A Vienna un passo in avanti per la Siria

A Vienna un passo in avanti per la Siria

 

L’incontro del 30 ottobre scorso a Vienna per la Siria, pur in assenza di una decisione congiunta per una soluzione della crisi e per la gestione del dopoguerra, rappresenta un significativo momento di svolta e accende una flebile speranza per la pace.

Come spesso abbiamo scritto su questo Osservatorio, la via diplomatica di uscita dalla crisi siriana non può non passare dall’inclusione di tutti gli Attori coinvolti nella “guerra civile”, gradualmente trasformatasi prima in guerra per procura e guerra di religione col rischio, sempre attivo ma improbabile, di diventare una guerra mondiale.

L’inedita partecipazione dell’Iran, favorita dal recente accordo sul nucleare, ha sollevato più di un malumore, in particolare l’Arabia Saudita accusa la Repubblica islamica di contribuire alle tensioni in Siria, Yemen e Iraq nel quadro del mai sopito e acceso confronto sunniti-sciiti per la leadership nella regione. Di certo l’inclusione dell’Iran nei negoziati per la pace rafforza la posizione della Federazione russa su un punto, l’inamovibilità di Bashar Assad almeno in questa fase, ma non più di tanto, dal momento che questa posizione è stata già rafforzata dal fallimento della politica statunitense in Siria e dall’intervento militare deciso e attuato da Putin nelle scorse settimane.

Per la prima volta, dunque, Onu, Stati Uniti, Russia, Iraq, Turchia, Arabia Saudita e Paesi del Golfo, Egitto, Libano e Giordania, Cina, Francia, Germania, Italia e Gran Bretagna includono l’Iran al tavolo dei negoziati e per la prima volta i diversi interessi convergono verso due fondamentali risultati da ottenere: “l’imperativa accelerazione di tutti gli sforzi diplomatici per mettere fine alla guerra” e la salvaguardia dell’integrità territoriale della Siria. Inoltre, il punto di maggiore conflitto, l’inamovibilità di Assad, dovrebbe essere relativo solo alla fase di transizione che guiderà il Paese verso le elezioni, come affermato dal vice-ministro degli Esteri iraniano e come trapela dagli ambienti diplomatici russi. È chiaro che l’Isis e gli altri gruppi terroristici devono essere sconfitti sul campo, meno chiaro è, invece, quali dei vari gruppi di ribelli possono essere coinvolti nei negoziati successivi che dovrebbero portare alla definizione di una road map che conduca alle elezioni.

La Siria appare ormai divisa, anche da un punto di vista territoriale, su base etnico-religiosa; gli spostamenti di popolazione, le conseguenze ambientali e sociali della guerra, la precedente siccità, in questi 5 anni, hanno ridisegnato il territorio siriano ponendo tutta una serie di nuovi confini interni. Per ora la partizione della Siria è esclusa da tutti gli Attori di Vienna, ma alcune riflessioni sul futuro del martoriato Paese, che prescindono dal falso problema della permanenza o meno di Bashar Assad, devono essere fatte.

La prima deve tenere in conto il fatto che il popolo siriano potrebbe essere disponibile a partecipare alle elezioni per uno Stato unitario solo se avrà la percezione che i responsabili dei crimini di guerra di tutte e fazioni saranno puniti, ci vorrà, dunque, un Tribunale internazionale e una Commissione per la verità e la riconciliazione ma, al tempo stesso, le istituzioni esistenti non dovranno mai smettere di funzionare per evitare vuoti di potere. 

La seconda è che il mancato sforzo in questo senso, che vedrà la piena e grave responsabilità della comunità internazionale, non potrà non condurre verso quello che sembra il destino naturale della Siria, la sua divisione su base etnico-religiosa.

La terza, che fino ad ora non sembra essere ancora emersa, o forse implicitamente esclusa dal tavolo di Vienna, è la possibilità di applicare in Siria il modello libanese di ripartizione su base confessionale delle cariche pubbliche, un modello che istituzionalizza lo scontro settario e lo assorbe, che non garantisce da solo la stabilità del Paese ma ne può evitare lo smembramento. 

06/11/2015

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