Su un Mediterraneo di nuovo in armi

Su un Mediterraneo di nuovo in armi
Osmedreloaded n.3 marzo 2017

Se la visita del generale Khalīfa Belqāsim Ḥaftar a bordo della portaerei russa Ammiraglio Kuznestov, al largo della Cirenaica, ha sancito simbolicamente il ritorno del Mare Nostrum come area di primo piano sulla scena internazionale, le ragioni alla base dell’attuale “clima bellico” che si respira nelle sue acque, disseminate di navi militari, vanno ricercate nei profondi cambiamenti che hanno inciso sul bacino negli ultimi decenni.

L’analogia con la contrapposizione delle flotte navali durante la Guerra Fredda che campeggiava su tutti i giornali all’indomani dell’ingresso delle navi russe nel Mediterraneo porta, in realtà, a una riflessione più ampia volta a indagare nella ciclicità della storia il ruolo strategico del nostro mare, termometro degli equilibri mondiali e cardine fondamentale per la stabilità e la pace dell’Europa. 

L’ordine raggiunto dalla regione mediterranea all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, poi consolidato durante la Guerra Fredda, si basava sulla divisione della regione in sfere di influenza. Approfittando della decolonizzazione e dei numerosi errori commessi dalle potenze occidentali in quegli anni (la spedizione franco-britannica a Suez nel 1956, il dietrofront sul finanziamento della diga di Assuan da parte degli Stati Uniti; per citarne alcuni) la Russia riuscì ad affermarsi come attore geopolitico nell’area. Fino al 1963, tuttavia, la presenza navale sovietica nel Mediterraneo rimase ridotta. È a partire dal 1965, con il completamento del programma di riarmo navale lanciato da Chruščëv negli anni ’50, che la presenza navale dell’URSS cominciò a essere consistente. Parte della Flotta del Mar Nero venne schierata nel Mediterraneo con la creazione della Quinta Eskadra o Sovmedron (Soviet Mediterranean Squadron). Durante la Guerra Fredda la Voenno-morskoj flot, la marina militare sovietica, allora ancora sprovvista dell’oggi ormai datata portaerei Kuznestov, arrivò a schierare nel Mediterraneo oltre 50 navi che all’epoca trovavano appoggio nei porti di paesi come Siria, Libia ed Egitto.

Come accennato precedentemente, a consentire ed amplificare il ruolo di questa consistente presenza sovietica nel Mediterraneo fu proprio il disimpegno delle principali potenze occidentali sulla sponda meridionale. Un disimpegno frutto dell’anteposizione degli interessi nazionali a quelli dell’Alleanza che portò dopo il 1956, anno di rottura nella costruzione della sicurezza del Mediterraneo, al precipitare della situazione geostrategica con l’acuirsi delle tensioni mediorientali e l’ingresso dell’Unione Sovietica a colmare i vuoti lasciati dagli alleati occidentali.

Inizialmente la presenza della squadra navale dell’URSS nel Mediterraneo era animata quasi esclusivamente da ragioni di prestigio, in seguito, tuttavia, essa assunse un importante ruolo politico e militare volto soprattutto a contrastare la Sesta Flotta USA e il rischio di una proiezione della sua influenza sulle regioni rivierasche del Mar Nero. D’altro canto la stessa Sesta Flotta a partire dal 1950, anno in cui la squadra navale statunitense assunse tale denominazione, ebbe tra i suoi compiti fondamentali il contenimento della presenza sovietica. L’impegno navale americano aumentò di pari passo con il crescente interesse strategico che assunse agli occhi di Washington il Mediterraneo. All’indomani della Seconda Guerra Mondiale nel bacino erano presenti solamente tre navi statunitensi: un incrociatore leggero e due cacciatorpediniere. A partire dal giugno del 1948, tuttavia, la piccola Task Force 125 si trasformò nella Task Force Six e, da quel momento, l’impegno navale americano nell’area continuò ad aumentare portando alla creazione della Sesta Flotta che dominò l’architettura di sicurezza del Mediterraneo per i successivi decenni. Nel giro di tre anni le navi  statunitensi passarono da tre a sedici e durante la Guerra Fredda la flotta americana nel Mediterraneo arrivò a comprendere tra le quaranta e le settanta navi.

L’ambizione di Mosca a svolgere un ruolo di primo piano nel Mediterraneo si manifestò efficacemente durante la Guerra dei Sei Giorni. La presenza navale sovietica più consistente nel Mediterraneo si ebbe, infatti, proprio a partire dal 1967. Una presenza che fu incrementata l’anno successivo dall’accordo sovietico-egiziano che consentì all’Unione Sovietica di usufruire, anche se per un breve periodo, dei porti di Alessandria, Port Said, Marsa Matruh e Sollum. In seguito, a partire dal 1977, le basi egiziane di Alessandria e Marsa Matruh furono evacuate e le navi trasferite in Siria, a Tartus.

Si stima che tra il 1967 e il 1970 le navi da guerra sovietiche siano transitate 453 volte attraverso lo stretto dei Dardanelli. Vent’anni dopo, con la fine della Guerra Fredda e la soppressione, nel 1991, della Quinta Eskadra, la Russia scomparve quasi completamente dal Mediterraneo (la base di Tartus rimase l’ultimo avamposto russo nella Regione) lasciando alla Sesta Flotta il dominio unipolare sull’architettura di sicurezza dell’area. Proprio il venir meno della minaccia sovietica, tuttavia, determinò in ambito NATO il superamento della concezione che percepiva la sicurezza nel Mediterraneo come appendice del confronto militare Est-Ovest, con una crescente consapevolezza dell’importanza del Fianco Sud dell’Alleanza. La presa di coscienza di una necessaria stabilizzazione del quadrante meridionale per scongiurare crisi e conflitti, portò, infatti, a indirizzare nel Mediterraneo le prime iniziative Nato del dopo Guerra Fredda.

A partire dal 1995 con l’avvio del Processo di Barcellona e del Dialogo Mediterraneo fino ad arrivare alla creazione dell’Unione per il Mediterraneo, sono stati numerosi i tentativi, in ambito UE e NATO, volti a valorizzare l’importanza strategica dell’area mediterranea e a perseguire il mantenimento della pace e della stabilità nella regione. Tra le cause del fallimento di gran parte di essi si possono annoverare le rivalità sud-sud e la mancanza di una visione comune da parte degli attori europei dell’area.

Dopo essere stato per anni un lago dell’Occidente, il Mediterraneo è attualmente teatro di ostilità permanenti che si riflettono, inevitabilmente, sulle sue acque. Un tale contesto geostrategico vede le flotte tornare ad essere strumento chiave in politica estera con la conseguente tendenza di molti paesi a rinnovare e impiegare i propri assetti navali per sostenere il proprio ruolo sullo scacchiere internazionale.

È il caso della Marina militare russa che dopo quasi un ventennio di torpore, a partire dal 2008, è tornata a far parlare di sé, prima con l’intervento in Georgia e in seguito con la Crisi in Crimea del 2014 fino ad arrivare allo schieramento navale russo in Siria di fine 2016. La flotta, che con le sue sette navi militari (la portaerei Kuznetsov, l’incrociatore lanciamissili a propulsione nucleare Pyotr Velikiy, i cacciatorpediniere Severomorsk e Kulakov, la nave rifornimento Sergey Osipov, 2 navi di supporto e il rimorchiatore d’altura Nikolay Chiker) è stata definita “il più grande dispiegamento navale russo dai tempi della Guerra Fredda”, è partita lo scorso ottobre alla volta del Mediterraneo Orientale dove, ricongiungendosi con le navi già presenti a Tartus, ha portato l’impegno totale in Siria a 20 navi.

La traversata nelle acque dell’Atlantico, nell’ottobre del 2016, è stata monitorata attentamente dalle forze aeronavali Alleate e l’ingresso nel Mediterraneo ha portato a sfiorare l’incidente diplomatico tra Spagna e NATO, sventato, poi, con la cancellazione dello scalo tecnico della flotta russa al porto spagnolo di Ceuta. Un episodio marginale, fatto passare per un semplice malinteso (con la Russia che, per uscire dall’impasse, ha negato di aver chiesto l’autorizzazione ad attraccare), che tuttavia ha fatto emergere il clima di tensione determinato dalla politica di Putin nel Mediterraneo e dal ritorno delle sue navi nel Mare Nostrum. Il sostegno russo ad Assad ha, infatti, fatto affiorare le contraddizioni e gli errori dell’Occidente in Siria e sancito, allo stesso tempo, una nuova centralità di Mosca sulla scena globale.

L’ultimo atto della diplomazia navale russa nel Mediterraneo è avvenuto a inizio anno, il 12 gennaio, durante il ritorno delle unità della Flotta del Nord nella penisola di Kola. La presenza di Haftar sulla Kuznestov, a poche ore dall’apertura dell’ambasciata italiana a Tripoli, è andata a comporre il quadro di alleanze alla base della strategia di Putin nel Mediterraneo tesa a rispolverare la “vocazione nordafricana” della vecchia diplomazia sovietica. Il Generale-dissidente di Tobruk in seguito alla videoconferenza avvenuta sulla portaerei con il Ministro della difesa della Federazione russa, Sergei Shoigu, avrebbe stretto un accordo che contempla la cessione a Mosca di una base navale in Cirenaica e ricevuto il supporto russo per addestrare i militari, riparare mezzi e fornire aiuti nella lotta al terrorismo, oltre all’impegno formale a rispettare i contratti nella sfera della Difesa siglati dalla Russia durante l’epoca di Gheddafi. Un passo determinante nel processo di avvicinamento tra Putin e Haftar che già fa parlare di “modello siriano” per la Libia.

Nell’ottica di Putin la Libia di Haftar si presta, infatti, a divenire l’hub strategico russo nel Mediterraneo. Dopo l’assistenza medica fornita ai soldati del Generale libico, le notizie più recenti sembrano confermare un coinvolgimento russo anche sul piano militare attraverso l’invio di contractor privati e uomini delle forze speciali. Una prassi già consolidata in Siria che, al netto delle smentite ufficiali, nel caso della Libia è avvalorata dai recenti successi militari dell’Esercito Nazionale Libico di Tobruk.

Nel momento in cui gli Stati Uniti di Trump sembrano orientati verso un ritorno a una politica isolazionista e all’Europa manca la coesione necessaria per assolvere un ruolo da protagonista nell’area, la Russia sta, dunque, sfruttando le crisi nel Mediterraneo per riaffermare il suo ruolo nello scenario globale. Un ruolo che tenta di conquistare attuando una “strategia dei mari ristretti” che ben si adatta alle sue potenzialità navali. Sebbene, nel luglio del 2015, il Cremlino abbia rilasciato una nuova dottrina marittima che prevede la creazione di una flotta competitiva dotata di super-portaerei in grado di trasportare fino a novanta velivoli (Progetto 23000E-“Shtorm”) con l’obiettivo, annunciato da Putin, di «dotare il Paese di una politica navale completa, coerente ed effettiva che protegga gli interessi della Russia», il grande piano di riarmo navale russo va analizzato alla luce del vecchio adagio secondo il quale le aspirazioni russe eccedono le contingenti capacità. Come testimonia la particolare propensione di Putin a farsi fotografare con indosso i copricapo della Marina russa e i consistenti investimenti nel comparto della Difesa degli ultimi anni, vi è senza dubbio una nuova attenzione allo sviluppo navale, gli esiti della quale, tuttavia, sono al momento ascrivibili a un futuro non così prossimo.

Valutando l’attuale capacità navale, rappresentata simbolicamente dall’obsolescenza della Kuznestov, unica portaerei operativa, risulta chiara l’impossibilità della Federazione Russa a riconquistare, a breve, lo status di potenza navale in grado di esercitare l’influenza degli anni Sessanta. Se il raggiungimento delle cosiddette “blue water capabilities” (la capacità di operare in acque profonde, lontano dalle coste nazionali) è ancora lontano, la Russia è, nondimeno, perfettamente in grado di operare agilmente in acque costiere e litoranee. In quest’ottica la conformazione geografica del Mediterraneo, rende il bacino particolarmente adatto all’attuazione della strategia navale russa che sembra immaginare una rete continua di basi che, a partire da Sebastopoli, estenda l’influenza del Cremlino dal Mar Nero al Mediterraneo, passando per la Siria, l’Egitto e la Libia. Una strategia in cui i limiti della forza navale vengono colmati dalla dimensione energetica della politica russa, impersonata da Igor Ivanovich Sechin, fedelissimo di Putin e numero uno del gigante russo del petrolio Rosneft. Esempi recenti in questo senso sono gli accordi di cooperazione tra Rosneft e l'ente petrolifero libico National Oil Corporation (Noc) e l’annunciato pacchetto di contratti sul nucleare in Egitto.

Tornando a quella “ciclicità” della storia, citata inizialmente, si vede come lo scenario attuale dell’area mediterranea, con gli stati nordafricani usciti dal fallimento delle Primavere arabe in cerca di referenti internazionali, sia per molti aspetti assimilabile al contesto post-coloniale della Guerra Fredda. Un contesto in cui, mentre la Russia continua a stringere accordi e a tessere relazioni strategiche in Nordafrica e in Medio Oriente, creando la sua sfera di influenza e mostrando di avere un chiaro sguardo d’insieme sulla Regione, le potenze occidentali operano con le loro flotte per arginare le problematiche emergenti senza, alla base, una vera e propria strategia comune.

Unione Europea e NATO sono attualmente concentrate a rispondere militarmente, con diverse operazioni navali, alle principali problematiche connesse con la crisi libica e la sicurezza della Regione mediterranea. Eunavfor Med – Operazione Sophia che, per la seconda volta, vede come unità di bandiera la portaerei italiana Garibaldi, impiega in totale cinque unità: la nave da rifornimento tedesca Main, la fregata spagnola Canarias, la nave per la sorveglianza multi-missione Echo e il pattugliatore francese Commandant Birot. Giunta alla sua seconda fase (2A) , la missione, il cui controllo è nelle mani dell’Unione Europea, è, attualmente, volta al contrasto alle reti di trafficanti di esseri umani in acque internazionali. Senza dubbio la missione ha anche lo scopo di consolidare i rapporti tra l’Europa e il presidente del Consiglio presidenziale libico Fayez al-Serraj in vista di una auspicabile stabilizzazione del Paese. Dai rapporti con Serraj dipende, infatti, anche il futuro sviluppo della missione che per le sue fasi successive necessità dell'invito e della cooperazione libica, oltre a una Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che fornisca una copertura maggiore a livello legale. Strettamente connessa a Eunavfor Med, ma in ambito NATO, è l’operazione Sea Guardian nata dall’evoluzione della precedente Active Endeavour, a seguito del Summit di Varsavia di luglio 2016. Obiettivo dell’operazione che, al momento, vede l’impiego della fregata greca Navarinon, della fregata turca Gaziantep (flagship del Gruppo navale) e del pattugliatore di squadra Aviere della Marina Militare italiana, è il contrasto al terrorismo che, nella sua evoluzione rappresentata dallo Stato Islamico, non mira più solamente a minare la solidità delle istituzioni esistenti ma prevede la loro sostituzione sfidando apertamente le istituzioni e gli equilibri regionali e globali. Task della missione è inoltre, più genericamente, la sorveglianza degli spazi marittimi di interesse in coordinamento con l’attività dell’Unione Europea.

L’evolversi della crisi libica ha reso, inoltre, necessario, a partire dal 2015, l’avvio dell’operazione italiana Mare Sicuro con un potenziamento del Dispositivo Aeronavale della Marina Militare dispiegato nel Mediterraneo Centrale – Stretto di Sicilia, al fine di tutelare gli interessi nazionali nell’area.

Per costruire la sicurezza del Mediterraneo, tuttavia, organizzare flotte ai confini marittimi delle aree di crisi non basta, non vi può essere una dimensione militare senza una chiara linea diplomatica. È necessario, pertanto, che l’Europa riscopra la sua dimensione politica, superando le divisioni interne e proponendosi con coraggio come protagonista del processo di stabilizzazione soprattutto in questo momento in cui l’annunciata rimodulazione dell’impegno statunitense in ambito Nato necessita di un’Europa forte in seno all’Alleanza.  La pacificazione del Mare che Papa Francesco ha recentemente definito un cimitero, dove si sta consumando la crisi umanitaria più grave dopo la Seconda Guerra Mondiale, passa dall’impegno a perseguire una solidarietà mediterranea che si è persa o forse mai compiuta. Un nuovo «umanesimo europeo fatto di ideali e concretezza» che – citando le parole che il Papa ha rivolto alle delegazioni di tutta Europa convocate in occasione del 60° Anniversario dei Trattati di Roma – deve essere volto a  «edificare società autenticamente laiche, scevre da contrapposizioni ideologiche, nelle quali trovano ugualmente posto l'oriundo e l'autoctono, il credente e il non credente».

Lo storico francese Fernand Braudel definiva il Mediterraneo un «centro luminoso la cui forza di civilizzazione superava i limiti del bacino fisico e diradava man mano». Quel concetto di “Mediterraneo allargato” che si è sviluppato in Italia, a partire dalle sue idee, e oggi è scomparso dal Libro Bianco andrebbe invece riscoperto e approfondito per poter essere applicato all’elaborazione strategica in contesti UE e NATO.

Le nuove sfide potranno essere affrontate solo da un’Europa coesa che si assuma la responsabilità di un’area che la vede geograficamente protagonista senza lasciare a terzi quel Mare Nostrum che rischia di diventare mare di altri. 

31/03/2017

Autore: 
Giulia Prosperetti

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