Turchia, Germania, Europa e il "gioco" dei profughi

Turchia, Germania, Europa e   il "gioco" dei profughi
Alcuni numeri possono  facilmente condurre, se  intepretati in modo  abbastanza "intuitivo", a comprendere come la Turchia  di Erdogan stia utilizzando la questione complessa e  drammatica dei profughi come  uno strumento di pressione  politica, un'arma di ricatto  sostengono alcuni osservatori più critici, nei confronti del soggetto politico nazionale che in sostanza orienta la politica estera dell'Unione europea, ovvero la Germania della cancelliera Merkel. Ecco questi numeri: entro la fine del 2015, sostengono le Nazioni unite, circa un milione e novecento mila profughi - di cui un milione e  settecentomila siriani - avranno chiesto asilo politico alla Turchia. Ogni giorno, poi, sempre l'Onu, stima in circa 8 mila il numero di profughi che giungono in Europa e dall'inizio del 2015 ne sono giunti, attraverso Turchia e Grecia, circa 700 mila nel Vecchio continente. Infine, e questo è un dato cruciale, secondo l'Organizzazione internazionale sull'immigrazione la Germania  ospiterà nel 2015 un milione  di profughi.
 
Il quotidiano tedesco  Suddeutsche Zeitung ha scritto recentemente che a causa di queste dinamiche la Germania si presenta alle  porte di Erdogan "supplicante" e con una serie di "doni", incentivando così la strategia di Erdogan che verte sul doppio binario del rafforzamento interno in vista di elezioni cruciali e del rafforzamento del ruolo  della Turchia in Medioriente.
 
Il gioco a cui sta giocando il presidente della Turchia, secondo alcuni analisti internazionali, è un gioco al massimo rialzo poiché, in  cambio di un controllo, di un rallentamento dei flussi di  profughi Erdogan pretenderebbe tutto: 3 miliardi di euro dall'Ue, l'abolizione del visto di  ingresso per i cittadini  turchi nell'Ue, il  riconoscimento della Turchia  come Stato "sicuro", una  museruola sulle critiche  europee alla Turchia in merito alle violazioni dei  diritti umani e sulla  questione curda e la creazione di una zona di neutralità "per l'accoglienza  dei profughi" e una zona di  divieto di sorvolo in Turchia. 
 
L'incontro al vertice di ieri  sembra solo la prima tappa di  un percorso molto gradito ad  Erdogan e la visita di  domenica di Angela Merkel in  Turchia viene letta da molti osservatori come un sostegno  ad un regime sempre più autoritario in cerca di una ristaurazione elettorale il primo novembre.
 
Dal canto suo la Germania, al  di là delle dichiarazioni ufficiali di solidarietà e umanitarismo, sembra essere  orientata ad impostare la  questione dei profughi attorno alla gestione delle frontiere tra Turchia e Grecia piuttosto che sulla conclusione della guerra in Siria. In maniera piuttosto prevedibile la Commissione europea seguirebbe la stessa linea e il recente viaggio del suo vicepresidente Frans Timmermans in Turchia ha  confermato tale lettura. Per  ottenere la creazione da  parte della Turchia di sei centri di accoglienza dei  profughi senza che però venissero specificate le rispettive capienze Tiemmermans ha assicurato il  co-finanziamento dell'Ue  nell'ambito del Piano  d'azione. Ulteriore obiettivo di Berlino (e dunque anche di  Bruxelles) è il miglioramento  delle condizioni di vita dei  profughi ospitati in Turchia  e il loro sforzo per un inserimento sociale nel paese  affinché aumentino gli  incentivi a rimanervi. Per  questo motivo l'Unione  europea si è detta pronta a  finanziare alla Turchia un miliardo per il biennio 2015 -2016. Questo tipo di impostazione  alla questione dei profughi - attraverso i campi di accoglienza cioè - ha  raccolto critiche sia in Germania sia da parte  dell'alto commissario Onu per  i Diritti umani (Unhcr)  Antonio Gutierrez il quale ha  sostenuto che più incisivo  per limitare il flusso di profughi sarebbe invece  fornire permessi di lavori ai profughi nei paesi in cui vengono ospitati. Altresì piuttosto ovvio è ritenere  che la stragrande maggioranza  dei profughi non voglia  rimanere in Turchia bensì dirigersi verso quei paesi che offrano loro e ai loro figli prospettive di lavoro. Nello stesso spirito si inseriscono le crescenti  pressioni di Berlino e Bruxelles perché Atene e  Ankara pattuglino congiuntamente le acque  dell'Egeo assieme anche a Frontex, chiudendo ogni via d'accesso (ipotesi respinta categoricamente da Atene e che, secondo alcune  organizzazioni non governative, costituirebbe la consacrazione del fallimento morale dell'Unione europea).
 
Di fronte a questa situazione enormemente complessa, delicata e potenzialmente deflagrante per tutti gli aspetti umani, economici e politici connessi, Erdogan si muove  con calma e contratta con  fermezza le sue richieste anche con un occhio alle elezioni del primo novembre. Obiettivo, peraltro piuttosto  tradizionale della politica estera della Turchia, è  quello di sfruttare la sua  posizione geopolitica  cruciale - in questo caso legata alla questione dei profughi - per rafforzare la sua posizione interna, promuovere i rapporti con l'Unione europea e sostenere i piani turchi in Siria e in Medioriente.
 
Allargando e generalizzando l'analisi appare evidente come la Turchia sia troppo vasta e con una preponderante  influenza per sottostare  passivamente ad una coalizione di Stati quale è l'Unione europea. Allo stesso tempo non ha quel grado di autonomia e forza per respingere un accordo con essa. Le ricorrenti tensioni nei rapporti Turchia-Ue si spiegano proprio con questa contraddittorietà che ha portato le due parti a concordare sul fatto che da un lato Ankara non vuole e non può essere membro dell'Unione europea ma dall'altro vuole coltivare un rapporto privilegiato con l'Ue. Anche l'Economist inglese ha recentemente osservato come la democrazia in Turchia stia facendo passi indietro e ha commentato che la congiuntura storica non è la più adatta perché l'Unione europea chiuda gli occhi sul crescente autoritarismo turco chiosando però che "nonostante ciò sembra che adesso proprio per questo motivo sembra che esso stia divenendo particolarmente attraente".
 
16/10/2015
Autore: 
Rigas Raftopoulos

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