terrorismo islamico

 

“Noi Terroristi” di Mario Giro, attuale sottosegretario agli Esteri, è un libro di analisi e di storie. Le storie sono quelle dei giovani attentatori di Parigi, del 1995 e del 2015, che a distanza di venti anni presentano numerosi tratti comuni. Dalla matrice jihadista della loro motivazione, alle vicende personali, i percorsi di vita dei giovani terroristi sembrano sovrapporsi: nati in periferia da famiglie musulmane, povere e fragili, spesso senza una figura paterna di riferimento, rapidamente finiscono nel “gorgo della delinquenza” e infine corrotti “dai cattivi maestri del terrore” hanno compiuto gli atti estremi contro i due “mondi che non si amano, Islam e Occidente,” e che eppure li hanno generati.

Unirsi alla jihad è per questi giovani, con “l’insana passione per l’assoluto” tipica dell’età, l’ultima rivoluzione possibile. La loro disperata ricerca di identità, in un Paese in cui il modello di integrazione assimilazionista sembra aver fallito, è anche una delle tante espressioni della “ricerca del padre” e la propaganda dei reclutatori senza scrupoli del Dae’sh offre la possibilità di trovare il senso alla propria vita e di uscire dal triste e angosciante anonimato che soffoca chi si sente “scartato”.

La scuola pubblica francese funziona di certo nella diffusione dei valori fondanti della Repubblica (libertà, uguaglianza e fratellanza) ma falliscono la società e l’economia globalizzata nella loro realizzazione. Non è un caso che è l’educazione occidentale ad essere presa maggiormente di mira dai terroristi della jihad, proprio perchè, in senso più ampio la scienza e la cultura, sono visti come l’ultimo baluardo della democrazia. Le storie di questi “ragazzi perduti” umanizzano e individualizzano il terrorismo islamico, si fondono e si sovrappongono alle analisi sociologiche e psicologiche di quello che è uno dei fenomeni più preoccupanti del mondo contemporaneo. 

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