bombardano Falluja e Ramadi quotidianamente. Insieme all’Iran, il Qatar ha sostenuto la divisione palestinese appoggiando Hamas contro l’Autorità palestinese. Ha accolto a Doha i leader del movimento islamico e l’ufficio israeliano. Per anni [l’emirato] ha provato a sostenere i nemici dell’Arabia Saudita in Yemen: gli estremisti houthi e alcuni leader tribali che hanno combattuto il regno saudita alla fine dello scorso decennio finanziando figure dell’opposizione all’interno e all’esterno del Paese». L’analista non usa giri di parole: agendo in questo modo il Qatar «si è ritrovato improvvisamente [ad essere] l’emblema del ridicolo e del disprezzo. Ha avvertito l’isolamento e la paura per la sua sicurezza e per la sua esistenza. Con il passare del tempo i suoi problemi aumenteranno e così scoprirà a poco a poco che è in realtà un Paese piccolo che non vale nulla senza i suoi fratelli arabi del Golfo e che non può vivere in pace. Il Qatar ha compreso che la base [statunitense] di al-Udeid non lo proteggerà. Le sue minacce di rivolgersi all’Iran, il suo invito ai turchi, i suoi media vicini alla Fratellanza [musulmana], i suoi investimenti da 170 miliardi di dollari in Occidente e i suoi contratti in Arabia Saudita, Bahrain e Kuwait non intimidiranno i suoi rivali. Tutto ciò non gli garantirà serenità. Doha deve capire la triste verità che ha potuto creare il caos nella regione non perché era forte, ma perché i suoi vicini sono stati pazienti. Le sue tre [principali] caratteristiche sono state annullate dai quattro Paesi [del Golfo]. Messi insieme, infatti, questi hanno media più forti, più denaro e una diplomazia più vitale e rapida».

Non meno duro è il commento del già citato Salman al-Dossary[4]: «Nel dover affrontare il boicottaggio di tre membri chiave del Consiglio di Cooperazione del Golfo, a cui si sono aggiunti anche Egitto e altri Paesi, Doha ha optato per l’escalation piuttosto che far prevalere la ragione. È tipico questo del regime qatariota che assomiglia ai sistemi rivoluzionari di sinistra nella loro ostinazione e intransigenza». Al-Dossary sottolinea come i problemi per l’emirato potrebbero derivare dall’agenda politica del presidente statunitense Donald Trump che «in politica estera considera una priorità bloccare chi finanzia il terrorismo». «Trump – aggiunge il giornalista – ha detto: “Stiamo andando ad affamare la bestia” cioè sta chiudendo il rubinetto dei finanziamenti [ai gruppi estremisti]. Si spera pertanto che il Qatar possa leggere attentamente e saggiamente questi segnali e rimodulare le sue dannose politiche. […] Tuttavia, Doha reagisce con indifferenza, minimizza la crisi definendola un’altra breve scaramuccia. Paradossalmente, mentre rassicura la sua popolazione dicendole che è protetta da un forte piano alternativo, continua a non fare progressi con la comunità internazionale». In pratica, accusa l’ex caporedattore di al-Sharq al-Awsat, «il Qatar non sta cercando seriamente una soluzione per mettere fine al boicottaggio e limitare i suoi danni. Al contrario, il paese ricco di gas sta prendendo tempo strategicamente. Ma la realtà gli impone di affrontare la situazione e di suturare la ferita prima che peggiori. Dopo l’iniziale risposta di rabbia, il Qatar vive negando [la crisi]. Tuttavia, la marcia contro chi finanzia il terrorismo cresce, sempre più masse l’affollano. Con gli Usa in testa a reggere lo striscione, sempre più paesi sono disposti ad unirsi a questo corteo. E a perderci sarà soprattutto Doha. E’ una questione di tempo. Affidarsi al tenue sostegno di sconosciute ong e partiti politici africani prendendo tempo investendo a Teheran, Ankara, Mosca e Berlino prolungherà soltanto l’inevitabile. Avendo già perso molto, il Qatar capirà che l’unico modo per risolvere la crisi diplomatica sarà quello di riconciliarsi con Riyadh».

Di «malattia araba» parla invece ‘Abd al-‘Aziz al-Samari[5] sulle pagine del quotidiano saudita al-Jazirah[6]. Secondo l’editorialista, infatti, è una patologia tipicamente degli arabi quella di volersi intromettere negli affari di stato degli altri paesi arabi «fratelli». «I sintomi di questa malattia araba – scrive al-Samari – sono cominciati ad apparire dopo i movimenti d’indipendenza e i colpi di stato militari della metà del secolo scorso. […] Una delle caratteristiche più rilevanti è credere che sia legittimo farlo, così come sia legittimo ordire complotti contro il proprio fratello arabo (e non solo lui) e impiegare le riserve degli stati e le loro ricchezze per cambiare i regimi politici dei Paesi confinanti». Gli esempi, scrive l’analista, non mancano: da quello «più famoso» rappresentato dall’egiziano Jamal ‘abd al-Nasser, passando per l’iracheno Saddam Hussain e il libico al-Gheddafi arrivando al siriano Bashar al-Asad. Ma la «lista si allungherebbe se provassimo a monitorare gli effetti della malattia nei vari periodi della storia contemporanea araba» sottolinea il giornalista saudita. Alla base di questa malattia, sostiene al-Samari, vi è il fatto che «gli arabi continuano a rifiutare i confini attuali e credono che abbiano il diritto di agire in segreto per modificare la cartina politica dei paesi confinanti. Una delle cause [che li spinge ad operare così] potrebbe essere il fallimento sul piano interno laddove la crescita economica degli stati arabi è disastrosa presso la maggior parte di loro. Pertanto, il governante [arabo] evita così di dover affrontare il fiasco interno e si dedica alle questioni estere alimentando le tensioni politiche». Fatta questa premessa, l’autore dell’articolo giunge ad affrontare la crisi con Doha: «In base a questa prospettiva potremmo capire cosa accade in Qatar dove il contagio della malattia araba è stato trasmesso grazie all’ereditata mentalità araba complottista». Ma qui rispetto agli altri casi, l’editorialista scorge però un’importante differenza: il Qatar «è un emirato del Golfo piccolo e non ha le stesse possibilità degli stati arabi maggiori per [permettersi di] svolgere questo ruolo, né per imporre la legittimità della forza nel tentativo di esportare i complotti politici negli stati confinanti. Secondo questa prospettiva analitica, il fratello Qatar potrebbe essere vittima della mentalità araba malata ed essere stata colpita gravemente dai sintomi di questa diffusa patologia. Spetta ai sani aiutare Doha ad uscire dalla crisi. Il primo passaggio potrebbe essere non intervenendo nelle questioni interne degli altri stati arabi, trattandoli come entità del tutto indipendenti e affermando che ogni intromissione è una dichiarazione di guerra contro di loro».

Molto duro è anche il commento di Fahd ben Rashid ‘abd al-Karim sulle pagine dell’emiratino al-Ittihad[7] dove ritorna l’idea di un Qatar colto da «virus». È interessante sottolineare però come l’articolo sia stato scritto subito dopo le presunte dichiarazioni «offensive» della tv di stato del Qatar contro Riyadh (Doha ha subito smentito e ha parlato di attacco hacker) e, quindi, prima che la crisi del Golfo si trasformasse in un vero e proprio embargo contro il piccolo emirato. Eppure il linguaggio è nei fatti lo stesso: «Per più di 20 anni gli stati della regione – scrive ‘Abd al-Karim – hanno sopportato il veleno lanciato dalla macchina mediatica qatariota che ha propagandato violenza e terrorismo. […] La posizione del Qatar e dei suoi media non rientra più nel consenso arabo del Golfo. I Paesi della regione hanno trattato il fratello minore Qatar con saggezza e pazienza fingendo intelligentemente di ignorarlo a volte nella speranza che si ravvedesse e rivedesse le sue politiche e le posizioni dei suoi media, ma inutilmente». Infatti, «ogni volta che abbiamo sentire dire che il Qatar è tornato indietro sui suoi passi e ha compresso l’entità del danno che si è procurato e che ha arrecato agli stati della regione, Doha è ritornata nuovamente a macchiarsi di qualcosa di peggiore arruolando tutti i suoi media per offendere gli stati maggiori e moderati dell’area istigando gli estremisti e i terroristi». Per il commentatore emiratino, sul banco degli imputati ci sono innanzitutto le sue tv e i suoi giornali[8] che «nel corso degli anni e ancora oggi sono rimasti l’elemento di congiunzione tra i movimenti estremisti  e i gruppi armati terroristici, nonché una tribuna per tutte le voci ostili che però i media del Qatar hanno presentato come eroi, protettori della democrazia e sostenitori dei diritti umani! […] Il Qatar si è inorgoglito. Ha commesso molti errori, ha continuato ad accusare e così è scivolato verso l’abisso. Si è dimenato a destra e sinistra. Non capiamo più quale virus abbia contagiato il suo cervello: è quello del “terrorismo” che ha lanciato e che gli si è rivoltato contro impadronendosi di lui. O è quel dei “Fratelli” [musulmani] che è penetrato fin dentro le sue ossa. O è quello persiano che ha mosso i leader qatarioti come fossero delle bambole sciocche!».

Due articoli, pubblicati rispettivamente su al-Arabiya e al-Araby al-Jadeed, presentano in modo completamente opposto il nuovo principe ereditario Mohammed bin Salman. Sul sito della tv panaraba di proprietà saudita, l’analista Raqia al-Zami’[9] osserva: «La scelta del Principe Mohammed bin Salman come erede al trono coincide con la fase che vive lo stato [saudita] dove vivono 31 milioni di persone e i cui cittadini sono più di 20 milioni. Di questi, sono circa 13 milioni i giovani  con nazionalità saudita sotto i 29 anni, cioè circa il 67%. Questa scelta [la promozione di bin Salman, nda] è tra i più importanti cambiamenti politici per il bene della stabilità di tutto il Medio Oriente. La realtà politica ha decretato che il regno sia la forza maggiore mediorientale, la più stabile tra quelli della regione, la più estesa e la più popolata tra quelli del Golfo». La giornalista passa in rassegna quindi i meriti del giovane principe: il rafforzamento dei rapporti con il «partner strategico storico” statunitense e l’aver reso il Paese più importante a livello internazionale sia da un punto di vista economico che politico grazie ai rapporti con la Cina, la Russia e gli stati dell’Asia orientale. «Il principe – scrive al-Zami’ – ha compreso le sfide che devono affrontare il regno e la regione, l’importanza di intraprendere azioni sempre più decise contro il terrorismo mondiale e l’adozione di una politica più severa e audace per contrastare le aspirazioni espansionistiche iraniane nell’area con le questioni yemenite e qatariote. […] L’erede al trono ha confermato la capacità dei giovani di guidare la rinascita attraverso il suo piano “Vision 2030” che è considerato il più importante piano economico nell’epoca moderna che, guardando la monarchia da un punto di vista non tradizionale, ristruttura l’economia locale e le sue politiche, diversifica le fonti di reddito e trae profitto dalle ricchezze umane, naturali e geografiche di cui il regno dispone portando il Paese a livello delle economie avanzate».

Più complessa, invece, è l’analisi di Ali Anouzla su al-Araby al-Jadeed[10] dove le azioni del figlio del re Salman vengono paragonate a quelle di Mohammed bin Zayed, il principe ereditario di Abu Dhabi nonché vice comandante supremo delle forze armate degli Emirati. «La crisi del Golfo, che chi l’ha creata per i suoi vantaggi ha voluto che fosse internazionale, non deriva altro che dalle aspirazioni personali delle due persone forse ritenute più pericolose oggi nella regione perché ne minacciano la stabilità e la sicurezza e perché hanno lavorato negli anni scorsi a distruggere gli stati, a uccidere i loro popoli e a sfollare i loro cittadini» scrive Anouzla. «Questi due sono i due Mohammad: Mohammd bin Zayed, il principe ereditario di Abu Dhabi e Mohammad bin Salman, vice principe ereditario saudita. Lontano dalle analisi strategiche e da interpretazioni accademiche, la crisi attuale è sostanzialmente frutto di una battaglia aggressiva e silenziosa per il potere all’interno del Palazzo in corso sia in Arabia Saudita che negli Emirati. Entrambi i Mohammad aspirano ad avere le chiavi del potere nei rispettivi paesi. Entrambi strumentalizzano le stesse condizioni “oggettive” che alimentano la loro ambizione. Entrambi discendono direttamente dal re o dal principe che governa ed entrambi vogliono trarre vantaggio dallo stato di salute del capo dello stato per presentarsi come alternativa in caso di vuoto [politico] che aspettano con impazienza per realizzare il loro sogno». Secondo l’autore, il figlio di re Salman deve molto proprio al principe emiratino di cui «imita ogni cosa». «Ciò che è conosciuto come Vision 2030 – osserva il commentatore – in fin dei conti non è altro che riproporre quanto già visto negli Emirati in Arabia Saudita, ovvero creare una economia ibrida che si basa su aperture economiche e che riduce l’influenza religiosa degli shaykh wahabbiti che conferiscono il carattere legale al potere degli al-Saud da quando è stato fondato il regno. Per affermare il suo potere e rafforzare la sua influenza, ha imposto il suo controllo dell’esercito, ha condotto il suo paese insieme ad altri alla guerra distruttiva yemenita che ha devastato completamente un paese e un popolo e si è impegnato ad allestire la più grande alleanza militare islamica sunnita che sostiene l’America ed è anti-Iran. Il regime di Teheran rappresenta il più grande complesso per i due Mohammed che hanno trasformato il conflitto contro Teheran in una ideologia combattiva, religiosa e nazionale per unire i loro popoli contro un pericolo esterno di cui hanno amplificato la pericolosità e gli obiettivi strategici». «La crisi che i due Mohammed hanno creato oggi con il Qatar – conclude Anouzla – è tipico del loro agire presuntuoso quando qualcuno si rivolta contro di loro. Il Qatar è stato loro partner e alleato quando le loro politiche si sono incrociate nella guerra in Siria e Iraq. Doha si è impegnata con entrambi contro lo Yemen. Ma ha rifiutato di seguirli nei loro progetti in Egitto, Libia, Palestina e quando ha promosso una politica indipendente sull’Iran. Ed è stata questa la scintilla che ha fatto scoppiare la crisi odierna».

Concludiamo questa rassegna con due editoriali del direttore di Ray al-Yawm, ‘Abd el-Berry ‘Atwan il quale, smarcandosi dai media filo-sauditi ma anche da quelli vicino al Qatar, vede nella crisi del Golfo anche lo zampino statunitense. ‘Atwan[11] scrive che sono tre gli elementi che hanno portato Mohammed bin Salman ad essere la futura guida del regno saudita: l’amministrazione americana, la famiglia regnante saudita e l’istituzione religiosa rappresentata dal Consiglio degli ulema (in particolare della famiglia Al al-Shaykh). «La visita che ha compiuto Mohammad bin Salman a Washington immediatamente dopo l’annuncio della vittoria del presidente americano Donald Trump ha anticipato le cerimonie reali che sono state decise stamattina [21 giugno]. L’approvazione ufficiale è giunta durante il viaggio di Trump a Riyadh per partecipare al triplice vertice [arabo-islamico] dopo che è stato definito il prezzo di oltre mezzo trilione di dollari nella vendita di armi e in investimenti nelle infrastrutture americane». L’analista di origini palestinesi è convinto che con questo cambio al vertice «l’Arabia Saudita entrerà ora in una fase caratterizzata da ambiguità e il suo destino è nelle mani di un giovane che non ha più di 32 anni e che prende decisioni senza ascoltare gli esperti come [ha fatto con] la guerra in Yemen che continua ininterrottamente  da due anni aumentando l’escalation fin quasi a giungere ad uno scontro militare con il Qatar. […] È difficile fare una lettura precisa delle conseguenze regionali dopo queste prevedibili decisioni saudite, ma possiamo prevedere un escalation saudita emiratina nella crisi con i qatarioti. Tra i motivi della deposizione del principe bin Nayef vi è la sua vicinanza con Doha. Così come prevediamo un trasposizione delle minacce di bin Salman all’interno dell’Iran con l’istigazione delle minoranze etniche e confessionali in comune accordo con l’amministrazione Trump; i sauditi si getteranno con tutto il peso della loro forza militare nella guerra in Yemen con la speranza di ottenere rapide vittorie sui fronti caldi come al-Houdeida, Taez, Sa’ada, Ma‘reb, Sana’a. Naturalmente la lista è lunga». E sulle richieste fatte da Arabia Saudita, Bahrain, Egitto ed Emirati arabi uniti, ‘Atwan non ha dubbi[12]: «Non esitiamo neanche un momento a dire che queste sono state fatte per essere rifiutate, non per essere accettate. Il passaggio alla seconda fase delle sanzioni è una tappa preparatoria alla terza e finale che non escludiamo possa essere alla fine quella militare. L’ambasciatore qatariota a Mosca, Fahd ben Mohammad al’Atiyeh, ha detto che l’azione di questo quartetto mira a “cambiare” il regime. Condividiamo la sua opinione perché situazioni simili sono incominciate con una guerra mediatica, poi con l’embargo economico e, infine, con l’intervento militare. Ne abbiamo tanti di esempi a riguardo dall’Iraq alla Libia e allo Yemen. Quel che notiamo in questa crisi, a differenza delle altre del passato, è che l’America ne fa parte. Nei prossimi giorni assisteremo ad una pericolosa escalation perché il Qatar non cederà, non l’è stato concesso nemmeno il tempo di acconsentire, neanche se lo avesse voluto. L’altra parte ha fretta di compiere i suoi passi, vuole procedere secondo la “teoria comunista”, non essendo comunista, ovvero bruciare le tappe per giungere al suo obiettivo finale il più velocemente possibile».


[1]A. al-Rashed, Il principe Mohammed bin Salman e il sistema di potere saudita, al-Sharq al-Awsat, 22/6/2017, consultabile su https://tinyurl.com/yc7oh4m9

[2]S- al-Dossary, Una lezione nel rimpasto reale dell’Arabia Saudita, al-Sharq al-Awsat, 22/6/2017, consultabile su https://tinyurl.com/y749kvvp

[3]A. al-Rashed, Qatar senza le sue tre armi, al-Sharq al-Awsat, 20/6/2017, consultabile su https://tinyurl.com/y8jvlfje

[4]S. al-Dossary, “L’affamare la bestia” inizia in Qatar, al-Sharq al-Awsat, 15/6/2017, consultabile su https://tinyurl.com/y79zndts

[5]‘A. al-Samari, La malattia araba in Qatar, al-Jazirah, 26/6/2017, consultabile su http://www.al-jazirah.com/2017/20170626/ar5.htm

[6]Da non confondere con la tv panaraba qatariota al-Jazeera.

[7]F. ‘abd al-Karim, Qatar, la pazienza ha un limite, al-Ittihad, 31/5/2017, consultabile su http://www.alittihad.ae/details.php?id=31899&y=2017

[8]Sul ruolo dei media nella crisi attuale del Golfo segnalo l’interessante articolo pubblicato dal portale della rete qatariota al-Jazeera. Y. Al-Husein, La crisi del Golfo e la crisi dei media, 23/6/2017, consultabile su https://tinyurl.com/yco4eqey

[9]R. al-Zami’, Arabia Saudita.. un sole che si rinnova, al-Arabiya, 24/6/2017, consultabile su https://tinyurl.com/ydxwhb5h

[10]‘A. Anouzla, Due uomini pericolosi, al-Araby al-Jadeed, 21/6/2017, consultabile su https://tinyurl.com/yap3el3j

[11]‘A. ‘Atwan, Perché il principe Mohammd bin Zayed è il più felice dopo che il principe bin Salman è diventato l’erede al trono in Arabia Saudita, Ray al-Yawm, 21/6/2017, consultabile su http://www.raialyoum.com/?p=696829

[12]‘A. ‘Atwan, L’atteggiamento americano sulla crisi americana è “tentennante”, Ray al-Yawm, 25/6/2017, consultabile su http://www.raialyoum.com/?p=699058

26/07/2017

Autore: 
Roberto Prinzi

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