Siria: ancora con il fiato sospeso

Siria: ancora con il fiato sospeso
Osmedreloaded n.1 Gennaio 2017

Il 2016 si è chiuso con il fumo nero delle esplosioni provocate dai devastanti bombardamenti che hanno pressoché distrutto Aleppo una delle più belle città della Siria ormai da quasi sei anni dilaniata da una violenta e sanguinosa guerra civile alimentata, in larga parte, anche dalle interferenze dirette o indirette di vari Attori, statuali e non, esterni ma molto interessati, sia pur con motivazioni diverse e contrastanti, a destabilizzare la regione. Tutti contro tutti: quel che resta dell’esercito fedele ad Assad  sostenuto dai volontari Hezbollah libanesi e dagli iraniani; gli uomini neri dell’Isis; le milizie della variegata galassia jihadista; i ribelli, a vario titolo e con modalità diverse, sostenuti dalle Petromonarchie sunnite; i curdi dell’Ypg e i Peshmerga e, infine, i russi che impiegando anche consistenti truppe di terra, a partire dagli ultimi mesi del 2015, hanno cambiato il corso delle cose in Siria.

Intanto gli uomini neri dell’Isis, malgrado le consistenti perdite subite, riescono non solo a mantenere le loro posizioni, ma hanno altresì scatenato nel corso dell’anno appena trascorso una violenta e diffusa ondata di sanguinosi attacchi terroristici nel cuore dell’Europa: da Parigi a Istanbul. La Comunità internazionale, nelle sue varie sedi decisionali, non è riuscita a concepire e mettere in campo praticabili soluzioni condivise in grado di fermare o, almeno contenere, la guerra civile in Siria. Infatti gli ultimi tentativi di diplomatizzazione della crisi siriana esperiti dalla comunità internazionale nelle sue composizioni più ampie e più  inclusiviste, dal Vertice di Vienna del 14 novembre 2015 al Consiglio di sicurezza del 18 dicembre 2015, al di là della professata buona volontà di alcune Parti, si sono infranti contro il muro di odio, ambizioni, vendetta e rancore solidificato e rinforzato da cinque anni di guerra civile. Come purtroppo avevamo previsto (www.osmed.it/pubblicazioni/quadernon.3 Il Mediterraneo che verrà), la fragile cornice faticosamente costruita a Vienna non ha  retto sul “lato” siriano.

Se da un lato la “grande coalizione” a incerta guida americana(con Paesi europei, Paesi arabi e Turchia)  e la “piccola coalizione” a convinta guida russa, (con pasdaran iraniani e hezbollah libanesi), invero più la seconda, sono riuscite ad infliggere sul piano militare consistenti perdite agli uomini neri dell’Isis, (liberando varie parti di territorio da tempo sotto occupazione), dall’altro, contemporaneamente la crudele guerra civile siriana continuava senza sosta.

Infatti, ai fianchi della apparentemente condivisa da tutti guerra “maior” contro il comune nemico Isis, si combattevano nel martoriato territorio siriano almeno due altre guerre “parallele”. Quella del presidente Assad (sostenuto dai fedeli alleati russi e dai “fratelli” sciiti, pasdaran iraniani e hezbollah libanesi) contro il variegato fronte composto dalle tante milizie sunnite dell’opposizione armata anti regime sostenuto, con modalità e intensità diverse, dalle Petromonarchie del Golfo e della Turchia. Quest’ultima, a sua volta, attivamente impegnata nell’altra “guerra parallela”: quella contro i curdi, estremisti e non, considerati i nemici storici dentro e fuori i confini nazionali. Al tempo stesso il presidente Erdogan, come chiarisce l’articolo di Roberto Prinzi pubblicato in questo stesso fascicolo, ha dovuto fronteggiare gravi problemi sia in politica interna (culminati nel fallito colpo di stato del luglio 2016 seguito da epurazioni di massa), che in politica estera. Negli ultimi cinque anni Erdogan in tutti i modi (anche con quelli più pericolosi, tipo mantenere velate relazioni di complicità con milizie armate contigue ai jihadisti) ha tentato di abbattere il regime di Assad sperando di spezzare per sempre l’arco sciita Teheran-Damasco, nell’ambiziosa e arrogante prospettiva di stabilire una nuova gerarchia di potenze regionali nell’area, che desse finalmente sostanza alla tanto vagheggiata “profondità strategica”.

Questo schema ad alto rischio, invano perseguito dal Governo di Ankara sin dall’inizio della guerra siriana, si è però progressivamente logorato e, dopo aver creato qualche problema anche agli stessi Alleati occidentali in seno alla grande coalizione anti Isis, si è infranto di fronte alla capacità di resistenza ai ribelli da parte del regime siriano sostenuto (con ostinazione politica e con un potente e risolutivo intervento militare diretto) dai russi fermamente decisi a difendere ad oltranza Assad da tutti i suoi nemici interni ed esterni.

Dal suo canto il presidente turco Erdogan, pur consapevole dei forti  contraccolpi che l’improvvisa manovra avrebbe comportato, ha ribaltato e cambiato il suo schema, imboccando l’unica via al momento praticabile per tentare una pax siriana ossia quella che porta a Mosca. Favorita dallo spregiudicato pragmatismo di entrambi le Parti, la ripresa (dopo incomprensioni e reciproche ostilità) di un dialogo privilegiato fra Russia e Turchia ha gradatamente prodotto un significativo risultato che, per quanto provvisorio, lascia ben sperare per i prossimi mesi. Russia e Turchia infatti si sono impegnate a creare sul piano politico militare i più idonei presupposti per promuovere, fare accettare, se necessario imporre, e  infine garantire una vincolante tregua fra le forze regolari del regime di Assad e quasi tutti i gruppi armati sunniti del variegato fronte della ribellione siriana (esclusi ovviamente l’Isis e le organizzazioni jihadiste contro cui la lotta continua).

E così il 29 dicembre 2016 è finalmente entrato in vigore l’armistizio fra le parti belligeranti siriane concedendo un po’ di sollievo alle martoriate popolazioni stremate da anni di sanguinosa guerra civile.

Il 23 gennaio 2017 al Rixos Hotel di Astana in Kazakistan, sotto lo sguardo vigile dei diplomatici russi, turchi e iraniani, è iniziato l’International meeting on Syrian settlement fra i rappresentanti del Governo di Damasco e i rappresentanti dei vari gruppi della ribellione siriana. Con la mediazione dell’inviato Onu Staffan De Mistura le parti hanno iniziato, sempre all’interno della cornice di garanzia russo-turco-iraniana, i negoziati per rafforzare e monitorare la tregua e per concordare idonee misure al fine di migliorare la situazione umanitaria. Le trattative per la transizione politica in Siria dovrebbero poi proseguire l’8 febbraio a Ginevra e forse parlare finalmente della pace, tanto attesa ma ancora tanto lontana da venire. Per questo pur in fiduciosa attesa rimaniamo ancora con il fiato sospeso.

Autore: 
Matteo Pizzigallo

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