Verità e giustizia per Giulio Regeni

Verità e giustizia per Giulio Regeni
Osmedreloaded n. 1 Gennaio 2017

È trascorso un anno da quando Giulio Regeni, dottorando in Economia e sviluppo sociale nel Medio Oriente presso il Girton College dell’Università di Cambridge, è scomparso al Cairo. Era arrivato in Egitto nel settembre del 2015 dove sarebbe rimasto fino al marzo successivo per svolgere delle ricerche sui sindacati indipendenti egiziani, tema della sua tesi di dottorato, e collaborare, come ricercatore ospite, con l’Università Americana del Cairo. Il suo corpo è stato ritrovato il 3 febbraio alla periferia del Cairo, mezzo nudo e senza documenti, in un fosso al lato della cosiddetta Desert Road che porta ad Alessandria. A dare l’allarme sono stati i passeggeri di un minibus che aveva accostato al margine della carreggiata a causa di un guasto. La notizia del ritrovamento del corpo di un giovane uomo è rimbalzata dall’autista del bus, alla polizia, alla procura di Giza nella persona del procuratore aggiunto Hossam Nassar che ne ha, infine, dato notizia con un comunicato stampa. Nella nota, diffusa intorno alle 11 di quella mattina, si legge del ritrovamento di un cadavere non identificato appartenente a un uomo di circa trent’anni. La prima ipotesi che emerge dal comunicato è che sia morto in seguito a torture, per questo il pubblico ministero ne ha immediatamente autorizzato un’autopsia insieme all’esame del DNA per procedere all’identificazione.

In attesa dei nuovi sviluppi delle indagini, alla luce della recente consegna da parte della procura generale egiziana di tutta la documentazione richiesta sul caso, ad oggi quello che di certo sappiamo sulle circostanze della morte di Giulio è ancora confinato nelle righe di quel breve comunicato stampa. Da quel momento, infatti, una lunga serie di depistaggi ha tentato di offuscare sempre di più quella verità alla quale dopo dodici mesi ancora non si è arrivati.

Le tracce di Giulio si sono perse il 25 gennaio, una data non casuale che conferisce un valore simbolico alla sua scomparsa. Nel 2010, infatti, in Egitto il 25 gennaio è stato proclamato ricorrenza nazionale per commemorare quello stesso giorno del 1952, quando le forze di polizia, a Ismaila, sulle rive occidentali del canale di Suez, resistettero con le loro pistole d’ordinanza ai carri armati dell’esercito regolare britannico. Una giornata in cui a tutti gli egiziani era permesso interrompere la propria attività lavorativa, una “festa nazionale della polizia” che sotto il presidente Hosni Mubarak, tuttavia, acquisiva un sapore amaro difronte alle violenze e ai ripetuti soprusi compiuti dalle forze dell’ordine, ben lontani dagli atti eroici degli anni Cinquanta. A partire dal 2011 il 25 gennaio acquisirà un significato nuovo e sarà ricordato e festeggiato come il giorno della Rivoluzione che ha portato, l’undici febbraio successivo, alla destituzione di Mubarak. Una rivoluzione scaturita dalla fusione delle istanze degli attivisti con le rivendicazioni dei lavoratori, che ha visto nella richiesta di giustizia sociale il suo elemento centrale. Non a caso, tra gli animatori della rivolta, ha rivestito un ruolo di primo piano il Movimento Giovanile 6 Aprile, nato in sostegno ai lavoratori delle fabbriche di Mahalla El-Koubra, polo dell’industria tessile egiziana nel Delta del Nilo, che nel 2008 scesero in piazza dando inizio a uno sciopero generale che ha toccato tutto il territorio. Nel 2011 il fermento di piazza Tahrir ha portato alla costituzione della Federazione Egiziana dei Sindacati Indipendenti (Efitu), la prima organizzazione indipendente dei lavoratori dal 1957. Ed è proprio di questa «sorprendente espansione dello spazio di libertà politiche» postrivoluzionaria e della sua successiva repressione, a partire dal 2013, sotto il regime di Abdelfattah al-Sisi che scriveva Giulio Regeni. Indagando le diverse anime delle organizzazioni sindacali indipendenti egiziane, il giovane ricercatore cercava quelle briciole di rivoluzione, quelle scintille pronte a innescare nuovi fermenti popolari in grado di muovere milioni di persone, che costituiscono la principale minaccia alla stabilità e alla sopravvivenza del regime di al-Sisi.

Un tema delicato, per questo motivo Regeni nello svolgimento della sua attività di ricerca prendeva precauzioni. L’articolo sull’incontro dell’11 dicembre 2015 presso il Centro Servizi per i Lavoratori e i Sindacati (Ctuws) del Cairo (il primo tentativo di ricomporre la galassia del sindacalismo indipendente egiziano nell’era post-golpe) scritto per il Manifesto, poi uscito postumo, aveva chiesto che fosse pubblicato con uno pseudonimo. Ed è proprio in quell’occasione che, stando a quanto riferito da alcune fonti al quotidiano indipendente Al Masry al Youm, per la prima volta da quando è in Egitto si sente in pericolo. Era stato fotografato da una ragazza che sospettava potesse essere legata ai servizi di sicurezza. Si saprà in seguito che a gennaio era stata aperta un’indagine su di lui in seguito alla denuncia del capo del sindacato egiziano degli ambulanti, Mohamed Abdallah. In un’intervista all'edizione araba dell'Huffington Post, Abdallah, ha ammesso di essere un informatore dei servizi segreti e di aver segnalato Giulio Regeni perché «faceva troppe domande». L’apertura di un’indagine sul ragazzo da parte della polizia cairota è stata confermata anche dal Procuratore Generale egiziano Nabil Sadek durante l’incontro con il Procuratore di Roma Giuseppe Pignatone.

Quel 25 gennaio di un anno fa, mentre l’Egitto festeggiava il quinto anniversario della Rivoluzione in una città del Cairo blindata dalle forze di polizia in cui era stata vietata qualsiasi manifestazione e chiunque andasse in strada veniva guardato con sospetto, il cellulare di Giulio ha inviato l’ultimo segnale dalla zona fra la sua casa nel quartiere di Doqqi e la metropolitana. Non è mai arrivato all’appuntamento nei pressi di piazza Tahrir con il suo amico italiano e a partire dalle 20.31 il suo telefono non è stato più raggiungibile.

All’indomani del ritrovamento del corpo di Giulio, l’allora ministro dell’Interno Angelino Alfano si era detto certo della piena collaborazione di al-Sisi definendo i buoni rapporti con l’Egitto un «fluidificante» nella ricerca della verità. L’esistenza di un rapporto privilegiato tra Italia ed Egitto, tuttavia, sembra aver costituito un limite più che un’opportunità nella risoluzione del caso Regeni. Partner storico dell’Italia, l’Egitto, in questo momento storico, ricopre un ruolo strategico per il nostro Paese al quale il governo italiano non vuole rischiare di dover rinunciare.

Dopo il golpe del 2013 il generale al-Sisi si è erto a baluardo della lotta al terrorismo nel Mediterraneo e sulla base di questa minaccia comune ha legittimato il suo regime raccogliendo il consenso della comunità internazionale. Mentre in Europa il carattere marcatamente autoritario del nuovo regime egiziano suscitava le prime perplessità, l’Italia ha da subito scommesso sul generale egiziano. L’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi è stato il primo leader occidentale a legittimare il regime di al-Sisi con una visita di Stato che, a partire dall’agosto del 2014, ha consegnato all’Italia il ruolo di interlocutore privilegiato del Paese.

Esattamente un anno dopo, il 30 agosto 2015, l’Eni ha annunciato una scoperta di gas di rilevanza mondiale nell’offshore egiziano del Mar Mediterraneo. Si tratta di Zohr, un giacimento supergiant che con il suo potenziale di risorse che raggiunge gli 850 metri cubi di gas in posto e un’estensione di circa 100 chilometri quadrati, rappresenta la più grande scoperta di gas mai effettuata in Egitto e nel Mar Mediterraneo nonché una delle maggiori scoperte di gas a livello mondiale.

La tragica vicenda di Regeni si inserisce nel quadro di un investimento italiano in Egitto da circa sette miliardi di euro il cui iter, nel corso dell’ultimo anno, ha continuato a proseguire su un binario parallelo senza subire battute d’arresto. Ai primi di gennaio l’incontro tra l’a.d. di Eni, Claudio Descalzi e il presidente al-Sisi ha confermato l’ottimo stato di salute dei rapporti commerciali con l’Egitto con investimenti che, nel 2016, hanno raggiunto i 2,7 miliardi di dollari. È delle scorse settimane la notizia della rapida evoluzione del progetto Zohr con l'avvio della produzione confermato alla fine del 2017 mentre a dicembre sono stati siglati due nuovi accordi di concessione per i blocchi di North El Hammad e di North Ras El Esh. L’Eni si conferma, così, il primo operatore petrolifero straniero in Egitto dove un’altra italiana, la Edison, ha appena firmato un contratto da 86 milioni di dollari e ha in corso attività di sfruttamento di giacimenti di gas e petrolio sulla costa mediterranea attraverso una joint-venture da 3 miliardi di dollari con l'Egyptian Petroleum Company.

Nonostante la crisi diplomatica scaturita dalla vicenda Regeni, il 2016 ha consolidato l’interscambio commerciale e la presenza delle aziende italiane in Egitto confermando la posizione dell’Italia di primo partner europeo e terzo a livello mondiale del Paese. Per fare alcuni esempi: Banca Intesa San Paolo, fra i primi investitori italiani in Egitto, ha acquisito nel dicembre 2006, per 1,6 miliardi di Euro, l'80% del capitale della Bank of Alexandria, aprendo nuove prospettive per il finanziamento di operazioni di imprese italiane nel Paese; Ansaldo Energia ha intrapreso la realizzazione chiavi in mano di una centrale elettrica da 680 Mw del valore di 250 milioni di Euro; alla Tecnimont è stata affidata la costruzione di un impianto per la produzione di fertilizzanti del valore di 520 milioni di Euro; Danieli ha sottoscritto un contratto da 70 milioni di Euro per la costruzione di un impianto greenfield e un altro contratto per il revamping di un impianto ad Alessandria; Gemmo ha ottenuto il rinnovo del contratto per la gestione di servizi e strutture del terminal 3 dell'aeroporto internazionale del Cairo; Italgen è impegnata nella realizzazione di un parco eolico da 120 MW (con opzione fino a 400 MW), con un investimento iniziale di circa 130 milioni di Euro. E ancora Pirelli, Breda Energia, Techint e il Gruppo Cementir/Caltagirone hanno mantenuto la loro leadership commerciale nel Paese.

In un panorama che, dal punto di vista commerciale, è rimasto immutato mostrando addirittura segni di miglioramento, l’unico strappo tangibile nei rapporti tra Italia ed Egitto è stato il cosiddetto “emendamento Regeni” al dl missioni che, a luglio dello scorso anno, in seguito ai numerosi tentativi di depistaggio delle indagini e al reiterato ostracismo delle autorità egiziane nei confronti delle richieste degli inquirenti italiani, ha bloccato la fornitura di pezzi di ricambio degli F-16 all’aviazione militare egiziana. La risposta dell’Egitto è contenuta in un comunicato in cui si paventano conseguenze sulla cooperazione in corso tra i due Paesi nella lotta al terrorismo e all'immigrazione clandestina nel Mediterraneo e in Libia. Non potendo far leva sugli interessi economici che, come abbiamo visto, sembrano viaggiare su di un binario “blindato”, al riparo dalla crisi fra i due Paesi, al-Sisi ha toccato il tasto del terrorismo e delle politiche migratorie, questioni di primo piano per l’Italia. Fin dal suo primo incontro con il Generale egiziano, l’ex premier Matteo Renzi ha, infatti, assegnato all’Egitto «un ruolo cruciale per la stabilità della regione» e i primi accordi sulle politiche migratorie e i rimpatri di migranti, risalgono al 2015.

Se l’atteggiamento internazionale sul caso Regeni può essere definito di tiepida condanna, nel mese di marzo vi era stata, tuttavia, una presa di posizione netta del Parlamento europeo sulla vicenda. Dall’Unione europea, arriva, infatti, una risoluzione bipartisan in cui si condanna duramente «la tortura e l’assassinio del cittadino europeo Giulio Regeni» e viene raccomandata la sospensione di aiuti militari e assistenza all’Egitto. Un raffreddamento dei rapporti che non ha toccato la Francia, la quale ha visto nell’acuirsi della crisi diplomatica italiana l’apertura di uno spiraglio per i propri interessi commerciali. Il mese successivo, dieci giorni dopo il richiamo in Italia dell’ambasciatore Maurizio Massari, il presidente François Hollande si è, infatti, recato in Egitto con una delegazione di imprenditori per stipulare una serie di accordi sulla vendita di armamenti e vagliare nuove opportunità economiche.

Senza un forte appoggio della comunità internazionale e non volendo sacrificare rapporti commerciali e strategici, la battaglia tra Italia ed Egitto per ottenere la verità sull’omicidio di Giulio Regeni si è giocata tutta sul piano diplomatico. Un ruolo chiave, fin dalle primissime ore, lo ha svolto l’ex ambasciatore al Cairo Maurizio Massari. Senza la sua sollecitudine, il suo intervento  e le forti pressioni dell’Ambasciata probabilmente il corpo di Giulio non sarebbe stato mai ritrovato. Senza quello strappo diplomatico che ha portato l’ambasciatore ad abbandonare il ricevimento in ambasciata e ad annullare la missione dell’allora ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi, a superare le resistenze delle autorità egiziane riuscendo ad arrivare a tarda notte all’obitorio dove era stato portato il corpo di Giulio e pretendere di vederlo, forse il corpo non sarebbe mai stato restituito all’Italia e non avremmo mai saputo delle torture subite dal ragazzo. Dopo un’iniziale fiducia nella collaborazione egiziana per le indagini sull’omicidio di Giulio, ad aprile, quando la rogatoria internazionale per avere la documentazione completa sul caso è stata disattesa e nel giorno in cui ci si aspettava “la verità” dall’Egitto sono invece arrivate solo poche pagine, perlopiù già note con la censura delle informazioni relative alle celle e tabulati telefonici per ragioni di privacy, è stato chiaro che senza un atto incisivo da parte dell’Italia le autorità egiziane avrebbero continuato a insabbiare la vicenda. Il richiamo dell’ambasciatore a Roma per consultazioni è stato, dunque, un atto dovuto con il quale, tuttavia, l’Italia ha fatto rientrare un ambasciatore di fatto non più gradito al Cairo. Attualmente, dopo che il 10 maggio scorso, Matteo Renzi, ha annunciato la nomina dell'ambasciatore al Cairo uscente, Maurizio Massari, a capo della rappresentanza italiana permanente a Bruxelles, annunciando che la sede dell'ambasciata del Cairo sarebbe stata guidata dall'ambasciatore di grado Giampaolo Cantini, la situazione è in stallo. Con una procedura inusuale, alla nomina di Cantini non è seguita la presentazione ufficiale delle credenziali del nuovo ambasciatore al governo egiziano per la richiesta di gradimento. Si è detto che, altra pratica inedita, l’allora ministro degli Esteri Paolo Gentiloni lo avrebbe inviato al Cairo per un «periodo di prova». Attualmente Cantini non ha ancora messo piede al Cairo e la situazione è ancora in stand by. L’invio dell’ambasciatore è sicuramente un atto di distensione dei rapporti che probabilmente, in questo momento, stride con i nuovi elementi emersi dall’inchiesta sull’omicidio di Giulio Regeni.

Nel ricordare l’impegno di Paola Deffendi, la madre di Giulio Regeni, nominata per «la sua dignità così composta nell’affrontare una tragedia e la sua fermezza inflessibile nel voler capire che cosa è successo la notte del 25 gennaio 2016» “Donna dell’anno” dal settimanale D- la Repubblica, ci auguriamo che il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni mantenga l’impegno e le promesse fatte da ministro degli Esteri e si batta perché, come affermò lui stesso, «il trascorrere del tempo non ci faccia rinunciare alla verità».

24 gennaio 2017

Autore: 
Giulia Prosperetti

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